Ecco perché hanno vinto le frontiere
di Isabelle Lasserre , di Isabelle LasserreI conflitti in Medio Oriente, il terrorismo, le migrazioni, la Brexit, le tensioni nel Mediterraneo orientale, le provocazioni della Cina nel Mar cinese meridionale e l’odierna crisi sanitaria: negli ultimi dieci anni la questione delle frontiere è tornata di scottante attualità. Ne parliamo con Bruno Tertrais, vicedirettore della Fondazione per la ricerca strategica.
Cosa rappresenta la crisi sanitaria per le frontiere?
“Negli ultimi cinque anni le frontiere hanno subito tre assalti: il terrorismo, i migranti e la pandemia. Questo triplo shock ne ha rilegittimato il ritorno, mettendo in particolare evidenza la necessità di controllarle. Trent’anni dopo la fine della guerra fredda, assistiamo alla conclusione di un ciclo. Il sogno di un pianeta aperto è svanito, le frontiere hanno vinto. Questo è particolarmente vero in un momento in cui molti Stati ancora giovani cercano di delimitare con precisione i propri territori. Penso…
I conflitti in Medio Oriente, il terrorismo, le migrazioni, la Brexit, le tensioni nel Mediterraneo orientale, le provocazioni della Cina nel Mar cinese meridionale e l’odierna crisi sanitaria: negli ultimi dieci anni la questione delle frontiere è tornata di scottante attualità. Ne parliamo con Bruno Tertrais, vicedirettore della Fondazione per la ricerca strategica.
Cosa rappresenta la crisi sanitaria per le frontiere?
“Negli ultimi cinque anni le frontiere hanno subito tre assalti: il terrorismo, i migranti e la pandemia. Questo triplo shock ne ha rilegittimato il ritorno, mettendo in particolare evidenza la necessità di controllarle. Trent’anni dopo la fine della guerra fredda, assistiamo alla conclusione di un ciclo. Il sogno di un pianeta aperto è svanito, le frontiere hanno vinto. Questo è particolarmente vero in un momento in cui molti Stati ancora giovani cercano di delimitare con precisione i propri territori. Penso per esempio ai paesi della penisola arabica e dell’Africa. La questione del ritorno delle frontiere non riguarda dunque solo l’Europa.
A ciò si aggiunge il riemergere in tutto mondo del nazionalismo, anche in paesi democratici come gli Stati Uniti o l’India, per i quali la costruzione di barriere è un argomento di politica interna. Detto questo, aveva ragione Donald Trump quando diceva: 'La gente vuole vedere le frontiere'. Il movimento dei No Border, che si batte per la loro abolizione, rappresenta poco più che sé stesso. Questo non significa che i muri siano la panacea di tutti mali, sarebbe però sbagliato dire che non sono efficaci. E non dimentichiamo che i muri di cui stiamo parlando non hanno nulla a che vedere con il muro di Berlino, destinato non a impedire l’ingresso ma a impedire l’uscita”.
Terrorismo e imperialismo ridisegnano le frontiere?
“Il tracciato delle frontiere terrestri subisce tutto sommato poche evoluzioni, non siamo più nell’Ottocento. Paul Valéry diceva 'comincia il tempo del mondo finito'. Oggi questo è vero per le frontiere: anche se resta qualche zona grigia, per esempio nella regione dell’Himalaya, si modificano di rado. Quando in un Paese si verifica una secessione, questa avviene lungo i confini regionali preesistenti. Il conflitto nel Nagorno Karabakh è un esempio recente di stabilità delle frontiere: nel novembre del 2020 la soluzione della crisi ha ristabilito il tracciato internazionalmente riconosciuto. Naturalmente, ci sono delle eccezioni. Gli jihadisti vogliono abolire le frontiere. Ricordate le ruspe che nel 2014 hanno cancellato la linea di Sykes-Picot fra la Siria e l’Iraq? Anche paesi imperialisti come Cina e Russia vogliono superare le frontiere, e questa volontà si riflette nelle parole usate dai loro governanti. La Turchia parla di 'frontiere del cuore' e Vladimir Putin sostiene che le frontiere della Russia non esistono. Anche azioni che generalmente non comportano l’annessione di territori, come distribuire passaporti in Abkazia o inviare caschi bianchi nei paesi dell’ex Unione Sovietica, implicano il superamento delle frontiere".
