NEW YORK - Per la delegazione americana il messaggio subliminale da consegnare ai rivali, confida un diplomatico, è questo: "Non siamo Obama 3". Cioè non illudetevi di tornare all'epoca in cui la Casa Bianca usava guanti di velluto con Pechino. Per la delegazione cinese, che gioca fuori casa, bisogna mostrare all'audience domestica che l'America non è più quella di una volta, è una potenza in crisi, "una tigre di carta" avrebbe detto Mao Zedong. Con queste premesse, il primo vertice bilaterale dell'era Biden è stato aperto da una raffica di accuse incrociate, ai limiti dell'offesa. In un clima teso, ad Anchorage (Alaska) le due delegazioni hanno avuto un confronto tutt'altro che diplomatico.
Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha elencato gli abusi contro i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, le minacce di Pechino a Taiwan, i cyber-attacchi contro bersagli americani e le pressioni ec…
Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha elencato gli abusi contro i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, le minacce di Pechino a Taiwan, i cyber-attacchi contro bersagli americani e le pressioni ec…
NEW YORK - Per la delegazione americana il messaggio subliminale da consegnare ai rivali, confida un diplomatico, è questo: "Non siamo Obama 3". Cioè non illudetevi di tornare all'epoca in cui la Casa Bianca usava guanti di velluto con Pechino. Per la delegazione cinese, che gioca fuori casa, bisogna mostrare all'audience domestica che l'America non è più quella di una volta, è una potenza in crisi, "una tigre di carta" avrebbe detto Mao Zedong. Con queste premesse, il primo vertice bilaterale dell'era Biden è stato aperto da una raffica di accuse incrociate, ai limiti dell'offesa. In un clima teso, ad Anchorage (Alaska) le due delegazioni hanno avuto un confronto tutt'altro che diplomatico.
Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha elencato gli abusi contro i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, le minacce di Pechino a Taiwan, i cyber-attacchi contro bersagli americani e le pressioni economiche contro l'Australia. Blinken ha definito queste azioni ""un attacco contro l'ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale". Gli ha fatto eco il National Security Adviser, Jake Sullivan: "È un assalto della Cina contro i valori universali".
La reazione è stata sullo stesso tono. Yang Yechi, capo della delegazione cinese e responsabile Esteri del partito comunista, ha dichiarato: "Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all'interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse, non è possibile strangolare la Cina, avete precipitato le relazioni bilaterali in una crisi senza precedenti".
Lo scontro si è esteso perfino alle regole procedurali: i padroni di casa americani hanno rimproverato i cinesi per il mancato rispetto dei limiti di durata degli interventi. Il Dipartimento di Stato Usa in un comunicato ha accusato la delegazione cinese "di essere venuta a fare propaganda, teatro e sceneggiate, anziché affrontare la sostanza". I cinesi hanno ribattuto accusando gli americani di arroganza e supponenza, nonché di voler limitare - suprema ironia - la loro "libertà di espressione".
Nell'arsenale retorico dei rappresentanti di Xi Jinping è apparso anche il movimento Black Lives Matter, a conferma che l'America razzista non può dare lezioni a nessuno sui diritti umani. Blinken ha contrattaccato: "Noi discutiamo apertamente i nostri problemi, voi cercate di nasconderli". Al termine di questo pugilato, da Washington è intervenuto Biden per applaudire i suoi: "Sono fiero di loro". Per completare il clima da match di boxe: l'allenatore grida il suo sostegno. Il copione è stato rispettato, dunque.
Da parte americana era stato chiarito che questo non era un incontro per negoziare qualcosa, ma per esporre con la massima trasparenza le proprie posizioni. Biden è duro con la Cina quanto Trump se non di più, e semmai la differenza è che la sua squadra sembra più unita, non ci sono note discordanti.
In quanto ai cinesi, non solo non si facevano illusioni ma i loro margini di manovra sono ridotti. In un recente discorso il presidente Xi ha definito l'America "decadente, fonte di caos, una minaccia per la nostra sicurezza nazionale". In un sistema gerarchico come quello che governa Pechino, nessuno ha interesse a contraddire il capo, anzi la sua analisi va confermata e rafforzata.
Il primo atto assomiglia dunque alle rappresentazioni dell'antica Opera di Pechino, con personaggi dalle maschere feroci, capaci di una sola espressione facciale. Poi ciascuno dovrà decidere dov'è conveniente fare concessioni e cercare compromessi. Il passaggio dalla faccia feroce ai tentativi di accordo non sarà facile né immediato. Gli americani hanno interesse a guadagnare tempo, spiega Sullivan, "per rafforzare la propria economia e compattare gli alleati", in vista della sfida-maratona con la grande rivale.
Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha elencato gli abusi contro i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, le minacce di Pechino a Taiwan, i cyber-attacchi contro bersagli americani e le pressioni economiche contro l'Australia. Blinken ha definito queste azioni ""un attacco contro l'ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale". Gli ha fatto eco il National Security Adviser, Jake Sullivan: "È un assalto della Cina contro i valori universali".
La reazione è stata sullo stesso tono. Yang Yechi, capo della delegazione cinese e responsabile Esteri del partito comunista, ha dichiarato: "Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all'interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse, non è possibile strangolare la Cina, avete precipitato le relazioni bilaterali in una crisi senza precedenti".
Lo scontro si è esteso perfino alle regole procedurali: i padroni di casa americani hanno rimproverato i cinesi per il mancato rispetto dei limiti di durata degli interventi. Il Dipartimento di Stato Usa in un comunicato ha accusato la delegazione cinese "di essere venuta a fare propaganda, teatro e sceneggiate, anziché affrontare la sostanza". I cinesi hanno ribattuto accusando gli americani di arroganza e supponenza, nonché di voler limitare - suprema ironia - la loro "libertà di espressione".
Nell'arsenale retorico dei rappresentanti di Xi Jinping è apparso anche il movimento Black Lives Matter, a conferma che l'America razzista non può dare lezioni a nessuno sui diritti umani. Blinken ha contrattaccato: "Noi discutiamo apertamente i nostri problemi, voi cercate di nasconderli". Al termine di questo pugilato, da Washington è intervenuto Biden per applaudire i suoi: "Sono fiero di loro". Per completare il clima da match di boxe: l'allenatore grida il suo sostegno. Il copione è stato rispettato, dunque.
Da parte americana era stato chiarito che questo non era un incontro per negoziare qualcosa, ma per esporre con la massima trasparenza le proprie posizioni. Biden è duro con la Cina quanto Trump se non di più, e semmai la differenza è che la sua squadra sembra più unita, non ci sono note discordanti.
In quanto ai cinesi, non solo non si facevano illusioni ma i loro margini di manovra sono ridotti. In un recente discorso il presidente Xi ha definito l'America "decadente, fonte di caos, una minaccia per la nostra sicurezza nazionale". In un sistema gerarchico come quello che governa Pechino, nessuno ha interesse a contraddire il capo, anzi la sua analisi va confermata e rafforzata.
Il primo atto assomiglia dunque alle rappresentazioni dell'antica Opera di Pechino, con personaggi dalle maschere feroci, capaci di una sola espressione facciale. Poi ciascuno dovrà decidere dov'è conveniente fare concessioni e cercare compromessi. Il passaggio dalla faccia feroce ai tentativi di accordo non sarà facile né immediato. Gli americani hanno interesse a guadagnare tempo, spiega Sullivan, "per rafforzare la propria economia e compattare gli alleati", in vista della sfida-maratona con la grande rivale.