Il sottomarino scomparso al largo di Bali, l'ipotesi di un blocco a 600 metri di profondità: condanna per i 53 a bordo
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoE’ un’ipotesi, che suona come una condanna. Il sottomarino indonesiano scomparso mercoledì a largo di Bali potrebbe essere precipitato su un fondale di oltre seicento metri. Una profondità che sembra escludere le possibilità di soccorso e mette in dubbio anche la capacità di sopravvivenza delle 53 persone a bordo.
Il “Nanggala” era impegnato in un’esercitazione per provare il lancio di siluri in una zona a circa novanta chilometri dall’isola delle vacanze. Si tratta di un battello anziano – è stato varato in Germania nel 1981 – ma considerato ancora affidabile: nel mondo restano in servizio una cinquantina di unità dello stesso modello, la diffus…
E’ un’ipotesi, che suona come una condanna. Il sottomarino indonesiano scomparso mercoledì a largo di Bali potrebbe essere precipitato su un fondale di oltre seicento metri. Una profondità che sembra escludere le possibilità di soccorso e mette in dubbio anche la capacità di sopravvivenza delle 53 persone a bordo.
Il “Nanggala” era impegnato in un’esercitazione per provare il lancio di siluri in una zona a circa novanta chilometri dall’isola delle vacanze. Si tratta di un battello anziano – è stato varato in Germania nel 1981 – ma considerato ancora affidabile: nel mondo restano in servizio una cinquantina di unità dello stesso modello, la diffusa classe U-209. Inoltre il sottomarino indonesiano era stato aggiornato nove anni fa da un cantiere sudcoreano, che aveva revisionato tutte le componenti fondamentali.
Mercoledì doveva partecipare alle manovre navali decise dal governo di Giakarta per contrastare l’espansione oceanica cinese: un’esercitazione alla presenza dei vertici della marina indonesiana. Subito dopo l’autorizzazione all’immersione, però, sono stati persi i contatti: l’ultima posizione nota è a circa novanta chilometri da Bali.
Le ricerche sono scattate subito. E dopo alcune ore un elicottero ha avvistato una grande macchia di carburante nella zona della scomparsa. Diverse navi indonesiane hanno raggiunto l’area, ma le caratteristiche orografiche del tratto di mare rendono la situazione disperata: si tratta di fondali di sei-settecento metri. Troppo in basso per tentare un salvataggio. E probabilmente troppo in profondità perché lo scafo possa avere resistito alla pressione.
Il “Nanggala” infatti è stato progettato per raggiungere al massimo 250 metri: oltre la struttura collassa, provocando la distruzione del battello. Una valutazione confermata da Ahn Guk-hyeon, il portavoce dei cantieri Daewoo che nel 2012 hanno revisionato il sottomarino. Ma anche il recupero appare praticamente impossibile, come ha spiegato all’Associated Press Frank Owen, segretario del Submarine Institute of Australia: “La gran parte dei sistemi di soccorsi sono certificati per arrivare a circa seicento metri. Possono scendere più in basso, perché il progetto prevede dei margini di sicurezza ma perdono la capacità di far funzionare le pompe e la strumentazione”. In pratica, questi mini-sottomarini in caso di emergenza sono in grado di resistere anche oltre i seicento metri senza però agire per salvare altre persone.
La marina australiana e quella di Singapore hanno messo a disposizione i loro apparati di soccorso: grandi batiscafi che possono recuperare dodici persone. Quello australiano, in particolare, può essere trasferito in aereo in prossimità della zona delle ricerche ma entrambi i mezzi soffrono della stessa limitazione. Che rischia di lasciare senza speranza i 53 uomini del “Nanggala”.
I loro commilitoni però non intendono arrendersi. Il quartier generale indonesiano ha schierato cinque navi e un elicottero nella zona delle ricerche. Un’unità oceanografica con un drone per esplorare gli abissi li raggiungerà nel giro di poche ore. Anche la flotta malesiana sta mandando alcune corvette mentre Stati Uniti, Germania, Russia, India e Turchia hanno offerto la loro assistenza.
Tutte le speranze puntano sull’eventualità che la chiazza di carburante non coincida con il punto dell’affondamento. Il “Nanggala” potrebbe avere essere riuscito in qualche modo a proseguire la navigazione per poi precipitare in un’area meno profonda. Una valutazione che si aggrappa al ritrovamento di “una fonte magnetica” a 50-100 metri, individuata dal sonar dell’elicottero. Una notizia annunciata dal comandante della Marina indonesiana Yudo Margono, che però deve essere confermata dai rilievi delle navi in arrivo sulla zona. Perché la prima ipotesi della marina indonesiana è che ci sia stato un problema nell’apparato elettrico durante l’immersione, con la perdita di controllo: una situazione che avrebbe impedito sia di attivare le procedure di emergenza per tornare in superficie, sia di ostacolare la caduta verso il basso. Se il combustibile proviene dal sottomarino, allora si tratterebbe della prova del cedimento dello scafo: lo scenario peggiore di tutti. A largo di Bali i fondali possono arrivare persino a 1500 metri. E – come ha spiegato il portavoce della flotta indonesiana Julius Widjojono – “andare sotto i 250 metri potrebbe essere fatale”.
Il timore è che il “Nanggala” segua il destino del “San Juan”, il sottomarino argentino sparito nell’Atlantico nel novembre 2017. Dopo un’esplosione, il battello sudamericano è precipitato in un abisso di oltre novecento metri. C’è voluto più di un anno per localizzare il relitto, nonostante si trovasse a soli venti chilometri dal punto della scomparsa: pochissimi sistemi di ricerca possono scrutare i fondali così in basso, usando droni guidati via cavo e dotati di sonar particolari. Sul “San Juan” sono morti in 44, inclusa la prima donna sommergibilista della marina argentina, la tenente Eliana María Krawczyk.
“Le notizie sono molto preoccupanti”, ha dichiarato la ministra degli Esteri australiana Marise Payne. E il ministro della Difesa di Singapore Ng Eng He ha scritto: “Preghiamo e speriamo per la vita dell’equipaggio”.