Tel Aviv - Questa mattina si sono aperte nuovamente le urne per gli elettori israeliani, richiamati al voto per la quarta volta in due anni. Il cielo dipinto di giallo per un’ondata inaspettata di khamsin, il vento caldo del deserto, richiama immagini da giorno del giudizio. Ma la speranza che da queste consultazioni esca effettivamente un giudizio netto sull’operato di una classe politica così frammentata, sembra essere ancora una chimera. L'ultima volta che si è tenuto l'appuntamento elettorale, il 2 marzo 2020, il Covid era ancora un'incognita: c'erano solo una decina di casi nel Paese, ma già circa seimila persone in quarantena, che avevano votato in seggi speciali. Un anno dopo, Israele torna a votare con il più alto tasso di immunizzazione al mondo (oltre la metà della popolazione è già vaccinata con la seconda dose del siero Pfizer). E se nell'ultimo mese il Paese è tornato a vivere la vecchia routine fatta di ristoranti, bar, luoghi della cultura, spiagge affollate, oggi la nuova normalità nell'era Covid, almeno per un giorno, è piuttosto presente.
Circa 40.000 persone in quarantena e 12.000 positive votano infatti in 800 seggi ad hoc negli ospedali, nelle case di riposo e negli ambulatori di quartiere, ma anche in appositi centri "drive in". Chi non dispone di un veicolo, può prenotare il servizio di trasporto organizzato dal comitato elettorale centrale.
I seggi accessibili al resto della popolazione quest'anno sono raddoppiati per evitare sovraffollamenti, mentre droni monitorano dal cielo la formazione delle code. Se si dovessero individuare assembramenti troppo corposi, potrebbe venire in soccorso uno dei 50 "voting bus", autobus del servizio pubblico convertiti in seggi mobili.
La grande incognita di questo quarto round elettorale è l'affluenza alle urne. Nei tre appelli precedenti - aprile 2019, settembre 2019, marzo 2020 - l'affluenza è aumentata sensibilmente, passando dal 68 al 71%, ma questa volta potrebbe avere il suo peso sia il fattore assuefazione, con il pubblico stremato dall'impasse politica, sia il timore dei contagi, nonostante gli sforzi del comitato elettorale per garantire un voto in sicurezza. Nel pomeriggio l’affluenza è al 42,3%, in calo del 4,7% rispetto alle ultime elezioni. L'affluenza sarà determinante per decretare la sorte di almeno quattro partiti che oscillano sulla soglia di sbarramento (3,25%), decisivi per stabilire una qualsiasi futura compagine di governo. Tra questi vi è anche Blu Bianco di Benny Gantz – che nei sondaggi è dato in calo da 33 a 4 mandati - attuale ministro della Sicurezza, che secondo l'accordo di rotazione del governo stipulato nel maggio scorso, avrebbe dovuto accedere alla posizione di premier al posto del primo ministro Benjamin Netanyahu a novembre 2021.
L'altro grande enigma che complicherà la lettura dei risultati sono le doppie buste, ossia quei voti espressi nei seggi non di residenza, il cui spoglio inizia solo 24 ore dopo la chiusura delle urne e prevede un procedimento più lungo per monitorare eventuali brogli. Quest'anno, si conta mezzo milione di voti espressi in questa modalità - compresi quelli dei positivi, malati e quarantenati, nonché i voti di migliaia di israeliani che solamente oggi rientrano nel Paese per votare, in seguito alla riapertura dell’aeroporto domenica dopo mesi di restrizioni. Ad accoglierli all'atterraggio, oltre alla postazione tamponi, vi saranno anche i seggi elettorali.
Il Presidente dello Stato Reuven Rivlin - che nel corso del suo mandato settennale, in conclusione a giugno, ha supervisionato ben cinque tornate elettorali – esprimendo il suo voto si è rivolto ai cittadini invitandoli a votare: “Voterò oggi per l'ultima volta da presidente, ma soprattutto da cittadino preoccupato. Molto preoccupato”. E ha lanciato un monito: “Le elezioni alla Knesset sono l'apice della nostra democrazia. Quattro elezioni in due anni erodono la fiducia del pubblico nel processo democratico".
Il premier in carica, Benjamin Netanyahu, accompagnato al seggio dalla moglie Sara appena dimessa dall’ospedale per un intervento di appendicite, ha elogiato “la festa della democrazia”, auspicando che le urne questa volta esprimano un risultato netto. Dal canto suo, l’alleato di governo e rivale politico Gantz ha dichiarato che “se siamo giunti a questa situazione è solo per la volontà di Netanyahu di salvarsi dal suo processo a ogni costo, anche se ciò significa indebolire la democrazia israeliana”. Il processo di Netanyahu – imputato per corruzione, frode e abuso di potere – entrerà nel vivo il 5 aprile con l’inizio delle udienze dei testimoni. Secondo la legge israeliana, solo un primo ministro in carica può continuare a esercitare l’incarico anche se rinviato a giudizio. Mai come in passato, questo round elettorale è percepito come un vero e proprio referendum su Netanyahu, il premier più longevo della storia del Paese, in carica dal 2009.
Gli exit poll sono previsti alle 22:00 (21 in Italia), con la chiusura dei seggi. Ma secondo la presidente del comitato elettorale, solo venerdì si avranno i risultati definitivi. Gli ultimi sondaggi pubblicati fotografano risultati simili a quelli delle scorse tornate elettorali: nessun candidato premier ha i numeri sufficienti (61 seggi su 120) per formare un governo contando solo sugli alleati naturali e quindi, con ogni probabilità, assisteremo nuovamente a una lunga fase di negoziati tra i partiti. Diversamente dalle tre puntate precedenti però, questa volta il Likud di Netanyahu è il primo partito indiscusso, con 32 seggi, mentre il secondo partito, Yesh Atid di Yair Lapid, attualmente capo dell'opposizione, è dato solo a 20 seggi. L'ago della bilancia potrebbe essere il leader della destra nazionalista Naftali Bennet, che - insieme ai partiti ultraortodossi che tradizionalmente appoggiano Netanyahu - con i suoi 8-10 seggi potrebbe garantire all'attuale premier una maggioranza, anche se piuttosto risicata. Un altro scenario possibile è che proprio i partiti ultraortodossi, legati a Netanyahu più dal pragmatismo che dall’ideologia, di fronte a una nuova situazione di stallo politico, si spostino verso la “coalizione del cambiamento”, la compagine che vede tutte le altre forze politiche unite nell’obiettivo di mandare a casa il premier in carica, alla quale possono portare in dote circa 15 seggi. E, per quanto assurda possa sembrare, l'opzione di quinte elezioni già in estate rimane uno scenario che nessun analista si sente più di escludere.