BANGKOK. Il 1971 fu un anno orribile e alla fine incredibilmente catartico per 100 milioni di abitanti del Bangladesh. In nove mesi, dal 26 marzo che vide accendersi la scintilla della rivolta, al 16 dicembre, giorno della Liberazione, morirono a centinaia di migliaia per staccarsi dal dominio del lontano e dispotico Pakistan che voleva perfino sostituire l’urdu al poetico bengali.
Raid e torture
Sono stime approssimative, solo di quanti furono uccisi in raid sistematici, agguati, esecuzioni, stupri di massa, dopo inaudite torture inflitte nelle celle del regime da genti della stessa fede nell’Islam. Ma in tre milioni morirono comprese le vittime di carestie, depressione, malattie non curate, in un paese attraversato da cicloni e alluvioni catastrofiche.
I massacratori erano perlopiù soldati della Terra dei puri, il neonato Stato islamico staccatosi da una costola del continente indiano con la partizione del 15 agosto 1947. Ma il ruolo dei fondamentalisti locali come Jamaat-e-Islami fu preponderante e ancora oggi influenza in molti modi la politica e la vita sociale, con punte drammatiche come il periodo delle stragi di blogger ateisti e intellettuali liberal tra il 2013 e il 2016.
I trattati con gli inglesi
Tutto ebbe origine quando Islamabad ottenne nei trattati del ’47 con gli inglesi - in frettolosa partenza dalle colonie - il vasto territorio affacciato sull’oceano indiano, allora noto come Bengala orientale, poi trasformato in Pakistan Orientale. A giustificare la scelta surreale, che significava far governare la capitale bengalese Dacca da migliaia di km di distanza - e senza Internet - c’era la regola base della Partizione: assemblare genti di comune fede nel dio dell’Islam. Ma pochi valutarono le profonde differenze tra le due antiche culture.
Se i bengalesi si offrirono al martirio per cambiare il regime pro-pachistano sostenuto dai fondamentalisti islamici bengalesi, il motivo era proprio l’impossibilità mentale e fisica per questo popolo musicale e poetico di sottostare a regole rigide come quelle della sharia sunnita, applicata soprattutto allora in Pakistan. Il leader della Guerra di Liberazione, sostenuta dall’India anche con l’intento di salvare i suoi 18 milioni di hindu intrappolati nel conflitto, era un uomo di lettere oltre che stratega politico e militare. Si chiamava Sheikh Mujibur Rahman e nel suo discorso preparatorio alla ribellione di quel marzo infuocato usò i versi del sommo poeta nazionale e Nobel Tagore, oltre a “Joy Bangla” che diventerà l’inno della Vittoria bengalese adottato ancora oggi. Come propaganda emotiva quei testi scelti da Muji invitarono alla disobbedienza civile e alla resistenza armata, e il primo appuntamento di lotta fu fissato all'Ippodromo di Dacca il 26 marzo. I sanguinosi scontri che ne seguirono furono l’inizio della rivoluzione e delle conseguenti stragi sistematiche di intellettuali, di sospetti membri della Awami League di Muji, gente comune accusata anche se innocente per creare terrore. Ma il grido di guerra "Ave Bangla" ha continuato a risuonare per nove lunghi mesi nelle strade di tutte le città sulle rime del discorso del futuro Padre della Patria: “Ora la lotta è la lotta per la nostra emancipazione; ora la lotta è per la nostra indipendenza!”.
Le due donne
Di questa guida rivoluzionaria e simbolo spirituale della rivolta ricorre in questi giorni anche il centenario della nascita, e la sua figura ancora domina la politica bengalese attraverso sua figlia Sheikh Hasina, attuale premier e unica sopravvissuta assieme a una sorella all’assassinio di suo padre e al massacro dell’intera famiglia commessi da golpisti militari il 15 agosto 1975, quattro anni dopo l’ottenuta indipendenza. Fu un giorno scelto forse non a caso per il riferimento immediato a quello della Partizione India-Pakistan che ha condizionato a lungo e ancora condiziona le sorti del Bangladesh.
