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Una donna chiede l'elemosina a Jalalabad (ansa)

Il Pd al Senato: "Afghanistan, non abbandoniamo le donne"

Le senatrici e i senatori con una iniziativa formale - prime firmatarie Pinotti e Malpezzi - chiedono al governo italiano di mobilitarsi affinché il previsto ritiro dal paese non si trasformi in una condanna di genere per le afgane che rischiano di veder cancellati dai talebani i diritti faticosamente conquistati. L'appello della governatrice di Bamyan Sorabi in una intervista a "Repubblica" 
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“Non abbandoniamo le donne afgane”. L’intero gruppo del Pd al Senato chiede al governo che il ritiro delle truppe da Kabul non si trasformi in una condanna di genere, costringendo la popolazione femminile a tornare vittima della visione più oscurantista legge coranica. A farli muovere è stata l’intervista a Repubblica di Habiba Sorabi, l’ex governatrice di Bamyan che ha denunciato come le donne del suo Paese stiano rischiando di perdere tutte le conquiste degli ultimi venti anni: dall’istruzione alla possibilità di essere protagoniste in tutti i settori, dalla politica alle forze armate. Diritti adesso tutelati dalla Costituzione, che riserva loro anche un quarto dei seggi nelle elezioni, e difesi con enormi sacrifici dalle donne afgane. Non a caso in queste settimane sono diventate il bersaglio privilegiato delle esecuzioni fondamentaliste: i killer talebani stanno uccidendo attiviste, giornaliste, dottoresse, insegnanti, poliz…

“Non abbandoniamo le donne afgane”. L’intero gruppo del Pd al Senato chiede al governo che il ritiro delle truppe da Kabul non si trasformi in una condanna di genere, costringendo la popolazione femminile a tornare vittima della visione più oscurantista legge coranica. A farli muovere è stata l’intervista a Repubblica di Habiba Sorabi, l’ex governatrice di Bamyan che ha denunciato come le donne del suo Paese stiano rischiando di perdere tutte le conquiste degli ultimi venti anni: dall’istruzione alla possibilità di essere protagoniste in tutti i settori, dalla politica alle forze armate. Diritti adesso tutelati dalla Costituzione, che riserva loro anche un quarto dei seggi nelle elezioni, e difesi con enormi sacrifici dalle donne afgane. Non a caso in queste settimane sono diventate il bersaglio privilegiato delle esecuzioni fondamentaliste: i killer talebani stanno uccidendo attiviste, giornaliste, dottoresse, insegnanti, poliziotte. 

 

Con un’iniziativa formale, prime firmatarie Roberta Pinotti e Simona Malpezzi, i senatori del Pd hanno deciso di presentare un’interrogazione urgente ai ministri degli Esteri, della Difesa e della Cooperazione internazionale: domandano che negli accordi di pace siano inserite garanzie chiare per le donne, prevedendo organismi di vigilanza. E chiedono che tutto questo venga fatto prima della partenza dei soldati occidentali. “I talebani ad oggi non hanno accettato clausole esplicite sulla libertà femminile e hanno dichiarato che garantiranno i diritti delle donne secondo la legge islamica. Vale la pena ricordare come durante il governo dei talebani alle donne sia stato negato il diritto all’istruzione, al lavoro, alla salute, ed anche alla giustizia: il ricorso a un tribunale non poteva avvenire se non tramite un membro maschio della famiglia e la loro testimonianza valeva la “metà” di quella di un uomo. Private di qualunque vita relazionale le donne afgane hanno subito torture e qualunque tipo di violenza ogni qual volta ritenute colpevoli di aver violato le restrizioni imposte”.

 “Ho incontrato tante volte le loro rappresentati – dichiara Roberta Pinotti, ex sottosegretaria ed ex ministra della Difesa – e mi ha sempre colpito quanto fossero coraggiose ed evolute nel sostenere l’emancipazione: hanno lottato per i loro diritti. Dopo vent’anni di impegno per sostenere la ricostruzione del Paese e dopo una missione militare che è costata all’Italia il sacrificio di 53 caduti non possiamo andare via senza ottenere garanzie sul loro destino. Sarebbe la peggiore delle sconfitte”. Pinotti sottolinea una vicenda: “Quando il governo Karzai oltre dieci anni fa introdusse il riferimento alla sharia nella legge afgana furono proprio le donne a mobilitarsi, parlando con gli ambasciatori e organizzando conferenze stampa finché la pressione internazionale non riuscì a ottenere la revoca del provvedimento”.

Dopo la decisione del presidente Biden, le procedure per la partenza dei contingenti Nato ormai sembrano irreversibili: entro il prossimo 11 settembre, tutti i soldati occidentali torneranno a casa. “Bisogna però che l’Italia intervenga al massimo livello per imporre la questione femminile sui tavoli internazionali: deve essere in cima all’agenda. Non possiamo tradirle e così buttare via tutto quello che è stato fatto in vent’anni”. 

La nostra missione è stata particolarmente attiva in questo settore. Con fondi della Cooperazione e sotto la protezione dei nostri militari, nella regione di Herat sono state costruite scuole aperte alle bambine – a cui i talebani vietavano ogni istruzione; finanziata la nascita di imprese guidate da donne; addestrate soldatesse e poliziotte. E’ stato persino realizzato un penitenziario femminile modello, con percorsi di avviamento al lavoro. Ma tutto rischia adesso di essere spazzato via. Molte scuole nelle località minori, dove le truppe di Kabul hanno già ceduto il terreno ai miliziani, sono state distrutte nelle scorse settimane.

Per questo senatrici e senatori del Pd chiedono ai ministri di “attivarsi in tutte le sedi internazionali affinché siano sottoscritti dai talebani chiari impegni a tutela dei diritti della popolazione femminile afgana, prima che le operazioni di ritiro delle truppe siano ultimate”. E allo stesso tempo domandano di “avviare un costante monitoraggio, anche mediante azioni e accordi multilaterali, sul rispetto e il mantenimento di tutte le forme di libertà conquistate dalle donne afgane”.  


La speranza dell’Afghanistan era un’altra. Lo testimonia il premio per la “libertà di parola” assegnato pochi giorni fa ad Anisa Shaheed, reporter televisiva in prima linea durante i raid islamisti e nelle inchieste sul Covid. O il riconoscimento ottenuto proprio ieri da cinque studentesse universitarie di Kabul, che hanno creato un team per progettare robot: Forbes le ha inserite tra le trenta iniziative tecnologiche giovanili più promettenti dell’Asia. Il loro laboratorio viene dallo stesso ateneo attaccato a novembre dai terroristi, che hanno ucciso ventidue studenti e ne hanno feriti quaranta. Mirando soprattutto alle ragazze.