Con una cerimonia pacifica, che per la Libia costituisce un incredibile successo, a Tripoli il presidente Fayez Serraj ha passato i suoi poteri al nuovo presidente del Consiglio presidenziale Mohammed Al Menfi e al nuovo primo ministro Abdulhamid Dbeibah.
I tormenti della Libia sicuramente non sono archiviati, ma se non altro una fase di violentissima guerra civile per il momento è stata congelata: il “Governo di Unità Nazionale” di Abdulhamid Dbeibah è riuscito a riunificare le due amministrazioni in cui si erano divise Tripolitania e Cirenaica, e rimette allo stesso tavolo rappresentanti di tutte le aree geografiche e politiche del paese.
Il cambio di governo è stato favorito dal processo politico guidato dalle Nazioni Unite: il governo Dbeibah è nato il 5 febbraio a Ginevra, votato da 75 delegati scelti proprio dalle Nazioni Unite. La settimana scorsa il governo è stato investito dalla fiducia del parlamento riunito per la prima volta da anni a Sirte.
Uscendo di scena Serraj ha tenuto un breve discorso in cui ha ricordato le “infinite difficoltà” che il suo governo ha dovuto affrontare in questi cinque anni in cui lui è stato al vertice del Consiglio presidenziale. Dalla guerra al terrorismo dell’Isis, alle varie emergenze umanitarie, sanitarie, alimentari. Ma soprattutto il vero pericolo è stata l’offensiva militare lanciata nell’aprile del 2019 dal generale Khalifa Haftar che per mesi è stato sul punto di strangolare lo stesso Serraj e i suoi alleati a Tripoli.
Serraj ha guidato il paese per 5 anni, dopo gli accordi che le fazioni libiche avevano raggiunto a Skirat, in Marocco, il 17 dicembre del 2015. Il suo governo non era riuscito ad entrare a Tripoli se non il 30 marzo 2016, grazie a un viaggio via mare da Tunisi su 2 motovedette libiche scortate anche dalla Marina militare italiana.
Per mesi Serraj è sembrato a tutti un leader politico molto debole. Ma invece la sua indole personale e politica, il gioco corretto che ha saputo introdurre, il ruolo che si è ritagliato gli hanno permesso di superare tempeste di ogni tipo. E soprattutto di sopravvivere alla fase dell’attacco militare a Tripoli, di arrivare al punto in cui il paese è arrivato oggi. Ovvero quello di poter prevedere una nuova ripartenza con un governo di tutte le fazioni del paese.