Ambiente, missione di Kerry in Cina: "L'impegno verde non è negoziabile con altri dossier"
dal nostro corrispondente Federico Rampini , dal nostro corrispondente Federico RampiniNEW YORK. E’ John Kerry il primo esponente dell’Amministrazione Biden a recarsi “fisicamente” in Cina per una missione di alto livello. Il segnale è chiaro: se c’è un terreno sul quale Washington e Pechino possono cooperare nonostante la crescente rivalità, è la lotta contro l’emergenza ambientale e climatica. Forse.
Kerry, ex candidato presidenziale nel 2004, poi secondo segretario di Stato Usa nell’Amministrazione Obama II, fu uno dei maggiori artefici degli accordi di Parigi e dell’inclusione della Cina in quegli accordi. Joe Biden lo ha nominato suo ambasciatore p…
NEW YORK. E’ John Kerry il primo esponente dell’Amministrazione Biden a recarsi “fisicamente” in Cina per una missione di alto livello. Il segnale è chiaro: se c’è un terreno sul quale Washington e Pechino possono cooperare nonostante la crescente rivalità, è la lotta contro l’emergenza ambientale e climatica. Forse.
Kerry, ex candidato presidenziale nel 2004, poi secondo segretario di Stato Usa nell’Amministrazione Obama II, fu uno dei maggiori artefici degli accordi di Parigi e dell’inclusione della Cina in quegli accordi. Joe Biden lo ha nominato suo ambasciatore plenipotenziario sui temi climatici. Ha inserito quell’incarico nuovo dentro la struttura del National Security Council per sottolinearne la rilevanza strategica. Ora Kerry si ferma in Cina per tre giorni ed è la prima occasione per tentare una “ripartenza” nelle relazioni tra le due superpotenze, dopo l’esordio tempestoso del summit ad Anchorage (Alaska) il 18 marzo.
Kerry però è stato attento a non sovraccaricare di aspettative questo viaggio. Le premesse sono positive ma questo crea dei rischi. La crisi climatica è uno dei rari dossier sui quali Biden professa ottimismo, la vede come un terreno di cooperazione potenziale con la Cina. Però la Casa Bianca non vuole peccare di ingenuità. Nel quadriennio della presidenza Trump si era creato un conformismo globale nell’omaggiare Xi Jinping come un paladino dell’ambiente. I dati lo smentiscono. La Cina continua ad accrescere le sue emissioni carboniche, che ormai sono il 28% del totale planetario, equivalenti alla somma di Stati Uniti, Europa e India. L’ultimo piano dell’industria carbonifera cinese prevede un ulteriore aumento dell’uso del carbone fino al 2025. La Cina è l’unica grande economia ad aver aumentato le sue emissioni di CO2 nel 2020, dell’1,7%. Biden vuole gesti, non promesse come il vago obiettivo lanciato da Xi sulla “neutralità carbonica” che la Cina vorrebbe raggiungere nel 2060.
Kerry prima di partire ha alzato i toni sulla verifica degli impegni cinesi, sui controlli esterni degli obiettivi proclamati da Xi. Ha detto che le rilevazioni satellitari e altre tecnologie consentono di seguire con precisione quel che la Cina sta facendo, o non sta facendo, per dimostrare nei fatti la sua adesione agli accordi di Parigi. Kerry ha anche evocato l’idea europea di una carbon tax doganale che colpisca prodotti proveninenti da paesi ad alte emissioni carboniche: sarebbe una forma di “protezionismo verde” contro la Cina, su cui Washington e Bruxelles potrebbero convergere. Infine Kerry ha detto che la sfida ambientale “non è negoziabile con altri dossier”: in altri termini, Xi Jinping non deve attendersi che gli Stati Uniti facciano concessioni sul commercio o su altri contenziosi in cambio di un impegno cinese a ridurre le emissioni carboniche. “Questo va fatto comunque, a prescindere, perché è in gioco la nostra sopravvivenza sul pianeta”.