I cadetti ribelli che uccisero Mujibur prepararono o comunque anticiparono un golpe più grande, dove avrà un ruolo fondamentale il marito di un’altra donna divenuta per decenni influente nella politica bengalese, Khaleda Zia. Lui si chiamava Ziaur Rahman, e fu messo a capo dell’esercito dal nuovo dittatore che quel 15 agosto a Dacca si auto-nominò presidente, col cadavere ancora caldo del padre della nazione e dei suoi familiari. Ziaur ne prese presto il posto e governò col pugno duro sostenuto dai fondamentalisti islamici, ma nell’esercito era emersa una formazione ancora più potente e nell’81 venne assassinato lasciando Khaleda vedova, madre di numerosi orfani e a capo della sua creatura politica, il Partito nazionalista bengalese.
Da allora Khaleda è stata per tre volte primo ministro con il BNP, fondato in opposizione alla Awami League di Mujibur che è oggi diretta dalla figlia Hasina. L’attuale premier è stata a sua volta già seduta tre volte sullo scranno di capo del governo, vincendo le resistenze degli stessi fondamentalisti del passato, ancora pro-pachistani, ancora pericolosi, che hanno sostenuto con i propri voti e deputati i nazionalisti di Khaleda. La storia li accusa di aver infiammato le piazze in questi ultimi decenni con altri morti, provocazioni e massacri di membri della Awami e oppositori della sharia. Ma qualcuno sostiene che Hasina stessa fosse stata troppo titubante nella lotta agli estremisti, intrapresa a tappeto solo dopo le stragi dei blogger atei della metà di questo decennio.
Storicamente negli anni della grande rivolta anti-pachistana di cui ricorre il cinquantenario, il nuovo regime di Islamabad già aveva consolidato strette relazioni di intelligence con gli Stati Uniti, a quel tempo diffidenti dei rapporti tra la grande India e l’espansionista Russia per la solita paranoia del comunismo in Asia. Ma tra le tante contraddizioni c’era il fatto che per raggiungere Dacca da una qualsiasi città del Pakistan occorreva attraversare 1000 km di territorio indiano, dunque nemico.
Passò un quarto di secolo durante il quale l’odio verso gli usurpatori e i loro collaboratori traditori crebbe assieme al malessere per le conseguenze del ciclone Bhola che fece almeno mezzo milione di vittime nel novembre del ’70, pochi mesi prima dell’inizio della rivolta, di certo influenzata dalla disperazione del momento.
Il movimento di disobbedienza civile
Quel 26 marzo rappresentò il salto dal movimento di disobbedienza civile - che fu simile all’odierno “CDM” dei giovani birmani contro i generali dl Myanmar - a una fase di vera e propria guerra civile. Ma i ribelli bengalesi avevano al loro fianco l’India, che fu determinante per abbattere il regime pachistano, mentre i giovani birmani – che chiusero un occhio quando la stessa sorte toccava 4 anni fa agli islamici Rohingya – non hanno potuto contare finora su nessun paese vicino, nemmeno su Delhi, che si appresta perfino a rimpatriare nel Myanmar centinaia di Rohingya rifugiati in Jammu e Kashmir mettendo le loro vite a rischio.
Per capire le radici del viscerale odio anti-pachistano e anti-fondamentalista di grandi masse - compreso un 18 per cento di cittadini hindu – non furono secondarie le misure impopolari e chiaramente discriminatorie verso la loro etnia bengalese. Il Pakistan occidentale controllava l'industria e il commercio, mentre l’allora “Pakistan orientale” era prevalentemente un fornitore di materie prime e manovalanza a basso costo. Il rapporto squilibrato portò nel 1959-60 a un reddito pro capite in Pakistan del 32% superiore a quello della “colonia” orientale. Ma nel 1969-70 il vantaggio balzò all'81%.
