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(afp)

Afghanistan, finisce la guerra più lunga degli Usa. Missione non compiuta

Quasi tutti i responsabili della politica estera e militare a Washington riconoscono che la concentrazione di risorse nell'area è stata un errore o è durata troppo. La sfida del presente e del futuro si chiama Cina. Il grosso delle energie militari dell’America si deve orientare verso il quadrante Indo-Pacifico
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NEW YORK. Entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco di Al Qaeda, gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan. Joe Biden ha deciso il ritiro finale delle ultime truppe Usa da quella che è ormai “la guerra più lunga”: è già durata più del secondo conflitto mondiale, della guerra di Corea e del Vietnam messe assieme. In questo ventennio hanno perso la vita su quel fronte duemila soldati americani e almeno centomila civili afgani. Ma quali erano gli obiettivi iniziali del conflitto ventennale? Sono stati tutti raggiunti? C’è il rischio che il ritiro metta a repentaglio i risultati raggiunti?

 

Il conflitto "legittimo"

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NEW YORK. Entro l’11 settembre, a vent’anni dall’attacco di Al Qaeda, gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan. Joe Biden ha deciso il ritiro finale delle ultime truppe Usa da quella che è ormai “la guerra più lunga”: è già durata più del secondo conflitto mondiale, della guerra di Corea e del Vietnam messe assieme. In questo ventennio hanno perso la vita su quel fronte duemila soldati americani e almeno centomila civili afgani. Ma quali erano gli obiettivi iniziali del conflitto ventennale? Sono stati tutti raggiunti? C’è il rischio che il ritiro metta a repentaglio i risultati raggiunti?

 

Il conflitto "legittimo"

Delle due guerre in cui l’America si è impegnata dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, organizzato da Al Qaeda e Osama Bin Laden contro le Torri Gemelle e il Pentagono, il conflitto afgano fu il primo e fu quello considerato più “legittimo”. In Afghanistan i talebani allora al potere avevano accolto e protetto Al Qaeda. Avevano quindi trasformato il proprio paese in un “santuario” per l’organizzazione terroristica responsabile dell’attentato che fece tremila morti, il più grave attacco straniero sul suolo americano, con un bilancio peggiore di Pearl Harbor. L’intervento militare in Afghanistan fu avviato due mesi dopo. La Nato per la prima volta nella sua storia fece valere l’articolo 5 del suo statuto, che impone l’intervento comune degli alleati in difesa di un paese membro aggredito. Sul terreno le operazioni ebbero uno sviluppo favorevole alle forze Nato, ma sempre con un’ambiguità di fondo: ogni volta che gli americani e gli alleati accennavano a ritirarsi per lasciare l’Afghanistan in mano a un governo democraticamente eletto, i talebani tornavano di prepotenza, sia con la violenza terroristica, sia riconquistando territorio e imponendo la propria autorità in vaste zone del paese.

 

La difesa dei diritti umani

Inoltre la guerra col passare del tempo si era sovraccaricata di altre finalità: per esempio la difesa dei diritti umani, in particolare quelli delle donne afgane. L’ambiguità sui veri obiettivi della guerra è ben visibile oggi nei commenti che accompagnano l’annuncio di Biden.    

Biden mantiene solo in parte un impegno, che era stato preso dall’Amministrazione Trump. Il ritiro totale infatti doveva avvenire entro il primo maggio. Facendolo coincidere – come termine ultimo – con la scadenza dell’11 settembre, Biden cattura l’attenzione dell’opinione pubblica americana ma deve sperare in una reazione positiva da parte dei talebani. Nel negoziato triangolare sulla cessazione del conflitto, che ha visto gli Usa trattare insieme al governo regolare di Kabul e ai nemici storici, i talebani avevano posto il ritiro entro il primo maggio come condizione per non riprendere le ostilità. Sarà Erdogan, con il placet di Biden, a ospitare in Turchia il prossimo giro di negoziati di pace e di ricerca di un assetto politico che includa talebani e governo di Kabul.

Proprio perché Biden, a differenza di Trump, fissa una data ultimativa e non la vincola alle condizioni sul terreno, questo slittamento in realtà coincide con un irrigidimento: l’America se ne andrà comunque, a prescindere da quel che accade fra talebani e governo di Kabul. L’annuncio di Biden è stato preparato nelle consultazioni con gli alleati. Le truppe residue infatti sono a maggioranza non americane. Gli Stati Uniti hanno ancora sul terreno 3.500 militari, le altre forze Nato sono quasi il doppio. Il segretario di Stato Antony Blinken e il segretario alla Difesa, generale Lloyd Austin, sono a Bruxelles per concordare con il segretario generale della Nato jens Stoltenberg i piani di ritiro: gli alleati devono contare sulla logistica americana per portare a casa le truppe.

Per Biden l’annuncio ufficiale rappresenta una sorta di rivincita sul Pentagono. Quando lui era il vice di Barack Obama, si era opposto strenuamente alla strategia del “surge” – cioè l’incremento di forze sul terreno – voluta dai generali. Aveva perso quella battaglia. Ma alla fine il bilancio è quello che lui paventava: l’impegno militare americano si è trascinato per altri anni, senza con questo modificare in modo decisivo i rapporti di forze locali. Il governo regolare è sempre debole. I talebani sono sempre in grado di recuperare un’influenza decisiva.

Una nuova visione strategica

Nel frattempo è cambiata la visione strategica degli Stati Uniti, Pentagono incluso. Quasi tutti i responsabili della politica estera e militare a Washington riconoscono che la concentrazione di risorse nel Medio Oriente è stata un errore o è durata troppo. La sfida del presente e del futuro si chiama Cina. Il grosso delle energie militari dell’America si deve orientare verso il quadrante Indo-Pacifico. L’Afghanistan è solo marginalmente interessante, nella misura in cui possa scivolare verso l’orbita russo-cinese oppure verso quella dell’India, che Biden vuole legarsi sempre di più.

Altri due scenari inquietanti per gli americani coinvolgono due potenze regionali: sia l’Iran che il Pakistan potranno approfittare del ritiro Nato per rafforzare la loro influenza; ambedue sono teocrazie islamiche e tendono a collocarsi sempre più stabilmente nella sfera d’influenza cinese.

La sindrome irachena

Nelle analisi e commenti sulla decisione di Biden, gli elementi negativi ruotano attorno a due problemi: la sindrome irachena; e i diritti umani. A destra Biden viene criticato perché rischia di rifare l’errore di Obama in Iraq nel 2011, un ritiro che spianò la strada all’Isis. Molti conservatori pensano che l’America rischia di dover ritornare in Afghanistan tra qualche anno, per combattere contro una Al Qaeda risorta, proprio come Obama dovette fare contro l’Isis. A sinistra il timore è che i talebani tornino a calpestare i diritti delle donne. Questo secondo argomento è il più pretestuoso: se l’America dovesse andare in guerra per esportare diritti umani la lista dei paesi da invadere sarebbe lunga. Tutte queste analisi hanno in comune una profonda sfiducia nella capacità del governo legittimo di Kabul di sopravvivere, e su questo la probabilità che abbiano ragione è alta.