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Un edificio crivellato di colpi a Wukro
Un edificio crivellato di colpi a Wukro (afp)

Tigray, i video dei massacri nella "guerra senza foto"

I militanti accusano le forze etiopi. Addis Abeba: "Messe in scena per ottenere sostegno internazionale". Il presidente Abiy Ahmed Ali sostiene che le operazioni militari sono chiuse da tempo, ma i rapporti Onu sostengono altro. La difficile verità su un conflitto su cui pesa una sorta di black out

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Le immagini sono crude e non lasciano spazio a interpretazioni. È violenza, è massacro, è guerra. “Guarda quello... si muove, è ancora vivo. Non fare la femminuccia, spara, spara, ammazzalo”. È solo una delle frasi gridate tra i colpi secchi in un video raccapricciante sulla mattanza nel Tigray di cui qui pubblichiamo alcuni fotogrammi.

Difficile dire quando e dove il video è stato girato, ma la brutalità delle immagini non ha bisogno di commenti né didascalie. Chi le ha diffuse sostiene che si tratta delle montagne intorno a Mai Harmaz, villaggio nella regione di Debre Abbay. Il massacro sarebbe avvenuto all'inizio di gennaio, durante le celebrazioni del Natale ortodosso.

Nel primo filmato una ventina di militari con la divisa dell'esercito etiope raccoglie un gruppo di civili, tutti maschi e giovani, in una radura. Prima li fanno sedere e li interrogano, parlano in amarico. Poi li spingono ad andare verso un dirupo. Lì avviene l'esecuzione di massa, a freddo.

Un fotogramma di uno dei filmati che testimoniano la mattanza nel Tigray
Un fotogramma di uno dei filmati che testimoniano la mattanza nel Tigray 

Negli altri filmati si vedono i militari farsi largo a colpi di kalashnikov tra i cadaveri. Se ne contano almeno trenta. Con le armi infieriscono su quei corpi già martoriati, tra la terra rossa e il sangue rappreso. Dopo li fanno rotolare giù per la scarpata. “Peccato non abbiamo del carburante (per bruciare i cadaveri, ndr)” borbotta un soldato mentre si allontana.

Come in altri filmati usciti negli ultimi giorni, la zona sarebbe sempre quella di Axum, un luogo simbolico in cui sono state attaccate anche moschee e altri siti religiosi cari ai tigrini. È questa la realtà del conflitto esploso a novembre tra i militanti del Fronte popolare per la liberazione del Tigray, Tplf, e l'esercito etiope, affiancato da quello eritreo e dalle milizia Amhara.

Le pressioni internazionali

Da Addis Abeba il presidente Abiy Ahmed Ali aveva assicurato che ogni operazione militare nella regione, abitata da circa sei milioni di persone, si era conclusa già da tempo. Aveva detto che ne aveva ripreso il controllo dopo gli scontri con la minoranza tigrina. In questi giorni è tornato a respingere le accuse e negare che la repressione continui.

I rapporti delle Nazioni unite e delle organizzazioni umanitarie dicono il contrario, però. Parlano di bombardamenti sui civili, violazioni dei diritti umani su base etnica e religiosa, stupri e atrocità di ogni genere. Al Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito all'inizio di marzo, la richiesta formale di arrestare ogni violenza è stata ostacolata solo da Cina, Russia e India, che si vorrebbero limitare alla questione umanitaria, senza rivolgere alcuna critica all'Etiopia. L'unico passo avanti il governo etiope lo ha fatto questa settimana chiedendo e ottenendo la disponibilità dell'Alta commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, a un'indagine congiunta sul conflitto. È solo una richiesta formale però e i tempi non sono stati stabiliti.

Da quattro mesi gli Stati uniti e la Commissione europea chiedono chiarezza. Il presidente Biden si era detto “severamente preoccupato per la situazione in Tigray” già a novembre e la settimana scorsa il segretario di Stato Antony Blinken ha parlato esplicitamente di “pulizia etnica”. Piena convergenza con le istituzioni europee: la situazione è “fuori controllo”, aveva dichiarato dopo la visita in Etiopia Pekka Haavisto, inviato dell'Alto rappresentante Ue. A gennaio la diplomazia europea ha chiesto l'accesso immediato per gli osservatori internazionali, pena il blocco degli 88 milioni di euro promessi all'Etiopia.

Gli interessi italiani

Vaga, invece, è la risposta della diplomazia italiana. La Farnesina conferma che l'ultimo comunicato ufficiale sul Tigray risale all'inizio di febbraio. In quella nota la vice ministra Emanuela Del Re si limitava a dirsi preoccupata per la crisi e a rallegrarsi con gli etiopi per l'accesso agli operatori umanitari, concesso nelle poche zone con campi profughi.

Il governo di Abiy Ahmed e quello italiano hanno sottoscritto un accordo di cooperazione militare nel 2019, in vigore da agosto 2020. L'accordo prevede anche “attività  nel  settore  dei  prodotti e degli equipaggiamenti  militari” oltre che scambi, formazione e ricerca nell'ambito della Difesa. D'altra parte, l’Etiopia è “il quinto mercato di destinazione dell’export italiano in Africa sub-sahariana” si legge nel sito della Farnesina, con una quota di mercato del 4 per cento, “molto superiore a quella dei principali competitors europei”.

L'investimento italiano più rilevante è legato alla diga del Gran Rinascimento (Gerd), destinata a diventare la maggiore diga del continente. Il progetto è piuttosto controverso e ha creato molte tensioni tra Etiopia, Sudan ed Egitto per la gestione delle acque del Nilo. La costruzione è cominciata nel 2011 ed è stata affidata alla Salini Impregilo o “Webuild”. L'opera è costata già più di quattro miliardi di dollari.


Il blackout mediatico

Intanto l'esercito etiope continua a occupare e smantellare le strutture sanitarie di assistenza alla popolazione tigrina, già provate dalla pandemia. Lo hanno confermato questa settimana gli operatori di Medici senza frontiere, Msf. Dei cento presidi nella regione solo tredici sarebbero rimasti in funzione e i soldati armati avrebbero requisito anche le ambulanze per impedire i soccorsi nelle aree più remote.

Le accuse al presidente Abiy Ahmed – premio Nobel nel 2019 per la pace con l'Eritrea, ora sua alleata - pesano ancora di più perché nella zona è stato vietato l'accesso ai giornalisti. I media ormai chiamano quella del Tigray the war without photos, la guerra senza foto. Il blackout dei mezzi di comunicazione vale anche per i pochi operatori umanitari presenti, quelli che assistono le famiglie e gli sfollati in fuga verso il Sudan, oltre 45mila secondo le Nazioni unite. L'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ricorda che il Tigray già ospitava circa centomila rifugiati eritrei.

Gli etiopi hanno incolpato più volte i militanti del Tplf di diffondere informazioni false o creare messe in scena per avere sostegno internazionale, ma confutare quel video è praticamente impossibile. I cadaveri sono reali e tutto fa pensare che si tratti del Tigray. Chiunque abbia messo in atto quella violenza deve risponderne, deve dare una spiegazione, dire la verità.