L’attacco alla lingua del ’71 fu la logica conseguenza del dominio sunnita favorito dalla miopia degli inglesi. Il grande artefice della separazione con l’India, l’ex capo della Lega musulmana Muhammad Ali Jinnah rispettato dai potenti della terra, fu il primo a dire che solo l'urdu parlato dai musulmani nel nord e nel nord-ovest della British India poteva e doveva essere la lingua del nuovo Stato. Non solo. Il bangla utilizzato dal popolo bengalese venne perfino bollato da mullah e politici pachistani come “una lingua non musulmana".
Quando Mujibur vinse con la Awami League le prime elezioni libere del 1970 e ripristinò la lingua madre, la giunta militare rifiutò di fargli formare un governo. Ma la disobbedienza civile divenne a quel punto un fenomeno inarrestabile e ovunque la resistenza issava i ritratti del suo leader come oggi accade con il volto di Suu Kyi in Myanmar.
Con l’inizio delle sommosse l'esercito pachistano lancio’ la famigerata “operazione Searchlight” che portò all’arresto di Mujib da poco eletto. Venne trasferito in Pakistan mentre civili, studenti, intellettuali, politici e disertori militari bengalesi finivano assassinati brutalmente. Fu un genocidio che in quell’anno di entusiasmo e terrore costò la vita di almeno un milione di persone, o forse più come dicono altre fonti. Molti, giovani e non, si unirono ai guerriglieri Mukti Bahini aiutati dalle forze armate indiane, e furono loro a sconfiggere militarmente soldati pachistani e collaborazionisti.
Dopo l'indipendenza del Bangladesh, il loro eroe fu rilasciato dalla custodia pachistana grazie alle pressioni internazionali e nel ’72 Mujib tornò a Dacca. Divenuto premier, incaricò il Parlamento provvisorio di scrivere una nuova Costituzione con i quattro pilastri fondamentali di "nazionalismo, secolarismo, democrazia e socialismo". L’anno dopo la sua Awami League vinse un nuovo enorme mandato nelle prime elezioni generali, ma ovunque erano disoccupazione, povertà, corruzione, flagelli ai quali si aggiunse la pesante carestia del 1974.
Fu in questa crescente ansia e agitazione politica che Mujib pensò di instaurare l’ordine con un governo socialista a partito unico. Nell’anno della grande fame, appena tre anni dopo aver ottenuto la libertà, il Padre della nazione dichiarò lo stato di emergenza. Il 25 gennaio 1975 fece approvare un emendamento alla Costituzione che sostituì il sistema parlamentare con un sistema presidenziale, riducendo il potere del Parlamento nazionale e della Corte suprema per affidarlo al nuovo monopartito da lui diretto. Pochi mesi dopo, nel giorno oggi commemorato religiosamente ogni 15 agosto, un gruppo di giovani ufficiali andò a casa sua con l’ordine di ucciderlo assieme a tutti i suoi cari. Sheikh Hasina si trovava in Germania assieme al marito fisico che gli aveva fatto sposare papà Muji salvandogli di fatto la vita, e alla sorella Rehana. Entrambe dovettero aspettare sei anni prima di poter tornare a Dacca, dove Hasina vinse subito le elezioni del primo mandato di leader della Awami di suo padre.
Facile immaginare il senso di rabbia e di ingiustizia subita nei suoi stessi affetti covato da questa donna oggi 73enne, nata un mese dopo la Partizione India-Pakistan, decisa a vendicare i suoi cari e tutti i bengalesi massacrati durante la guerra di Liberazione. Molti ex alleati locali dei pachistani sono stati giustiziati dopo lunghi processi voluti da Hasina stessa per fargli pagare le responsabilità del vero e proprio genocidio del ’71 e la morte dei familiari.