E la Crimea?
“In effetti a volte capita che una potenza espansionista infranga il tabù. In questo senso, l’annessione del 2014 è un evento di rilievo. È troppo presto per dire se anticipi una fase di rottura, io però credo che rimarrà un’eccezione. La comunità internazionale non accetta di buon grado le rotture, lo abbiamo visto con le Falkland nel 1982 e con il Kuwait nel 1991. Temo che la Crimea resterà occupata a lungo. Forse quanto i paesi baltici, che fra il 1945 e il 1991 hanno continuato a figurare nelle nostre carte come paesi indipendenti”.
Il ritorno delle frontiere in ambito europeo è destinato a durare?
“L’Europa sta vivendo allo stesso tempo due fenomeni. Da una parte le sospensioni temporanee della libertà di circolazione, che si moltiplicano per via degli effetti cumulativi del terrorismo, delle migrazioni e della pandemia. Dall’altra, la costruzione di barriere intese a marcare la sovranità di uno Stato. Non solo in Ungheria, anche la Francia e la Gran Bretagna hanno eretto delle barriere all’ingresso del tunnel della Manica. Tuttavia, la libertà di circolazione resta un pilastro dell’integrazione europea. Le frontiere sono come i vaccini, possono avere degli effetti indesiderati, ma il rapporto costi-benefici della loro apertura resta molto favorevole”.
Però i popoli europei sono sempre più favorevoli al ritorno delle frontiere in Europa…
“Sì, ma sarebbero davvero pronti a rinunciare alla libertà di circolazione? La vera posta in gioco per l’Europa è il rafforzamento delle frontiere esterne. Credo che con Schengen si sia fatto lo stesso errore commesso con l’euro. Sono due grandi progetti molto belli ma, così come si è creata l’unione monetaria senza una convergenza delle politiche economiche, si è consentita la libertà di circolazione senza proteggere le frontiere esterne. Il solo modo per garantire la legittimità della libera circolazione è il rafforzamento delle frontiere verso l’esterno, a tutt’oggi ancora insufficiente.”
Le frontiere sono efficaci nella lotta al terrorismo?
“Sarebbe un errore considerare le frontiere una soluzione miracolosa al problema del terrorismo. Nella maggior parte degli Stati, gli attentati terroristici sono stati compiuti da cittadini o da stranieri entrati legalmente. È vero, qualche terrorista ha approfittato delle rotte dei migranti ma si tratta di un fenomeno marginale. Il problema sono, da una parte, le disfunzioni delle procedure di asilo e, dall’altra, la mancanza di condivisione delle informazioni fra i paesi dell’area Schengen.”
Sono i mari le nuove frontiere?
“Sì, in materia di pesca ed energia i mari sono i grandi giacimenti del XXI secolo. Inoltre, dal 1994, gli Stati che dispongono di zone economiche esclusive possono richiedere un’estensione delle proprie zone marittime. Se le sue domande dovessero essere accolte, la Francia disporrà dei domini marittimi più vasti del mondo. Infine, il neoimperialismo di potenze come la Cina o la Turchia gioca la propria parte facendosi beffe del diritto del mare. Esse mal tollerano l’arbitraggio internazionale in caso di contenziosi oppure ne rifiutano le conclusioni, come accade, per esempio, con le autorità cinesi nel Mar cinese meridionale. In ogni caso, la nuova battaglia delle frontiere si combatte in mare”.
(Copyright Le Figaro International /Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Alessandra Neve)