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Iss, una capsula riciclata per l'ultima missione. La stazione spaziale costa troppo e potrebbe essere smantellata

Il lancio del razzo Falcon 9 dal Kennedy Center in Florida (afp)
Europei e americani ora puntano alla Luna, mentre russi e cinesi lanceranno una loro stazione in orbita intorno alla Terra. La Iss potrebbe essere privatizzata e usata per vacanze di super-ricchi o come laboratorio privato. Ma c'è anche l'ipotesi di dismissione
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Sentendo parlare di capsule riciclate nello spazio, fino a cinque anni fa avremmo pensato, al più, a un sistema per garantire agli astronauti un caffè cosmo-sostenibile. Ma quella che si è alzata dal Kennedy Space Center in Florida e sta ora sta volando in direzione della Stazione Spaziale Internazionale con a bordo Megan McArthur e Shane Kimbrough (NASA), Thomas Pequet (ESA) e Akihiko Hoshide (JAXA) è proprio una capsula riciclata: è la stessa “Crew Dragon” di SpaceX che aveva portato nel maggio dello scorso anno gli astronauti Douglas Hurley e Robert Behnken sulla ISS. Anche il razzo Falcon usato per questa missione non è nuovo di zecca: era servito nel novembre 2020 per portare sulla ISS quattro astronauti (Mike Hopkins, Victor Glover, Shannon Walker e Soichi Noguchi) che ora aspettano i colleghi in arrivo.
 
Sentendo parlare di capsule riciclate nello spazio, fino a cinque anni fa avremmo pensato, al più, a un sistema per garantire agli astronauti un caffè cosmo-sostenibile. Ma quella che si è alzata dal Kennedy Space Center in Florida e sta ora sta volando in direzione della Stazione Spaziale Internazionale con a bordo Megan McArthur e Shane Kimbrough (NASA), Thomas Pequet (ESA) e Akihiko Hoshide (JAXA) è proprio una capsula riciclata: è la stessa “Crew Dragon” di SpaceX che aveva portato nel maggio dello scorso anno gli astronauti Douglas Hurley e Robert Behnken sulla ISS. Anche il razzo Falcon usato per questa missione non è nuovo di zecca: era servito nel novembre 2020 per portare sulla ISS quattro astronauti (Mike Hopkins, Victor Glover, Shannon Walker e Soichi Noguchi) che ora aspettano i colleghi in arrivo.
 
L’attracco alla Stazione Spaziale Internazionale è previsto per le 11.10 di sabato 24 aprile, e i quattro astronauti che saranno rimpiazzati dai nuovi arrivi potranno ritornare sulla Terra a bordo della navetta Dragon “Crew-1” che li aveva lì condotti ed era rimasta attaccata alla stazione spaziale. Il riutilizzo di razzi e navette consente un abbattimento di costi che ormai sembra difficilmente rinunciabile per le agenzie spaziali, spesso alle prese con drastici tagli di budget: se ne può fare una stima considerando che nel contratto con il governo statunitense per la messa in orbita dei due satelliti GPS III, Elon Musk, una volta ottenuto dal governo il permesso di impiegare razzi Falcon usati, ha potuto abbassare da 97 a 71 milioni di dollari il costo di ciascun lancio. Ed è proprio la crescente importanza del tagliare i costi spaziali a delineare un futuro poco roseo per la Stazione Spaziale Internazionale: la missione “Crew-2” appena partita potrebbe essere infatti una delle ultime.
 
Il 2024 è l’anno in cui è stata prevista la dismissione della ISS, o almeno così stabilì il governo americano sotto Trump – Biden deve ancora esprimersi sulla questione – con un sostanziale assenso da parte dell’ESA: le due agenzie spaziali, infatti, stanno concentrando buona parte delle loro risorse sul progetto “Lunar Gateway”, una stazione orbitante attorno alla Luna che funzioni da avamposto per missioni di esplorazione sulla superficie lunare. La Russia, dal canto suo, pianifica l’invio in orbita di una sua stazione spaziale per il 2025, e la Cina – che non aveva partecipato alla ISS – sta per lanciare (29 aprile) il primo modulo della stazione spaziale “Tiangong”, che dovrebbe essere completata entro il 2022 e orbiterà a 393 km dalla superficie terrestre.
 
Ovvio che tutte queste nuove iniziative concorrenti alla Stazione Spaziale Internazionale non possano far altro che affossarla: un “affossamento” che però è più facile sulla carta – e nei fogli Excel dei manager delle agenzie spaziali – che nella realtà. Infatti la ISS pesa oltre 400 tonnellate e ha una struttura così articolata da rendere difficile prevedere in dettaglio il suo comportamento una volta che si decidesse di toglierla dall’orbita per farla inabissare nell’oceano. Un’ipotesi alternativa avanzata dall’astronauta britannico Michael Foale, che conosce benissimo la ISS avendoci passato ben 373 giorni, è quella di spezzare in due la stazione, farne precipitare una metà sulla Terra e spingere l’altra metà su un’orbita più esterna, a 800 km di altezza, dove potrebbe restare in sicurezza per almeno altri 30 anni, seppure senza equipaggio umano per via delle radiazioni che, a quella distanza dal nostro pianeta, sono nocive.
 
A salvare la Stazione Spaziale Internazionale, purtroppo, non sarà né il suo valore simbolico – segno della capacità della scienza di affratellare tante nazioni diverse anche al di là delle tensioni politiche contingenti – né quello scientifico. Lo Spettrometro Magnetico Alfa a bordo della stazione non ci ha ancora rivelato ciò che volevamo sapere sulla materia oscura. E gli altri esperimenti svolti a bordo sembrerebbero, secondo molti osservatori, non giustificare la spesa “astronomica” necessaria alla manutenzione della ISS: circa 2,5 miliardi di euro all’anno. Senza contare che, fatalmente, più passano gli anni e più i costi per manutenere e riparare salgono. A ricordarci che anche le stazioni spaziali invecchiano è stata, ad esempio, la scoperta di una perdita d’aria nel settembre 2019, che si riuscì a localizzare (nel modulo russo Zvezda) e riparare solo quasi un anno dopo.
 
Le alternative alla dismissione appaiono ancora incerte: la ISS si potrebbe trasformare – se si riusciranno a trovare abbastanza investitori privati - in un “hotel spaziale” per turisti di altissimo profilo. Oppure potrebbe diventare un laboratorio spaziale privato. Già oggi, nel modulo europeo Colombo, è attiva la piattaforma “Bartolomeo”, che permette ad aziende e centri di ricerca di affittare spazi per condurre i loro esperimenti. Se nessuna di queste nuove vite della ISS si concretizzerà, sarà la fine per quello strano luogo/non luogo che gira vorticosamente in mezzo al niente. Così confinato e angusto da rendere la vita scomoda agli astronauti ospiti e al tempo stesso del tutto sfuggente e vago: si sposta di 7,66 chilometri ogni secondo e appena si finisce la frase “Siamo qui” si è già da tutt’altra parte.