I 50 anni di Medici senza frontiere, i professionisti dell’altruismo
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Gianluca Di Feo
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di Gianluca Di Feo
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Fondata in Francia nel 1971, l'ong è diventata un modello internazionale nella gestione delle emergenze
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Sono i professionisti dell’altruismo: specialisti nell’assistenza sanitaria ma motivati dalla dedizione umanitaria. Operano nel cuore delle guerre e delle epidemie, quelle lontane e quelle dentro casa nostra. E sono sempre imparziali, senza però chiudere gli occhi perché credono nel dovere della testimonianza. Così da cinquant’anni Medici Senza Frontiere è diventato un modello internazionale nella gestione delle emergenze.
Nel 1971 due gruppi di medici francesi, reduci dalle catastrofi belliche del Biafra e del Bangladesh, hanno dato vita a questa nuova realtà. L’obiettivo era portare competenza e cure ovunque; senza confini appunto. Con una convinzione: neutralità non poteva essere più sinonimo di silenzio: «Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide», ha detto nel 1999 l’allora presidente James Orbinski ritirando il Nobel per la …
Sono i professionisti dell’altruismo: specialisti nell’assistenza sanitaria ma motivati dalla dedizione umanitaria. Operano nel cuore delle guerre e delle epidemie, quelle lontane e quelle dentro casa nostra. E sono sempre imparziali, senza però chiudere gli occhi perché credono nel dovere della testimonianza. Così da cinquant’anni Medici Senza Frontiere è diventato un modello internazionale nella gestione delle emergenze.
Nel 1971 due gruppi di medici francesi, reduci dalle catastrofi belliche del Biafra e del Bangladesh, hanno dato vita a questa nuova realtà. L’obiettivo era portare competenza e cure ovunque; senza confini appunto. Con una convinzione: neutralità non poteva essere più sinonimo di silenzio: «Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide», ha detto nel 1999 l’allora presidente James Orbinski ritirando il Nobel per la Pace.
In mezzo secolo hanno tenuto fede a questo impegno, denunciando il massacro di Sbrenica e gli eccidi nel Darfour, i bombardamenti in Cecenia e le stragi di migranti in Libia. Oggi hanno progetti attivi in 80 Paesi, con 65 mila operatori qualificati: medici, infermieri, ingegneri, architetti, comunicatori che mettono il loro tempo al servizio di chi ha più bisogno. Rischiando, perché intervengono nei focolai di Ebola e degli scontri armati, ma pianificando con cautela qualsiasi azione. Soprattutto ora che in Siria come in Yemen o in Afghanistan gli ospedali sono diventati bersagli privilegiati dei signori della guerra.
«Dedicheremo il nostro anniversario alle popolazioni dimenticate, a cui con l’aiuto di tutti, oltre gli ostacoli e l’indifferenza, continueremo a portare le nostre cure», spiega Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di Msf. In Italia quando è cominciata la pandemia hanno subito messo a disposizione l’esperienza maturata in Africa. Erano a Codogno; poi nelle Rsa delle Marche e sono ancora a Roma e a Palermo. Senza fondi pubblici: nel nostro Paese si finanziano solo con donazioni private.