Il genocidio armeno: quelle marce della morte nel deserto che cancellarono uomini, donne e bambini
di Marco Ansaldo , di Marco AnsaldoE’ la notte del 24 aprile 1915, a Costantinopoli, capitale dell’Impero ottomano. Tra le strade e le abitazioni dove gli armeni vivono e lavorano, comincia il terrore. Nelle case irrompe la polizia e, in poche ore, vengono arrestati 650 notabili. L’accusa: “Sono portatori di sentimenti nazionali ostili al governo centrale”.
Passa un solo mese: una legge speciale autorizza, “per motivi di sicurezza”, la deportazione di tutti i “gruppi sospetti”. Il massacro del popolo armeno prende il via così. E in Anatolia e nella Cilicia, tutta la popolazione composta da armeni, siano essi vecchi o bambini, donne o uomini, viene allontanata, facendola camminare senza meta, ve…
E’ la notte del 24 aprile 1915, a Costantinopoli, capitale dell’Impero ottomano. Tra le strade e le abitazioni dove gli armeni vivono e lavorano, comincia il terrore. Nelle case irrompe la polizia e, in poche ore, vengono arrestati 650 notabili. L’accusa: “Sono portatori di sentimenti nazionali ostili al governo centrale”.
Passa un solo mese: una legge speciale autorizza, “per motivi di sicurezza”, la deportazione di tutti i “gruppi sospetti”. Il massacro del popolo armeno prende il via così. E in Anatolia e nella Cilicia, tutta la popolazione composta da armeni, siano essi vecchi o bambini, donne o uomini, viene allontanata, facendola camminare senza meta, verso il deserto della Mesopotamia, in particolare il Nord della attuale Siria, in una marcia infinita e senza speranza di terminare.
E’ l’inizio delle famigerate “marce della morte”. I soldati turchi conducono centinaia di migliaia di persone verso il nulla, fino all’esasperazione. Sono in tanti, ogni giorno, a migliaia a morire di fame, di malattia, di stenti. Altri vengono eliminati dai guerriglieri curdi a cavallo, che servono sotto l’Impero. Alcuni sono addirittura spinti dentro caverne, a cui viene appiccato il fuoco. Si dice che la tecnica sia piaciuta ad Adolf Hitler, che ammasserà gli ebrei nelle fornaci a gas dei campi di concentramento nazisti.
Di quel periodo terribile e doloroso ci sono testimoni che ricordano e denunciano. Uno fra tutti: l’ambasciatore americano a Costantinopoli, Henry Morgenthau. Nei suoi dispacci allarmati, il diplomatico avverte il proprio governo e, appena rientrato in patria nel 2016, comincia a scrivere la storia che ha visto scorrere sotto i suoi occhi. Morgenthau è di origine tedesca, e nella sua testimonianza, sembra quasi vivere l’oscuro presagio che si prepara e l’orrore di quanto accadrà trent’anni più tardi con la Shoah nella Seconda guerra mondiale.
Oggi la battaglia sul riconoscimento del genocidio riguarda più aspetti. Non solo l’attribuzione del termine, considerato già come decisivo. Ma anche le cifre del massacro. Su questo il confronto fra gli storici è serrato, e anzi durissimo sui fronti opposti, per svariati punti. Studiosi armeni parlano di ben 2 milioni e mezzo di vittime. Alcuni ricercatori turchi hanno invece un’opinione diversa, e stimano una cifra compresa fra i 200 e i 500 mila morti. Altri studi pongono la somma delle vittime circa a metà, intorno a 1 milione e mezzo di morti.
La repressione degli armeni era cominciata in realtà diversi anni prima. Alla fine dell’Ottocento, nel momento in cui all’interno dell’Impero ottomano la minoranza cristiana si era organizzata per ribellarsi contro alcune imposizioni, l’esercito ottomano si era già mobilitato. Gli storici armeni di quel periodo avvertono che i militari di Costantinopoli eliminarono, nei quindici anni compresi fra il 1894 e il 1909, circa 200 mila persone. Uno sterminio, dunque, partito già dagli ultimi sultani, in particolare da Adbul Hamid II, che governò fino al 1909, e poi dal governo dei Giovani Turchi. Il triumvirato di Talat Pasha, Enver Bey e Cemal Pasha impresse un’accelerazione determinante all’eccidio che verrà consumato.
Ankara rifiuta da sempre, e con forza, il termine “genocidio”. Si dice pronta ad assumersi responsabilità per quanto riguarda il proprio passato, che fa cominciare ovviamente dal 1923, con la fondazione della Repubblica di Turchia da parte di Mustafa Kemal, il padre dei turchi, Ataturk. Le vittime vengono ammesse, ma per un numero assolutamente inferiore. E nei documenti a cui si riferiscono, i ricercatori turchi parlano anche di 500 mila vittime proprie, ribattendo che contro gli armeni non ci fu una campagna sistematica di sterminio volta, appunto, a un genocidio. Spiegano che, al momento della guerra, i capi armeni e la popolazione si schierarono con lo Zar di Russia, il quale d’accordo con la Francia progettava un’invasione dei territori ottomani. E controbattono che la deportazione fu nient’altro che una necessaria “decisione di guerra”. I massacri, rilevano infine, furono sovente operati da signorotti curdi, alleati dell’Impero ottomano che, alla guida di bande a cavallo, attaccarono le colonne delle povere vittime deportate.