Lula riconquista i suoi diritti civili. Tornerà a fare quello che ha fatto per tutta la vita: si tuffa di nuovo in politica. Per guidare il Pt, il partito che ha fondato e portato al governo del Brasile per due volte consecutive. Ci sono voluti cinque anni di indagini, provvedimenti, fughe di notizie, indiscrezioni filtrate ad arte sui media con una campagna che era diventata uno stillicidio. Fino alla durissima condanna in appello, avallata dal plenum del Tribunale Superiore Federale che ribaltò una corrente di pensiero garantista seguita fino a quel momento. Stabilì che l'esecuzione della pena andava applicata fin dal secondo grado e non più dopo il verdetto definitivo in Cassazione. Lula affrontò l'umiliazione del carcere, 580 giorni trascorsi in una cella della sede centrale della Polizia Federale a Curitiba, nello stato meridionale di Santa Caterina.
Adesso, il riscatto. Una sentenza riparatoria da parte dello stesso Supremo che r…
Adesso, il riscatto. Una sentenza riparatoria da parte dello stesso Supremo che r…
Lula riconquista i suoi diritti civili. Tornerà a fare quello che ha fatto per tutta la vita: si tuffa di nuovo in politica. Per guidare il Pt, il partito che ha fondato e portato al governo del Brasile per due volte consecutive. Ci sono voluti cinque anni di indagini, provvedimenti, fughe di notizie, indiscrezioni filtrate ad arte sui media con una campagna che era diventata uno stillicidio. Fino alla durissima condanna in appello, avallata dal plenum del Tribunale Superiore Federale che ribaltò una corrente di pensiero garantista seguita fino a quel momento. Stabilì che l'esecuzione della pena andava applicata fin dal secondo grado e non più dopo il verdetto definitivo in Cassazione. Lula affrontò l'umiliazione del carcere, 580 giorni trascorsi in una cella della sede centrale della Polizia Federale a Curitiba, nello stato meridionale di Santa Caterina.
Adesso, il riscatto. Una sentenza riparatoria da parte dello stesso Supremo che riconosce le difese sollevate dal padre della sinistra brasiliana. Condannato a 9 anni e 6 mesi, aumentati a 12 in appello, per un appartamento che non aveva mai occupato ma che i giudici ritenevano frutto di una tangente da parte di una holding delle costruzioni. Una prova debole, mai confermata con documenti ma solo dalla testimonianza di un coimputato che trattava la sua collaborazione in cambio di uno sconto di pena. Lula ha sempre sostenuto la sua estreneità ai fatti contestati. Vedeva nel giudice Sergio Moro, all'epoca considerato l'eroe della lotta alla corruzione dilagante nel paese, l'uomo che lo perseguitava. Il magistrato che aveva bisogno di un imputato eccellente per rafforzare la sua mega inchiesta Lava Jato: un sofisticato sistema di tangenti che durava da anni, applicato con successo in casa ed esteso anche ad altri dieci paesi del Continente. Una tempesta che ha sbaragliato presidenti e primi ministri, mandato in carcere quasi mille imputati, ottenuto confessioni molte delle quali ritrattate e comunque non supportate da altre verifiche.
Il due volte presidente si è fatto il carcere. Il primo Capo di Stato del Brasile finito dietro le sbarre. Ha visto annullare la sua candidatura alle elezioni del 2018, ha assistito al successo della destra estrema e del suo leader Jair Messias Bolsonaro. Poi, il clima è cambiato. Alcuni hacker sono riusciti a violare la memoria dei cellulari di Moro e del pool dei pm di Lava Jato. Su Telegram erano rimasti memorizzati decine di messaggi che si erano scambiati. Prove incontestabili. Il Brasile scoprì che Sergio Moro, chiamato nel frattempo da Bolsonaro a fare il ministro della Giustizia, non era stato imparziale come prevede la legge e il codice di procedura penale. Più che giudicare sulla base del materiale fornito dall'accusa, guidava i pm nella ricerca delle prove, li sollecitava a indagare su Lula, su cosa concentrarsi e cosa evitare.
L'eroe di Lava Jato finisce nella bufera. Bolsonaro lo difende ma alla fine lo molla. Anzi, lo mette da parte e lo obbliga ad accettare la nomina di un capo della polizia più malleabile, disposto a condividere le pericolose indagini che si concentrano sui suoi tre figli. Moro si ribella, si dimette da ministro, denuncia le manovre del presidente. Viene messo sotto accusa, su di lui si aprono undici inchieste. E' l'inizio della fine. Per il giudice di Lava Jato e della stessa mega inchiesta che ha terremotato il Brasile.
La sentenza pronunciata dal consigliere del Tribunale Superiore Edson Fachin non si limita ad annullare tutti e cinque processi, condanna compresa, che ha subito Lula. Punta a salvare l'inchiesta Lava Jato. Il verdetto apre la strada a un ricorso che può annulare centinaia di incriminazioni, arresti e condanne. Se anche il plenum del Supremo, chiamato ora a pronunciarsi, dovesse confermare la sentenza, tutto ciò che ha fatto Moro dal 17 marzo 2014 verrebbe messo in discussione. Cancellato. Fachin ha chiaramente detto che il lavoro del giudice resta valido; ha annullato per un difetto di competenza i processi a carico del padre della sinistra brasiliana. Riguardavano casi slegati alla Petrobras, l'industria petrolifera statale diventata collettore delle tangenti. Non potevano essere giudicati dal 13a Corte federale di Curitiba. Il resto di Lava Jato è intatto.
