Liddy, l'anima nera del Watergate che si fece targare l'auto H2OGate
di Alberto Flores D'Arcais , di Alberto Flores D'ArcaisEra un agente dell'Fbi, è finito in carcere, ha condotto talk show radiofonici, ha scritto un paio di best-seller, si è candidato (senza successo) al Congresso, ha provato anche a fare l’attore. George Gordon Battle Liddy, morto il 30 marzo a 90 anni in Virginia, deve tutto, nel male come nel bene, al Watergate, il più famoso scandalo politico degli Stati Uniti che nei primi anni Settanta portò alle dimissioni del presidente repubblicano Richard Nixon.
Era lui la mente che aveva progettato l’irruzione nel Watergate per spiare le riunioni del partito democratico, che nel prestigioso hotel di Washington aveva il suo quartier generale. Ex agente federale, noto per le sue…
Era un agente dell'Fbi, è finito in carcere, ha condotto talk show radiofonici, ha scritto un paio di best-seller, si è candidato (senza successo) al Congresso, ha provato anche a fare l’attore. George Gordon Battle Liddy, morto il 30 marzo a 90 anni in Virginia, deve tutto, nel male come nel bene, al Watergate, il più famoso scandalo politico degli Stati Uniti che nei primi anni Settanta portò alle dimissioni del presidente repubblicano Richard Nixon.
Era lui la mente che aveva progettato l’irruzione nel Watergate per spiare le riunioni del partito democratico, che nel prestigioso hotel di Washington aveva il suo quartier generale. Ex agente federale, noto per le sue posizioni di estrema destra, Liddy aveva preparato per mesi la cosiddetta ‘operazione Gemstone’, una serie di azioni illegali o clandestine contro i democratici per assicurare la rielezione di Nixon. Ne aveva parlato fin dal gennaio 1972 con l’allora ministro di Giustizia John Mitchell e con due consiglieri dello stesso presidente e aveva avuto il via libera.
Quando nella notte del 17 giugno il gruppo di cinque ‘scassinatori’ da lui assemblato violarono il quartier generale democratico lui stava seguendo l’operazione da un edificio limitrofo, convinto che tutto sarebbe andato per il meglio. Quando i falsi ladruncoli vennero scoperti Liddy venne preso dal panico (lo raccontò lui stesso anni dopo), tanto da chiamare direttamente Mitchell che si trovava in California. La storia come è noto finì malissimo. Grazie soprattutto alla coraggiosa inchiesta giornalistica di Carl Bernstein e Bob Woodward - due giovani reporter del Washington Post - Nixon due anni dopo fu costretto a dimettersi. E Liddy, accusato di cospirazione, furto con scasso e intercettazioni telefoniche illegali, finì in carcere, condannato a venti anni. Ne uscì molto prima, grazie al successore di Nixon (il democratico Jimmy Carter) che commutò la pena in otto anni e a una ‘buona condotta’ che gli permise di tornare in libertà dopo soli quattro anni.
Fu allora che inizia la seconda vita dell’ex agente Fbi. Tra lavori veri e fittizi, scalate fallite in politica, momenti di successo e piccole truffe, usando al meglio la celebrità negativa che il Watergate gli aveva dato. Leale a Nixon lo è stato fino in fondo, mai pentendosi di quello che aveva fatto. “Gli anni dopo che sono uscito di prigione sono andati bene, veramente molto bene”, confessò in un’intervista al Los Angeles Times all’apice del suo successo come conduttore radiofonico di un talk-show ultra-conservatore.
Grande ammiratore di Hitler (“quando lo ascoltavo alla radio sentivo una corrente elettrica attraversare il mio corpo”) di cui avrebbe voluto “il potere della volontà”, sostenitore ad oltranza del “il fine giustifica i mezzi”, si vantava spesso della sua trasformazione “da ragazzo gracile e timoroso a uomo forte e senza paura”. Si era dato un regime quotidiano ferreo di esercizi fisici e prove di spavalderia quali mangiare topi o tenere la mano nel fuoco. Tanto che sia i suoi superiori al Bureau che quelli successivi alla Casa Bianca lo ritenevano comunque “un po’ matto”.
Spavalderia e convinzione di impunità che gli fecero commettere errori marchiani dopo la fallita intrusione al Watergate che permisero agli inquirenti di incastrarlo in modo relativamente semplice. Si rifiutò di testimoniare davanti al gran giurì che indagava sullo scadalo (“non sono cresciuto per essere un informatore o una spia”) e in prigione non era certo un detenuto modello. Nella sua autobiografia uscita nel 1980 racconta di come rispondeva agli insulti razziali delle gang afro-americane che ‘governavano’ il carcere cantando l'inno nazista “Horst Wessel” che aveva imparato da ragazzo, “celebrando così la superiorità ariana”.
Sempre nella sua autobiografia (un milione di copie vedute) ha spiegato dal suo punto di vista la ‘guerra culturale’ degli anni Sessanta: “Eravamo in guerra non solo nel Vietnam ma anche nei nostri confini. Conoscevo bene le massime di Cicerone: le leggi sono inoperanti in guerra, il bene del popolo è la legge principale”.
Grande sostenitore delle armi da guerra per tutti, negli ultimi anni vendeva un suo calendario con “le donne più belle d'America, pesantemente armate”. Essendo un ‘criminale’ condannato non aveva più il permesso di possedere una pistola ma si vantava di quelle della moglie: “la signora Liddy ne possiede 27, e ne tiene alcune sul mio lato del letto”. Dal Watergate ha avuto tutto e per la sua Volvo nera aveva voluto una targa personalizzata: H20GATE. Come lui stesso ha riconosciuto, senza quello scandalo sarebbe stato “un insignificante scribacchino politico di Washington che entra ed esce dal potere”.