Che dietro alla mano degli assassini di suo padre ci fosse stato un piano preordinato fu chiaro alla futura premier quando un certo Khondaker Mostaq Ahmad si autonominò presidente del Paese. Ahmad giunse ad elogiare pubblicamente gli assassini di Sheikh Mujibur, anche se ne era stato consigliere-confidente e aveva promulgato a suo nome una nuova Costituzione. Ahmed mise a capo dell’esercito il generale Ziaur Rahman, che divenne il successivo dittatore nonché marito di un’altra forte personalità femminile di questo paese islamico, Khaleda Zia. Sua moglie era destinata a essere l’eterna nemica di Hasina, con la quale si alleò soltanto una volta per estromettere un altro despota loro comune nemico. Ma da allora si sono combattute alle urne e nelle piazze, con scontri sanguinosi tra le diverse fazioni, comprese quelle dei soliti militanti fondamentalisti che appoggiarono più volte Khaleda.
Nella memoria di entrambe resterà impresso l’appellativo usato dal capo dei golpisti che chiamò gli assasssini del Padre della Nazione “Shurjo Shontan” (figli del sole). Ziaur, già sposo di Khaleda, concederà ai killer l’immunità dall’azione penale per l’orrenda strage familiare e Hasina, nel suo primo atto di governo, abolì quell’ordine. Non solo. Volle indagare anche su tutti gli altri delitti di quei 9 mesi che sconvolsero il Paese delle grandi maree. Il 3 novembre ad esempio, chiamato “il giorno della strage in cella”, quattro leader del suo partito vennero uccisi in carcere per essersi rifiutati di collaborare facendo la spia al dittatore Mostaq, successivamente estromesso dal potere con un altro colpo di Stato.
L’elenco dei golpe sarebbe lungo, ma quello del ’76 segna l’inizio dell’era dittatoriale del già citato Ziaur Rahman, marito dell’ex premier Khaleda. Le turbolenze seguite alla drammatica uccisione di Mujibur furono represse grazie al controllo ottenuto da Ziaur sull'esercito e nel ’78 si dichiarò presidente, firmando l’ordinanza che condonava gli assassini del Padre della Nazione.
Nel 1998, durante uno dei mandati di Hasina, una dozzina di ufficiali dell'esercito vennero condannati a morte per i massacri del ’71 e la Corte Suprema fece eseguire le prime cinque di una lunga serie di impiccagioni al termine di un processo dove emersero anche responsabilità della Cia americana, che era operativa in Pakistan contro l’asse India-Russia.
Le conseguenze geopolitiche
Oggi il paese, pur nella crisi del coronavirus che colpisce molte economie, conosce un periodo di relativa pace e sviluppo, ma i fattori geopolitici scatenati con l’occupazione pachistana continuano a condizionare le relazioni con tutto il sud e sud est asiatico. Basta pensare all’esodo di quasi un milione di Rohingya dall’Arakan birmano attraverso le rive del fiume che separa i due paesi, e ora ospitati in condizioni precarie.
Tra i motivi per cui il Bangladesh li ha accolti c’è la memoria di un passato da esuli, quando milioni di bengalesi affamati e scheletrici ottennero rifugio nel Bengala occidentale rimasto nella federazione indiana. Erano gli anni nei quali Madre Teresa raccoglieva i cadaveri nelle strade di Calcutta invase dai profughi, opera che proprio nel ’71 gli valse il Premio della Pace concessole da Giovanni XXIII.
Se il Bangladesh è ancora prevalentemente povero, la situazione attuale non è nemmeno paragonabile a quella di 50 anni fa. La sanguinosa ferita delle divisioni si sta lentamente rimarginando, almeno finché l’opposizione nazionalista non deciderà di tentare una nuova letale alleanza con i fondamentalisti per riprendere il potere alla Awami League. Determinante sarà l’effetto della lezione di storia appresa in questo mezzo secolo dalle due principali sfidanti dello scacchiere politico nazionale, Hasina e Khaleda. Il risentimento della vedova del dittatore Ziaur nasce dai numerosi arresti con accuse di corruzione che ha sempre negato. Ma la sua nemica ha motivi validi per cercare di tenere a bada il suo movimento e la stessa libertà di azione della leader BNP. Anche se sono figlie della stessa cultura, la storia le ha separate per sempre.