Ma non tutti i consiglieri la pensano allo stesso modo. L'esito del plenum non è scontato Il messaggio scuote la politica brasiliana e produce effetti negativi sulla Borsa che chiude in negativo e sul reais deprezzato di 1,32 punti. Luiz Inácio Lula da Silva è raggiante. Non commenta. Studia le reazioni. Bolsonaro accusa subito il consigliere Fachin di essere "notoriamente vicino alle posizioni del Pt". Ma avverte il colpo. Se il fondatore del Pt si candiderà alle elezioni del 2022 non sarà una passeggiata. Lula è abile. Punterà al centro, più che alla sinistra estrema, come fece nel 2002. Per vincere deve recuperare il suo elettorato deluso che ha votato Bolsonaro.
Adesso, il riscatto. Una sentenza riparatoria da parte dello stesso Supremo che riconosce le difese sollevate dal padre della sinistra brasiliana. Condannato a 9 anni e 6 mesi, aumentati a 12 in appello, per un appartamento che non aveva mai occupato ma che i giudici ritenevano frutto di una tangente da parte di una holding delle costruzioni. Una prova debole, mai confermata con documenti ma solo dalla testimonianza di un coimputato che trattava la sua collaborazione in cambio di uno sconto di pena. Lula ha sempre sostenuto la sua estreneità ai fatti contestati. Vedeva nel giudice Sergio Moro, all'epoca considerato l'eroe della lotta alla corruzione dilagante nel paese, l'uomo che lo perseguitava. Il magistrato che aveva bisogno di un imputato eccellente per rafforzare la sua mega inchiesta Lava Jato: un sofisticato sistema di tangenti che durava da anni, applicato con successo in casa ed esteso anche ad altri dieci paesi del Continente. Una tempesta che ha sbaragliato presidenti e primi ministri, mandato in carcere quasi mille imputati, ottenuto confessioni molte delle quali ritrattate e comunque non supportate da altre verifiche.
Il due volte presidente si è fatto il carcere. Il primo Capo di Stato del Brasile finito dietro le sbarre. Ha visto annullare la sua candidatura alle elezioni del 2018, ha assistito al successo della destra estrema e del suo leader Jair Messias Bolsonaro. Poi, il clima è cambiato. Alcuni hacker sono riusciti a violare la memoria dei cellulari di Moro e del pool dei pm di Lava Jato. Su Telegram erano rimasti memorizzati decine di messaggi che si erano scambiati. Prove incontestabili. Il Brasile scoprì che Sergio Moro, chiamato nel frattempo da Bolsonaro a fare il ministro della Giustizia, non era stato imparziale come prevede la legge e il codice di procedura penale. Più che giudicare sulla base del materiale fornito dall'accusa, guidava i pm nella ricerca delle prove, li sollecitava a indagare su Lula, su cosa concentrarsi e cosa evitare.
L'eroe di Lava Jato finisce nella bufera. Bolsonaro lo difende ma alla fine lo molla. Anzi, lo mette da parte e lo obbliga ad accettare la nomina di un capo della polizia più malleabile, disposto a condividere le pericolose indagini che si concentrano sui suoi tre figli. Moro si ribella, si dimette da ministro, denuncia le manovre del presidente. Viene messo sotto accusa, su di lui si aprono undici inchieste. E' l'inizio della fine. Per il giudice di Lava Jato e della stessa mega inchiesta che ha terremotato il Brasile.
La sentenza pronunciata dal consigliere del Tribunale Superiore Edson Fachin non si limita ad annullare tutti e cinque processi, condanna compresa, che ha subito Lula. Punta a salvare l'inchiesta Lava Jato. Il verdetto apre la strada a un ricorso che può annulare centinaia di incriminazioni, arresti e condanne. Se anche il plenum del Supremo, chiamato ora a pronunciarsi, dovesse confermare la sentenza, tutto ciò che ha fatto Moro dal 17 marzo 2014 verrebbe messo in discussione. Cancellato. Fachin ha chiaramente detto che il lavoro del giudice resta valido; ha annullato per un difetto di competenza i processi a carico del padre della sinistra brasiliana. Riguardavano casi slegati alla Petrobras, l'industria petrolifera statale diventata collettore delle tangenti. Non potevano essere giudicati dal 13a Corte federale di Curitiba. Il resto di Lava Jato è intatto.
Ma non tutti i consiglieri la pensano allo stesso modo. L'esito del plenum non è scontato Il messaggio scuote la politica brasiliana e produce effetti negativi sulla Borsa che chiude in negativo e sul reais deprezzato di 1,32 punti. Luiz Inácio Lula da Silva è raggiante. Non commenta. Studia le reazioni. Bolsonaro accusa subito il consigliere Fachin di essere "notoriamente vicino alle posizioni del Pt". Ma avverte il colpo. Se il fondatore del Pt si candiderà alle elezioni del 2022 non sarà una passeggiata. Lula è abile. Punterà al centro, più che alla sinistra estrema, come fece nel 2002. Per vincere deve recuperare il suo elettorato deluso che ha votato Bolsonaro.