Brasile, tra fatalisti e negazionisti così il Covid ha straziato un paese
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele Mastrogiacomo“Siamo in guerra”, annuncia il segretario alla Sanità dello Stato di San Paolo, Jean Gorinchteyn, per poi ammettere: “Abbiamo perso la battaglia con il Covid nel 2020. Se continuiamo in questo modo rischiamo di perderla anche nel 2021”. C’è un senso di smarrimento e di rassegnato fatalismo nel Brasile che si scopre sconfitto.
Parlano i dati e sono devastanti. Il sistema sanitario nazionale è collassato: 25 dei 27 Stati hanno le unità di terapia intensiva piene al 90 per cento, non ci sono più posti per i ricoveri ordinari, si cercano soluzioni alternative piazzando letti nelle corsie e alle entrate degli ospedali coperti da tendoni. “Faremo di tutto per aprire altri posti letto”, spiega ancora Gorinchgteyn. In qualsiasi luogo, negli ambulatori, in qualsiasi corridoio a disposizione. Nessuno sarà lasciato solo, ogni paziente sarà assistito”.
“Siamo in guerra”, annuncia il segretario alla Sanità dello Stato di San Paolo, Jean Gorinchteyn, per poi ammettere: “Abbiamo perso la battaglia con il Covid nel 2020. Se continuiamo in questo modo rischiamo di perderla anche nel 2021”. C’è un senso di smarrimento e di rassegnato fatalismo nel Brasile che si scopre sconfitto.
Parlano i dati e sono devastanti. Il sistema sanitario nazionale è collassato: 25 dei 27 Stati hanno le unità di terapia intensiva piene al 90 per cento, non ci sono più posti per i ricoveri ordinari, si cercano soluzioni alternative piazzando letti nelle corsie e alle entrate degli ospedali coperti da tendoni. “Faremo di tutto per aprire altri posti letto”, spiega ancora Gorinchgteyn. In qualsiasi luogo, negli ambulatori, in qualsiasi corridoio a disposizione. Nessuno sarà lasciato solo, ogni paziente sarà assistito”.
Mai come ora il Brasile deve fare i conti con una pandemia che il governo ha negato fino all’ultimo. Senza un piano preventivo e di protezione, senza misure di contenimento, alternando piccole chiusure a grandi aperture, senza un piano di vaccinazione perché questo avrebbe significato ammettere il Coronavirus. Per quindici giorni c’è stata una media di 900 morti ogni 24 ore fino al record di martedì con 1.927 vittime. Neanche nei peggiori momenti della prima ondata si registrava una strage così. E oggi è andata ancora peggio: 79.976 contagiati e 2.286 morti nelle ultime 24 ore. Il numero complessivo delle vittime sale così a 270.656 e quello degli infettati a 11.202.305. Il Brasile è il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, con il numero più alto di contagi e vittime della pandemia.
La colpa è della variante P1, quella uscita dall’Amazzonia, che ha già travolto Manaus a gennaio e febbraio con la gente di rientro dalle vacanze estive che soffocava e cercava aiuto negli ospedali. Abbiamo visto le foto tragiche delle file di pazienti alle stremo con le bombole di ossigeno vuote in attesa di poterle riempire. Le scorte sono finite in 48 ore. Chi era in forze ha resistito, gli altri sono morti. Solo l’intervento dell’esercito ha consentito di salvare qualcuno trasferendo con gli aerei i più gravi in altri ospedali del paese. I camion dell’ossigeno sono giunti giorni dopo facendosi largo tra le strade della foresta infangate dalle piogge. Perfino Maduro, dal Venezuela, è riuscito ad arrivare prima con le sue scorte.
Dallo Stato di Amazônas, la P1 è presto dilagata verso sud e poi ad est raggiungendo quelli di Santa Catarina e Rio Grande do Sul: pagano il prezzo più alto in questo momento di negazionismo sciagurato. San Paolo ha già 32 città al collasso. Lo Stato più ricco del Brasile, con la sua capitale finanziaria, sembra un deserto. Il governatore João Doria, l’uomo che più di altri si è scontrato e opposto al boicottaggio del presidente, ha dovuto chiudere molti quartieri e circondare con un cordone rosso le aree più colpite. Lo ha fatto dopo molte resistenze, convinto che la scelta delle chiusure selettive lasciasse ancora fiato a un’economia in affanno. Jair Bolsonaro ha continuato a criticarlo e si è sfogato con i brasiliani come se fossero dei bambini capricciosi: “Basta piagnucolare, fino a quando vi lamenterete? Sappiamo tuti quello che sta accadendo. E’ così, spiace per i morti, ma non possiamo farci niente. Dovremo trovare una soluzione”. Doria ha replicato con rabbia: “Abbiamo un presidente pazzo, prima o poi dovrà rispondere delle sue scelte scellerate”.
Il sindaco di Rio Edoardo Paes ha decretato un coprifuoco fino al 23 marzo. Una scelta drastica per la capitale carioca che vive all’aperto. Ma al tempo stesso ha allargato dalle 19 alle 21 l’orario di chiusura di bar e ristoranti. Non se la sente di strozzare la città in un lockdown che spegnerebbe anche la sua minima attività economica. Il settore degli informali è dominante in Brasile, come in gran parte dell’America Latina. Chiudere significa svuotare le strade e impedire a chi ci lavora di trovare clienti, vendere le proprie mercanzie, sfamare la famiglia. Ci vivono 12 milioni di persone che si spostano per 70 chilometri da un capo all’altro della città.
Chi governa deve pensare agli effetti psicologici di una popolazione che per un anno si è divisa tra negazionisti e allarmisti, rimasta orfana del suo Carnevale cancellato a febbraio ed escluso anche ad agosto come era stato proposto. Abituata alle sue spiagge, frequentate anche d’inverno. A Rio basta percorrere pochi metri per trovare sabbia bianca, caldo, acque tiepide, onde cavalcate dai surfisti, percorsi attrezzati per fare sport, decine di reti per la beach volley. Abbiamo visto le foto con le spiagge simili a formicai. Nonostante la tragedia in corso la gente carioca non riesce a fare a meno della folla. Che ha continuato a lungo ad accalcarsi nel mercato degli ambulanti.
Ci sono poi le favelas, agglomerati urbani con decine di migliaia di persone, dove la vita non si mai fermata perché non si può fermare. Solo le milizie paramilitari, padrone sul campo, hanno imposto le misure di confinamento. Senza troppo clamore per non smentire l’ex Capitano che continuava a minimizzare la pandemia, a ridicolizzare il vaccino Sinovac, perché “cinese” e perché “non ti lamentare se poi ti trasformi in coccodrillo”.
Battute che hanno avuto un effetto micidiale su una popolazione fatalista, con vasti settori ancora influenzati da superstizioni, rinfocolate nelle chiese evangeliche, frequentatissime. L’unico modo per sopravvivere è affidarsi al destino. Anche per questo la pandemia in Brasile è un caso a parte. La gente continua a fare i barbecue, a incontrarsi nelle feste, a credere anche a ciò che la realtà nega.
Bolsonaro è crollato nei consensi ma la sua presidenza non è messa in discussione. L’unico che può contrastarla è Lula che attacca la sua politica ma senza eccedere. Deve ancora aspettare se vuole lanciare la sfida del 2022. Prima deve riconquistare i suoi elettori e far calare l’odio che, a torto o ragione, si era attirato nel paese.