L’AJA – Il primo aveva 20 seggi al Parlamento olandese, e alle legislative della settimana scorsa ne ha perduti 3. L’altro che ne aveva 2, ne ha invece guadagnati 5. Stiamo parlando di Geert Wilders, 57 anni, segretario del PVV, il Partito per la Libertà, e di Thierry Baudet, 38 anni, leader del FvD, il Forum per la Democrazia, da quando l’ha creato nel 2016. Sono entrambi esponenti dei principali partiti sovranisti dei Paesi Bassi, eppure Wilders ha perso le elezioni, facendo retrocedere la sua formazione al terzo posto, scavalcata mercoledì scorso dal riformista D66, mentre l’altro ne esce vincitore. «Hanno due stili diversi ma sono fatti della stessa pasta», dice il filosofo Paul Scheffer, professore di Studi europei all'Università di Tilburg e membro di spicco del Partito laburista. «Si dicono entrambi euroscettici e contrari al multiculturalismo professandosi favorevoli al Nexit, e cioè all’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione Europea. In realtà, le loro differenze si nascondono nei dettagli».
Le biografie politiche
Infatti, sono molto diverse le loro biografie politiche. Wilders, anzitutto, del quale si racconta che si tinga i capelli di biondo platino perché altrimenti, per via delle sue radici indonesiane, non sembrerebbe abbastanza olandese, tanto che nella sua città natale, la cattolica Venlo, quand’era ragazzo lo chiamavano “negro”. Si dichiara antifascista, anticomunista, filosemita e soprattutto contrario all’Islam. Secondo la Fondazione Anna Frank, che si occupa di razzismo e antisemitismo, Wilders può essere considerato di estrema destra, seppure con molti "se" e molti "ma". Per il suo odio nei confronti dei musulmani, vive sotto scorta ed esce di casa soltanto circondato da una falange di guardaspalle. Il PVV è il suo partito personale, le cui finanze sono tenute segrete. Quanto al suo programma di de-islamizzazione dell’Olanda, prevede la chiusura di tutte le moschee e la messa al bando del Corano che paragona al Mein Kampf di Hitler. I suoi principali alleati europei sono la frontista Marine Le Pen e il leghista Matteo Salvini.
Baudet si presenta in pubblico sempre elegantemente vestito, e sfoggia una facondia colta e raffinata. E’ un avvocato che si è laureato in Legge all’Università di Amsterdam e che ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Leiden, dove è stato professore di materie giuridiche. Ha più volte ripetuto che a farlo entrare in politica sono stati gli attentati dell’11 settembre 2001 e, l’anno dopo, l’omicidio di Pim Fortuyn, fondatore del primo movimento liberal-conservatore e anti-islamista olandese. Nell’ottobre scorso, dopo esser stato accusato di antisemitismo e omofobia, Baudet non ha fatto granché per discolparsi. «Si dice che Wilders sia l’uomo del popolo e Baudet quello delle élite. Ma non è del tutto vero, perché se si guarda la mappa del voto, il leader del FvD ha raccolto molte preferenze anche presso quei contadini arrabbiati con il governo per le misure ambientaliste dettate dagli imperativi degli accordi sul clima», spiega Paul Scheffer.
Secondo Luca Bertolini, da dodici anni professore di Urbanistica all’Università di Amsterdam, Baudet è un politico ambiguo e manipolatore, carismatico e demagogo, che gioca con le parole senza nessuna morale, e che è pronto a smentire con forza quanto aveva affermato poco ore prima. «Wilders è decisamente più coerente e, in ambito sociale, il leader del PVV ha sempre auspicato un ruolo più importante dello Stato olandese nell’educazione e nella sanità, argomenti che non interessano Baudet. Detto ciò, paragonati agli altri leader politici, chiunque essi siano, che affrontano con coraggio e creatività i problemi veri, questi due populisti si sciolgono come burro al sole, essendo stati sempre incapaci di risolvere tutto ciò che davvero riguarda gli olandesi», aggiunge il professor Bertolini
La scrittrice Rosita Steenbeck spiega la vittoria di Baudet con la scelta di cavalcare in campagna elettorale le critiche al lockdown e di mostrarsi vicino ai NoVax. «E’ stato il solo a organizzare comizi ovunque fregandosene delle restrizioni e fomentando la collera dei giovani e dei proprietari di bar e ristoranti con i suoi attacchi contro le scelte del governo per contenere la pandemia. Su quest’argomento Wilders è stato più moderato, e ha condotto una campagna elettorale più tradizionale insistendo sul suo solito discorso contro i musulmani, lo stesso che ripete dal 2004. Se ha perso è perché la gente s’è stufata di sentirlo urlare da fuoricampo, perché lui non ha mai voluto partecipare a nessun governo di coalizione». Sul piano ideologico c’è tuttavia una differenza tra i due. Wilders è contro l’immigrazione, soprattutto quella da Paesi musulmani. Il suo slogan, che ripete come un mantra, è che nei Paesi Bassi ci sono troppi stranieri islamici. Il motto di Baudet è piuttosto: «Salviamo la razza olandese», di cui si erge a difensore contro la corruzione che porta con sé lo straniero. «Un teoria altrettanto disgustosa e sicuramente più pericolosa».