NEW YORK. La grande lezione umanitaria dei nativi americani arriva come una benedizione due secoli dopo. Oltre il massacro di Sand Creek, o quello di Wounded Knee, la battaglia di Little Bighorn. Oltre Cavallo Pazzo, Geronimo, Toro Seduto, Piccolo Corvo, Nuvola Rossa, oltre i Sioux e gli Apache scacciati dalla costa est e il reggimento Settimo cavalleria. Le tribù dei nativi americani, tra le più colpite dalla pandemia, sono state così efficienti nell’organizzare la vaccinazione da aver cominciato, in alcune aree, a offrire le dosi a chi vive al di fuori.
La White Earth Nation in Minnesota ha cominciato a vaccinare i membri esterni alla tribù. Gli Ute Mountain, in Colorado, dopo aver immunizzato tutti i 1900 membri della comunità, hanno cominciato a distribuire duemila dosi per uso generale, allestendo postazioni davanti alle sale bingo. Altri offrono test per varianti Covid ai centri ricreativi per anziani. A Laguna Pueblo, New Mexico, hanno fatto lo stesso. E, come in un passa parola umanitario, iniziative simili si registrano tra i nativi dell’Oklahoma. Nell’America che vede contestata dai repubblicani la nomina, per la prima volta, a segretario dell’Interno una nativa americana, Deb Haaland, questa catena di solidarietà lancia un messaggio concreto al Paese. “Più persone si vaccinano, prima usciremo dalla pandemia”, spiega all’agenzia Ap Manuel Heart, leader della tribù degli Ute. La parola più gettonata è “orgogliosi”. Orgogliosi di essere stati efficienti, organizzati, e ora pronti ad aiutare gli altri. Come Joyce Dugan, 72 anni, ex direttrice del Cherokee Indian Hospital: “Sono orgogliosa di sapere che siamo stati in grado di fare tutto questo”.
Mentre molte minoranze incontrano problemi nel vaccinarsi, i Cherokee che vivono nel North Carolina, circa sedicimila, si sono organizzati subito per affrontare l’emergenza. Il sistema sanitario dei nativi ha gestito circa 385 mila dosi che, in rapporto alla comunità, è pari a una media di 18.490 dosi ogni centomila persone, una delle più alte in Usa. Da metà dicembre, più di tremila Cherokee, quasi il venti per cento del totale, hanno ricevuto almeno una dose. Il sistema sanitario della comunità sta gestendo il servizio assieme a oltre 340 tribù sparse negli Stati Uniti. L’efficienza nasce dall’abitudine all’emergenza: i nativi americani e quelli dell'Alaska, da anni devastati da alcolismo, depressione, e emarginazione, avevano quattro volte più possibilità degli altri di finire ricoverati per il Covid. “Questo - ha spiegato Abigail Echo-Hawk, direttrice del Seattle Urban Indian Health Institute - ha fatto scattare il nostro innato istinto di protezione della comunità”.
Tra i nativi il lockdown è stato spesso molto rigido e immediato, fin dall’inizio della pandemia. I casinò, molti dei quali gestiti dalle tribù, vennero chiusi subito. Solo ai lavoratori essenziali e ai residenti venne consentito di accedere alle aree riservate, lasciando fuori i turisti. I Navajo, concentrati in Arizona, New Mexico e Utah, con oltre 175 mila membri, fiutando il pericolo, dichiararono lo stato d’emergenza senza aspettare i primi decessi. Soltanto di recente la Navajo Nation ha tolto il lockdown nei weekend, ma solo per facilitare la vaccinazione. Qui sono state gestite 90 mila dosi. Con l’aiuto del governo federale, i Navajo sperano di raggiungere centomila entro la fine della settimana. Per aiutare i residenti e gli esterni, perché come recita una scritta all’ingresso di uno degli ospedali Cherokee, “Ni-hi tsa-tse-li”, “appartiene a te”. Adesso apparteranno anche a chi non fa parte della tribù.