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(afp)

"Contagi fra i vaccinati" il governo cinese sapeva dei dubbi sul farmaco anti-Covid

L'azienda di Stato Sinopharm aveva avvisato: "Non c'è piena protezione". A fine anno la segnalazione era arrivata anche all'intelligence italiana
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Sabato scorso Gao Fu, capo del Centro per il controllo delle malattie di Pechino, ha ammesso con schiettezza rara, almeno per la Cina, l'esistenza di un "problema". I vaccini contro il coronavirus, ha detto, "non assicurano livelli di protezione molto alti". Il giorno dopo, con un'intervista al quotidiano di Stato Global Times, il virologo ha subito ritrattato: il mondo ha frainteso le sue parole, che non erano riferite alla Cina, bensì, in generale, a tutti i preparati globali.

Eppure i dubbi sull'efficacia dei vaccini made in China, i cui dati scientifici non sono mai stati pubblicati, vanno ben oltre le parole di Gao. Alla fine dello scorso anno, secondo quanto ricostruiscono a Repubblica fonti occidentali a Pechino, l'azienda farmaceutica di Stato Sinopharm, una delle protagoniste nella grande corsa nazionale all'immunizzazione, avrebbe fatto presente al governo che il suo composto BBIBP-CorV non garantiva una piena protezione dal vi…
Sabato scorso Gao Fu, capo del Centro per il controllo delle malattie di Pechino, ha ammesso con schiettezza rara, almeno per la Cina, l'esistenza di un "problema". I vaccini contro il coronavirus, ha detto, "non assicurano livelli di protezione molto alti". Il giorno dopo, con un'intervista al quotidiano di Stato Global Times, il virologo ha subito ritrattato: il mondo ha frainteso le sue parole, che non erano riferite alla Cina, bensì, in generale, a tutti i preparati globali.

Eppure i dubbi sull'efficacia dei vaccini made in China, i cui dati scientifici non sono mai stati pubblicati, vanno ben oltre le parole di Gao. Alla fine dello scorso anno, secondo quanto ricostruiscono a Repubblica fonti occidentali a Pechino, l'azienda farmaceutica di Stato Sinopharm, una delle protagoniste nella grande corsa nazionale all'immunizzazione, avrebbe fatto presente al governo che il suo composto BBIBP-CorV non garantiva una piena protezione dal virus. Anzi: alcune persone a cui era stato inoculato nei mesi precedenti, durante i quali era stato utilizzato "in emergenza" per categorie a rischio come medici o militari, si erano poi ammalate di Covid-19. In particolare si erano contagiati alcuni dipendenti di aziende di Stato in missione all'estero. Di fronte a questo campanello d'allarme, di cui attorno a Natale anche il governo italiano era stato messo al corrente dalla nostra intelligence, le autorità di Pechino avrebbero deciso di tirare dritto. Da un lato vendendo milioni di fiale oltre confine, la cosiddetta "diplomazia del vaccino", e dall'altro autorizzando l'uso del preparato in Cina per l'intera popolazione.

La versione ufficiale di Pechino resta sempre la stessa: i composti nazionali sono sicuri ed efficaci. Dopo una partenza a rilento nelle ultime settimane il ritmo delle iniezioni nella Repubblica Popolare è molto aumentato: a sabato scorso risultavano somministrate oltre 164 milioni di dosi, con l'obiettivo - difficile - di coprire il 40% dei cittadini entro giungo. Ma sono soprattutto le spedizioni all'estero che salgono: Pechino ha promesso o già inviato centinaia di milioni di fiale a una trentina di Paesi, specie in via di sviluppo, facendo leva sul basso costo dei suoi vaccini a virus inattivato e sulla possibilità di conservarli a temperatura di frigorifero.

Nonostante questo imponente sforzo produttivo e diplomatico, l'efficacia dei preparati resta un gigantesco punto di domanda. Sul BBIBP-CorV di Sinopharm, i primi dati sono arrivati lo scorso dicembre dagli Emirati Arabi Uniti, partner nella fase di sperimentazione, che avevano fissato l'efficacia all'86%. Cifra poi abbassata al 79 dalle autorità cinesi in sede di approvazione. Ancora più confusa la situazione per il prodotto dell'azienda privata Sinovac: l'efficacia va dal 90% abbondante dichiarato dalla Turchia al 50,4 del Brasile.

Pechino sostiene che le disparità siano legate a diversi criteri di misurazione e che la copertura è alta contro i casi gravi di Covid. Resta il fatto che per i cinesi e per gli stranieri che lo ricevono, farsi iniettare uno dei vaccini del Dragone è un atto di fede: i dati infatti non sono mai stati pubblicati in maniera dettagliata su una rivista scientifica per essere sottoposti a "peer review". Ecco perché la frase di Gao, fraintesa o meno, a molti è sembrata plausibile. Di certo non ha sorpreso il governo italiano, che da dicembre era al corrente dell'allarme lanciato dalla stessa azienda produttrice.