Esteri

"Ci arrestano solo perché esistiamo". Cosa significa oggi essere transgender nel mondo arabo

Raphael Khoury
Raphael Khoury 
Contro tutti i tabù, la testimonianza di Raphael Khoury, artista giordano fra i protagonisti di Queer Dada, maratona di scrittori queer e trans di tutto il mondo organizzata dalla John Cabot University dalle 18 in live streaming su Youtube
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Nelle strade del Cairo, tutti quelli che lo conoscono lo chiamano Raphael: un ragazzo dai capelli scuri e la carnagione lievemente olivastra, in nulla diverso da migliaia di altri della sua età in questa regione del mondo. Pochi, pochissimi, sanno che prima di Raphael c'era un altro nome e un'altra identità, quella che sta ancora scritta sui suoi documenti. Che riportano questo giovane alla vita di prima, quella che si è lasciata alle spalle quando ha deciso di abbandonare il corpo di donna in cui è nato per sposare in pieno quello di uomo a cui sente di appartenere.

Della sua transizione, Raphael Khoury, giordano di nascita, oggi residente fra l'Europa e il Cairo, ha deciso di fare uno degli elementi della sua arte. Questa sera sarà fra i protagonisti di Queer Dada, maratona di scrittori queer e trans provenienti da Brasile, Giordania, Stati Uniti, Olanda, Italia organizzata dal Dipartimento di Comunicazione della John Cabot University di Roma, dalle 18 in live streaming su Youtube. Per questo, ha deciso di affrontare un argomento che, nel Medio Oriente da cui viene, è assolutamente tabù, e raccontarci, a partire dalla sua esperienza individuale, come è la vita della comunità LGBT+ nel mondo arabo.


Com'è la situazione per la comunità LGBT+ nel mondo arabo? Negli ultimi anni c'è stato un doppio movimento: da una parte la rivendicazione a voce alta del diritto di esistere, con musica, film e festival. Dall'altra un'ondata di rifiuto, dimostrata dal divieto per la band di indie-rock libanese Mashrou Leila (il cui cantante è apertamente gay) di suonare in Giordania ed Egitto e culminata nel suicidio dell'attivista LGBT+ egiziana Sarah Hegazi...
"I due movimenti sono collegati. C'è stato un momento, quando i Mashrou Leila hanno cominciato a parlare di questi temi, in cui si è respirata libertà. Le autorità non capivano neanche di cosa stessero parlando. Ora l'hanno capito: e siamo nel pieno di una fase repressiva, in tutta la regione. Questo è valido per qualunque diritto civile, dalla Giordania, al Libano, all'Egitto, solo per citare qualche Paese. Ancora di più per i nostri. È una terribile fase repressiva, molto oscura, nel mezzo di una contro-rivoluzione. Prima del 2011 pensavamo che non potesse andare peggio, che non avevamo nulla da perdere. Ma ci sbagliavamo di grosso: siamo nel mezzo del Medioevo".


Di questo parlerà la sua performance stasera?
"Come tutti gli altri artisti partecipanti, prenderò il controllo da remoto del robot Comm·e,  della John Cabot university e lascerò che sia lui a dare voce al mio testo. Intorno a lui ci sarà un solo musicista, che suonerà in sottofondo nel pieno rispetto delle regole anti-Covid. Il pubblico sarà collegato in remoto. Il testo che leggerò è tratto da un lavoro che sto scrivendo sull'essere transgender e sui transgender come persone cancellate dalla storia".


Quale messaggio cercherà di fare arrivare al pubblico?
"Vivo a Berlino. E anche lì è difficile essere un transgender, nel pieno dell'Occidente e delle sue idee liberali. Ora sono al Cairo, e nessuno ha idea della mia identità, non se ne può parlare: è un luogo molto conservatore, non ci sono neanche le parole per descrivere la mia transizione, il fatto che sono nato donna ma sono un uomo. Ho parecchi problemi ogni volta che devo tirare fuori il passaporto, perché lì c'è il mio nome da donna e quindi le persone pensano che non si tratti di me: che io sia una spia, o abbia rubato i documenti. Non è facile. In Giordania, il mio Paese di origine, essere transgender può farti condannare ai lavori forzati per un periodo che va dai tre ai dieci anni. Questo vorrei far capire".

Quindi lei non può tornare a casa?
"Lo faccio. Nessuno è stato ancora arrestato per questa legge, che è nata come reazione al fatto che il movimento LGBT+ negli ultimi anni ha trovato la sua voce, anche nel mondo arabo. Ma è chiaro che quando torno devo affrontare parecchi problemi: all'aeroporto guardano il documento con la mia foto e il mio nome da donna e mi tengono fermo per molto tempo. Più procedo con la transizione, più tornare è difficile".


La sua famiglia cosa dice?
"Per loro basta non parlarne. Mio padre è giordano, mia madre tedesca: ma anche lei, come lui, è molto conservatrice. Hanno vissuto con sgomento i miei anni di ribellione aperta, quando vivevo da lesbica dichiarata. A un certo punto sono scappato a San Francisco. Abbiamo avuto dieci anni di scontro aperto, mia madre mi ha disconosciuto e ha provato a mandarmi in uno di quei campi dove vorrebbero cambiare il tuo orientamento sessuale. Non possono accettare la mia transizione: semplicemente, non ne parliamo. Io sono stanco di discutere: quando vado a casa mi taglio la barba. Io non dico, loro non chiedono. Fingono che non stia avvenendo nulla: fino a quando i vicini non parlano di me, va bene".

Ha la possibilità di cambiare il sesso sul passaporto?
"Ci sto provando. Su quello tedesco. Su quello giordano sarebbe impossibile. Da questo punto di vista sono molto fortunato rispetto ad altre persone che vivono nella regione. È una sorta di protezione".

Che spazio c'è per gente come lei in Paesi come la Giordania, dove è nato, o in Egitto dove è ora?
"Continuiamo a sognare. Ho scritto un lavoro sui transgender arabi: è andato in scena a Berlino e andrà in scena a Vienna. Non posso neanche immaginare che vada in scena qui al Cairo o in Giordania. Ci arrestano solo perché esistiamo, non c'è molto altro che possiamo fare. È molto triste dirlo. Ma se non ci sarà una nuova rivoluzione, nulla per noi potrà cambiare".