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Sudafrica, il museo dell'apartheid costretto a chiudere per l'emergenza Covid

Sudafrica, il museo dell'apartheid costretto a chiudere per l'emergenza Covid
Inaugurato vent'anni fa a Johannesburg, raccoglie la più completa testimonianza documentale sul lungo regime di segregazione razziale. Massima incertezza sulla possibile data di riapertura
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Terra rossa, sudore e soldi furono i cardini per edificare la Città dell'Oro, Gold Reef City, una "barriera corallina" dove scavare per far ricchi i bianchi e per far finire stremati di fatica i neri. Miniere, strade polverose e immondizia sono state la pietra fondante per costruire Johannesburg e con essa il razzismo. Qui c'è l'Apartheid Museum, la storia di come è nata, cresciuta e (più o meno) sparita la segregazione. Ora però un cartello alla porta dice che dal primo marzo il museo è "chiuso fino a data da destinarsi". L'anno scorso, il coronavirus l'ha messo in ginocchio. A dicembre, vacanze alle porte, ha riaperto anch'esso, ma la falda si è seccata lentamente. Nel posteggio non ci sono auto e pullman, intorno l'erba comincia a riconquistare spazio.
 
L'apartheid si chiamò così, con un eufemismo coniato per non urtare la sensibilità, "separazione": bianchi da una parte, neri dell'altra. È lo stesso concetto con un nome diverso, dopo che nel 1948 i bianchi afrikaner vinsero le elezioni contro i bianchi inglesi. Gold Reef City prospera ancora un po', ma abbandonata all'inizio degli anni '70 per un parco a tema, attrazioni, la ruota panoramica e un salto a vedere dove era stato scavato l'oro, ora tirato su in altre zone. L'apartheid un giorno finì con la liberazione, e con l'elezione nel 1994, di Nelson Mandela che sarà presidente di neri, bianchi e di tutti i colori intermedi. Era la nazione arcobaleno.
 
La data scelta per l'apertura dell'Apartheid Museum è in sé un momento significativo: nel 2001 il secolo è nuovo, nuove le aspettative. Il primo visitatore è Mandela, con il carrellino da golf fa il giro con il curatore Christopher Till che alla fine dirà soltanto questo: "Questa, presidente, è la sua storia".
 
Con il biglietto all'entrata si sceglie: di qua bianchi, di là neri, poi si precipita nell'inferno. Prigioni, rivolte, omicidi, Sharpeville e il 1976 a Soweto, Winnie Mandela, Albertina Sisulu, Ruth First, persone comuni, il processo di Rivonia contro Maldela e gli altri esponenti che combatterano la segregazione, volantini, Biko, i casspir, camion con gli idranti e soprattuttuo proiettili per caricare neri, indiani, anche bianchi. E infine la libertà.
 
Quando lo visitò Michelle Obama e le sue figlie, la guida era John Kani, famoso attore sudafricano e uno dei consiglieri del museo. Ad un certo punto lei trattenne il fiato: "Voglio uscire, respirare prima di continuare". Si era fermata a contare le corde appese: sono 131, quelle le persone, con un nome alla base, che la polizia razzista ha impiccato.
 
Il regime di Verwoerd o Botha, De Klerk o Vorster ha "le mani insanguinate", parola di uno dei sicari al servizio dei razzisti, ma Till parlando con una giornalista dice che "il razzismo è presente anche adesso da tutte le parti, facciamocene una ragione. Il patrimonio costituito in questo luogo è più importante ora del 2001. È importante come insegnamento per tutti". Il coronavirus ha chiuso altri spazi che mostrano l'identità della nazione, come Liliesleaf, la fattoria vicino a Johannersburg dove sono stati presi i capi della rivolta contro la segregazione, o il teatro Fugard, a Città del Capo. Ora sono spente le tv dove si proiettano spezzoni di intervista e manifestazioni, tutto è buio, oscuro. Difficile che a settembre, come Till si augura, riapra. Si cercano fondi, si pensa di portarlo su Internet, meglio di niente, ma un museo è vivo quando lo si vede dal vero, a maggior ragione l'Apartheid Museum.