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Perché Israele non è uno Stato di apartheid

Un checkpoint a Betlemme (afp)
Così l'ha definito un rapporto di Human Rights Watch. Ma nella tragica realtà di Cisgiordania e Gaza non c'è una componente "razziale": è l'effetto di una guerra che dura dal 1967
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Non credo esista un termine che fa infuriare e insulta gli israeliani più di "apartheid", o peggio, l'essere etichettato come "Stato di apartheid". L'apartheid è un sistema vile e razzista che gli israeliani trovano profondamente disgustoso. È contrario a tutto ciò in cui crediamo e alla nostra percezione di noi stessi, che si esprime anche nelle voci critiche all'occupazione che credono ancora nella soluzione dei "due Stati".

Perciò, quando Human Rights Watch (Hrw) martedì pubblica un lungo dossier definito "il rapporto più completo finora sul trattamento israeliano dei palestinesi", accusando Israele di aver commesso "crimini contro l'umanità", la reazione sdegnata di Israele era prevedibile. Il rapporto di 213 pagine, intitolato "Una soglia superata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione" afferma che Israele "...es…

Non credo esista un termine che fa infuriare e insulta gli israeliani più di "apartheid", o peggio, l'essere etichettato come "Stato di apartheid". L'apartheid è un sistema vile e razzista che gli israeliani trovano profondamente disgustoso. È contrario a tutto ciò in cui crediamo e alla nostra percezione di noi stessi, che si esprime anche nelle voci critiche all'occupazione che credono ancora nella soluzione dei "due Stati".

Perciò, quando Human Rights Watch (Hrw) martedì pubblica un lungo dossier definito "il rapporto più completo finora sul trattamento israeliano dei palestinesi", accusando Israele di aver commesso "crimini contro l'umanità", la reazione sdegnata di Israele era prevedibile. Il rapporto di 213 pagine, intitolato "Una soglia superata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione" afferma che Israele "...espropria, confina, separa con la forza e soggioga i palestinesi in virtù della loro identità" e che tali azioni "equivalgono ai crimini contro l'umanità di apartheid e persecuzione".

Il dizionario Merriam-Webster definisce l'apartheid come: "Segregazione razziale, in particolare: una passata politica di segregazione e discriminazione politica, sociale ed economica contro la maggioranza non bianca nella Repubblica del Sud Africa". L'Enciclopedia Britannica lo descrive così: "L'apartheid (afrikaans per "separazione") è una politica che governava le relazioni tra la minoranza bianca del Sud Africa e la maggioranza non bianca, sancendo la segregazione razziale e la discriminazione politica ed economica contro i non bianchi".

Forse più pertinenti delle definizioni da dizionario sono gli standard legali utilizzati per stabilire cosa costituisca apartheid. La Convenzione internazionale sull'eliminazione e repressione del crimine di apartheid (1973), lo definisce come "atti disumani commessi allo scopo di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su qualsiasi altro gruppo razziale, opprimendolo sistematicamente". Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (2002) definisce il crimine "... atti inumani di carattere analogo ad altri crimini contro l'umanità [...] commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altro o altri gruppi razziali, ed al fine di perpetuare tale regime".

Il dossier di Hrw mostra due evidenti difetti: primo, confonde "occupazione" con "apartheid". L'occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza risale a 54 anni fa. I palestinesi che vivono sotto occupazione militare vedono i loro diritti violati e non sono veramente liberi. Ma questa tragica realtà non costituisce "apartheid" strutturale. È il risultato duraturo del fallimento israelo-palestinese nel raggiungere un accordo. L'occupazione non è una conquista razziale o un'impresa coloniale mirata, ma il risultato di default di una guerra che Israele riteneva fosse difensiva nel 1967.

In secondo luogo, il rapporto non distingue tra tre gruppi: il primo, gli "arabi israeliani", una minoranza del 20% che vive all'interno d'Israele nei suoi confini antecedenti al '67. Votano, pagano le tasse e godono di tutti i diritti civili concessi a qualsiasi minoranza in qualsiasi democrazia. Tant'è che la futura coalizione di governo israeliana attualmente potrebbe dipendere dalle scelte di due partiti arabi. Il secondo gruppo sono i 2,8 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania sotto il controllo militare israeliano, ma sotto il governo dell'Autorità Palestinese. Il terzo gruppo è costituito da 1,9 milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza controllata da Hamas, da cui Israele si è ritirato nel 2005.

Applicare gli stessi criteri a tutti e tre i gruppi è un errore metodologico critico. Affermare che tutti e tre i gruppi sono soggetti a discriminazioni intenzionali è solo un esercizio di pigrizia intellettuale.

L'inapplicabilità dell'apartheid è più profonda. In primo luogo, gli afrikaner sudafricani erano colonialisti olandesi che con velleità suprematista presero il controllo di un Paese su cui non avevano alcun diritto. Gli ebrei che tornano nella Terra d'Israele non sono invasori. Gli afrikaner hanno intenzionalmente sviluppato l'apartheid. Gli israeliani non hanno un obiettivo simile. Poi, nessuna componente "razziale", o ideologia di "dominazione razziale" guida le politiche israeliane. Nonostante tutti gli aspetti negativi dell'occupazione militare, non si basa su una gerarchia razziale. Terzo, dal giugno 1967 Israele ha ripetutamente affermato che il suo controllo sui Territori è temporaneo. Che questa realtà si sia protratta è una disgrazia, ma di certo non deriva da una mancanza di tentativi volti a raggiungere un accordo politico con i palestinesi. Quarto, Israele non ha mai annesso la Cisgiordania e Gaza. Se Israele dovesse annettere i Territori e privare i palestinesi dei diritti, apartheid potrebbe diventare un termine rilevante.

Anche con scarso riguardo per la storia e il contesto politico, criticare l'occupazione e il trattamento dei palestinesi da parte d'Israele è legittimo. Ma chiamarlo "apartheid", implicando scelte strutturali, deliberate e motivate razzialmente, è ridicolo.

*Ambasciatore israeliano, già Console generale a New York, editorialista di Haaretz

(Traduzione di Sharon Nizza)