Terrorismo, intervista al politologo francese. Mény: “Parigi ha capito l’Italia non è il Sudamerica. Ma è tempo di amnistia”
dalla nostra corrispondente Anais Ginori da Parigi , dalla nostra corrispondente Anais Ginori da Parigi
PARIGI - L'intellettuale francese Yves Mény non ha dubbi sulla scelta fatta da Emmanuel Macron. "È stata una decisione giusta" dice il politologo, già presidente della Sant'Anna di Pisa, autore di numerosi saggi sulla democrazia, tra cui "Popolo ma non troppo" pubblicato due anni fa da Il Mulino.
Perché una scelta giusta?
"È arrivato il momento di riconoscere che non c'era nessuna ragione quarant'anni fa di trattare l'Italia come il Cile di Pinochet. E poi questa dottrina Mitterrand, che è solo una pratica perché non esiste nessun testo, continuava a dividere due paesi vicini e fondatori dell'Europa. Se vogliamo costruire uno spazio europeo comune non si può stare al volere di un 'Principe' straniero che accetta o meno le estradizioni come è successo in passato con gli altri presidenti francesi. La decisione di Macron è saggia guardando al passato ma anche al …
Perché una scelta giusta?
"È arrivato il momento di riconoscere che non c'era nessuna ragione quarant'anni fa di trattare l'Italia come il Cile di Pinochet. E poi questa dottrina Mitterrand, che è solo una pratica perché non esiste nessun testo, continuava a dividere due paesi vicini e fondatori dell'Europa. Se vogliamo costruire uno spazio europeo comune non si può stare al volere di un 'Principe' straniero che accetta o meno le estradizioni come è successo in passato con gli altri presidenti francesi. La decisione di Macron è saggia guardando al passato ma anche al …
PARIGI - L'intellettuale francese Yves Mény non ha dubbi sulla scelta fatta da Emmanuel Macron. "È stata una decisione giusta" dice il politologo, già presidente della Sant'Anna di Pisa, autore di numerosi saggi sulla democrazia, tra cui "Popolo ma non troppo" pubblicato due anni fa da Il Mulino.
Perché una scelta giusta?
"È arrivato il momento di riconoscere che non c'era nessuna ragione quarant'anni fa di trattare l'Italia come il Cile di Pinochet. E poi questa dottrina Mitterrand, che è solo una pratica perché non esiste nessun testo, continuava a dividere due paesi vicini e fondatori dell'Europa. Se vogliamo costruire uno spazio europeo comune non si può stare al volere di un 'Principe' straniero che accetta o meno le estradizioni come è successo in passato con gli altri presidenti francesi. La decisione di Macron è saggia guardando al passato ma anche al futuro".
Si sente isolato tra gli intellettuali francesi?
"Forse, ma ho sempre pensato che ci fosse stato un utilizzo abusivo di una tradizione francese nata dopo la Rivoluzione, quando la Francia è diventata la patria di accoglienza dei tanti perseguitati politici, la France Terre d'Asile. È vero che non si conoscono tutti i retroscena di quello che è accaduto all'epoca. È probabile ci sia stato un accordo più o meno segreto tra Mitterrand e Craxi. Continuo però a pensare che offrire una forma di asilo politico a degli italiani che avevano le mani sporche di sangue è stato un errore. L'Italia non era un regime autoritario, con una giustizia agli ordini del potere. Anzi nella mia esperienza trovo che l'Italia sia uno paese più garantisti d'Europa, forse troppo visto che tanti criminali la fanno franca".
Gli avvocati francesi della difesa sostengono ancora oggi che l'Italia aveva derogato allo stato di diritto per combattere il terrorismo.
"Molte democrazie sono state costrette a inasprire le procedure penali in periodi di forti minacce. Guardiamo quello che succede oggi in Francia, dove nella lotta contro il terrorismo islamico è diventato normalità lo stato di emergenza, con tutti i rischi che ne conseguono per il rispetto dei diritti civili. Ci possono essere stati alcuni eccessi o abusi durante gli Anni di Piombo ma l'Italia è sempre rimasta una democrazia. Lo dico per averlo vissuto. Nei primi anni Ottanta a Firenze".
Cosa ricorda?
"Avevo l'impressione di essere in un paese tormentato, in difficoltà, mai in una dittatura. Una volta andai a Mirafiori con alcuni studiosi e ricordo la tensione palpabile. Qualche anno dopo ero a Firenze quando abbiamo saputo che un nostro collega, Ezio Tarantelli, era stato ucciso alla Sapienza. Aveva 44 anni e la sua unica colpa era di essere stato consigliere del ministero del Lavoro. Pensare che chi ha commesso questo tipo di crimine sia sfuggito alla giustizia, scappando in un paese europeo vicino che ha offerto accoglienza mi pare ancora oggi un fatto gravissimo. Purtroppo i francesi non capiscono bene gli Anni di Piombo".
Perché?
"Si è diffusa la leggenda che stiamo parlando di perseguitati politici che Mitterrand ha<MC> protetto dalla vendetta di un regime. Questa credenza viene dal fatto che gli intellettuali di sinistra, ma forse non solo, volevano sostenere la scelta di Mitterrand. Esiste nella <CF2002>gauche</CF> un romanticismo rivoluzionario, lo vediamo ancora oggi per esempio con Jean-Luc Mélenchon. Ma ribadisco: l'Italia allora era una democrazia, anzi forse ancora più forte di dieci anni prima, nel periodo delle stragi cripto-fasciste che sono rimaste in parte misteriose. In realtà la lotta dello Stato contro le Brigate Rosse e gli altri gruppi terroristi ha portato a un'unione nazionale tra destra e sinistra".
La battaglia giudiziaria sarà lunga. Secondo lei cosa dovrebbe succedere?
"La decisione di Mitterrand era contraria allo stato di diritto, ora che lo stato di diritto è stato riconosciuto, si può aprire il dibattito sull'amnistia. Negli ultimi due secoli la Francia ha adottato decine di amnistie collettive. La prima risale al 1791, sostituisce l'indulto reale, e riguardava i rivoluzionari e controrivoluzionari che avevano partecipato alla violenza dal 1789. L'amnistia è una necessità politica e sociale ma solo una volta che le pene sono state pronunciate per non sembrare un'ammissione di difetto nel sistema giudiziario. So che è un dibattito doloroso per le famiglie coinvolte negli Anni di Piombo ma credo che anche questa sia la forza di una democrazia".
Perché una scelta giusta?
"È arrivato il momento di riconoscere che non c'era nessuna ragione quarant'anni fa di trattare l'Italia come il Cile di Pinochet. E poi questa dottrina Mitterrand, che è solo una pratica perché non esiste nessun testo, continuava a dividere due paesi vicini e fondatori dell'Europa. Se vogliamo costruire uno spazio europeo comune non si può stare al volere di un 'Principe' straniero che accetta o meno le estradizioni come è successo in passato con gli altri presidenti francesi. La decisione di Macron è saggia guardando al passato ma anche al futuro".
Si sente isolato tra gli intellettuali francesi?
"Forse, ma ho sempre pensato che ci fosse stato un utilizzo abusivo di una tradizione francese nata dopo la Rivoluzione, quando la Francia è diventata la patria di accoglienza dei tanti perseguitati politici, la France Terre d'Asile. È vero che non si conoscono tutti i retroscena di quello che è accaduto all'epoca. È probabile ci sia stato un accordo più o meno segreto tra Mitterrand e Craxi. Continuo però a pensare che offrire una forma di asilo politico a degli italiani che avevano le mani sporche di sangue è stato un errore. L'Italia non era un regime autoritario, con una giustizia agli ordini del potere. Anzi nella mia esperienza trovo che l'Italia sia uno paese più garantisti d'Europa, forse troppo visto che tanti criminali la fanno franca".
Gli avvocati francesi della difesa sostengono ancora oggi che l'Italia aveva derogato allo stato di diritto per combattere il terrorismo.
"Molte democrazie sono state costrette a inasprire le procedure penali in periodi di forti minacce. Guardiamo quello che succede oggi in Francia, dove nella lotta contro il terrorismo islamico è diventato normalità lo stato di emergenza, con tutti i rischi che ne conseguono per il rispetto dei diritti civili. Ci possono essere stati alcuni eccessi o abusi durante gli Anni di Piombo ma l'Italia è sempre rimasta una democrazia. Lo dico per averlo vissuto. Nei primi anni Ottanta a Firenze".
Cosa ricorda?
"Avevo l'impressione di essere in un paese tormentato, in difficoltà, mai in una dittatura. Una volta andai a Mirafiori con alcuni studiosi e ricordo la tensione palpabile. Qualche anno dopo ero a Firenze quando abbiamo saputo che un nostro collega, Ezio Tarantelli, era stato ucciso alla Sapienza. Aveva 44 anni e la sua unica colpa era di essere stato consigliere del ministero del Lavoro. Pensare che chi ha commesso questo tipo di crimine sia sfuggito alla giustizia, scappando in un paese europeo vicino che ha offerto accoglienza mi pare ancora oggi un fatto gravissimo. Purtroppo i francesi non capiscono bene gli Anni di Piombo".
Perché?
"Si è diffusa la leggenda che stiamo parlando di perseguitati politici che Mitterrand ha<MC> protetto dalla vendetta di un regime. Questa credenza viene dal fatto che gli intellettuali di sinistra, ma forse non solo, volevano sostenere la scelta di Mitterrand. Esiste nella <CF2002>gauche</CF> un romanticismo rivoluzionario, lo vediamo ancora oggi per esempio con Jean-Luc Mélenchon. Ma ribadisco: l'Italia allora era una democrazia, anzi forse ancora più forte di dieci anni prima, nel periodo delle stragi cripto-fasciste che sono rimaste in parte misteriose. In realtà la lotta dello Stato contro le Brigate Rosse e gli altri gruppi terroristi ha portato a un'unione nazionale tra destra e sinistra".
La battaglia giudiziaria sarà lunga. Secondo lei cosa dovrebbe succedere?
"La decisione di Mitterrand era contraria allo stato di diritto, ora che lo stato di diritto è stato riconosciuto, si può aprire il dibattito sull'amnistia. Negli ultimi due secoli la Francia ha adottato decine di amnistie collettive. La prima risale al 1791, sostituisce l'indulto reale, e riguardava i rivoluzionari e controrivoluzionari che avevano partecipato alla violenza dal 1789. L'amnistia è una necessità politica e sociale ma solo una volta che le pene sono state pronunciate per non sembrare un'ammissione di difetto nel sistema giudiziario. So che è un dibattito doloroso per le famiglie coinvolte negli Anni di Piombo ma credo che anche questa sia la forza di una democrazia".