Il presidente del Niger (sinistra) Bazoum con i suoi omologhi francese Macron e mauritano El Ghazouani (di spalle al centro) (afp)
Il presidente del Niger Bazoum: "Serve una mobilitazione internazionale per sconfiggere il terrorismo nel Sahel"
di
Giacomo Zandonini
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di Giacomo Zandonini
Intervista al leader del Paese chiave per gli equilibri dell'Africa centrale, punto di snodo per le migrazioni e per il contrasto ai gruppi armati radicali. "All'Italia chiediamo contributi non solo per la lotta all'immigrazione ma anche per lo sviluppo economico"
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
NIAMEY - "L'Italia è un Paese vicino al Niger, abbiamo sfide comuni e vi chiediamo di proseguire un partenariato per sviluppare tutto il Sahel". Queste le parole di Mohamed Bazoum, neo-eletto presidente del Niger, che ha rilasciato un'intervista esclusiva a Repubblica, per parlare soprattutto di migrazioni e lotta al terrorismo nella tormentata regione del Sahel.
La sua nomina a Presidente della Repubblica, il 2 aprile scorso, è stata salutata come un successo per la giovane democrazia nigerina. Qual è il senso del suo mandato?
"Dall'indipendenza, nel 1960, il nostro Paese ha affrontato sfide importanti: abbiamo avuto un governo a partito unico, seguito da un regime militare. E' solo dal 1991 che il Niger si è aperto al multipartitismo, pur con una serie di colpi di Stato. Quello tra il mio predecessore, Mahamadou Issoufou e me, è il il primo passaggio di potere pacifico della nostra storia nato dalle urne. Speriamo si…
NIAMEY - "L'Italia è un Paese vicino al Niger, abbiamo sfide comuni e vi chiediamo di proseguire un partenariato per sviluppare tutto il Sahel". Queste le parole di Mohamed Bazoum, neo-eletto presidente del Niger, che ha rilasciato un'intervista esclusiva a Repubblica, per parlare soprattutto di migrazioni e lotta al terrorismo nella tormentata regione del Sahel.
La sua nomina a Presidente della Repubblica, il 2 aprile scorso, è stata salutata come un successo per la giovane democrazia nigerina. Qual è il senso del suo mandato?
"Dall'indipendenza, nel 1960, il nostro Paese ha affrontato sfide importanti: abbiamo avuto un governo a partito unico, seguito da un regime militare. E' solo dal 1991 che il Niger si è aperto al multipartitismo, pur con una serie di colpi di Stato. Quello tra il mio predecessore, Mahamadou Issoufou e me, è il il primo passaggio di potere pacifico della nostra storia nato dalle urne. Speriamo sia un segnale per altri Paesi".
Il Niger è oggi al centro di una regione in subbuglio. Dal 2015 in poi, sigle legate ad Al Qaeda, a Boko Haram e allo Stato Islamico hanno colpito con sempre più forza. Cosa state facendo per invertire questa tendenza?
"Il problema è a ovest, lungo la frontiera con il Mali. Le basi dei terroristi sono in Mali ed è da lì che passa la soluzione a tutti i problemi del Sahel. Serve quindi una grande mobilitazione internazionale, per far sì che le autorità e le forze di sicurezza del Mali tornino a controllare tutto il territorio nazionale e in particolare le regioni di Gao e Ménaka. Il Niger deve fare la sua parte, certo. Stiamo lavorando sulla formazione e sul reclutamento di nuovo personale per le forze di sicurezza e contiamo sul sostegno dei nostri partner". Negli ultimi mesi assistiamo ad una nuova strategia da parte del cosìdetto Stato Islamico nel Grande Sahara: colpire i civili invece dei militari. Oltre 200 persone sono state uccise nel solo mese di marzo. Come garantirete la protezione della popolazione civile?
"La risposta è in una presenza massiccia e in una maggiore mobilità delle nostre forze armate. Finché i terroristi sentiranno che lo Stato è assente, continueranno infatti a massacrare civili, convinti di potersi ritirare in totale impunità".
Paesi vicini, come Mali e Burkina Faso, hanno aperto uno spiraglio al dialogo con formazioni jihadiste e al reinserimento di ex combattenti. E' un'opzione anche per il Niger?
"Assolutamente no. Non sapremmo infatti con chi negoziare: non ci sono leader terroristi del Niger, né tantomeno rivendicazioni nei confronti delle nostre istituzioni. Ci sono invece giovani nigerini, spesso poco istruiti, reclutati da gruppi i cui capi vengono in gran parte dal Maghreb. L'unico modo per convincerli ad abbandonare i terroristi è stabilire un rapporto di forza militare. Lo abbiamo già visto in passato: quando siamo riusciti a contrattaccare con successo, a mettere in fuga il nemico, allora alcuni di questi giovani hanno lasciato i gruppi terroristi".
Quale ruolo avranno partner internazionali come Francia, Stati Uniti, Italia, Germania ed Unione Europea, nello sviluppo di questo rapporto di forza militare?
"La Francia è un attore chiave, tramite la missione militare Barkhane, che interviene in Niger in coordinamento con le nostre forze armate. Barkhane offre un apporto strategico per noi prezioso: quello della sorveglianza e dell'intervento aereo, su cui siamo deboli. Gli altri partner, Italia inclusa, si occupano invece della formazione delle nostre forze speciali, accompagnata in alcuni casi dalla donazione di equipaggiamento militare, soprattutto da parte degli USA. Una cooperazione che ci auguriamo prosegua".
Dal territorio del Niger partono anche droni armati, francesi e statunitensi, per operazioni mirate. Questa presenza ha mai posto dei problemi?
"E' un uso per ora limitato e non ci sono mai stati incidenti, cosa che mi fa pensare che ci sia un principio di cautela draconiano. Non c'è quindi nessun motivo di lamentarsi, né alcuna ostilità da parte del Niger".
Veniamo all'Italia, che nel 2017 ha aperto un'ambasciata in Niger e dal 2018 ha una presenza militare stabile. Come giudica la cooperazione con il nostro Paese e che prospettive vede?
"L'Italia è venuta essenzialmente con un suo obiettivo, legato alla lotta all'immigrazione irregolare. L'ambasciata è stata aperta proprio per lavorare su questo fronte. Ma i rapporti tra i nostri Paesi sono precedenti e vanno al di là di immigrazione e sicurezza: siamo geograficamente vicini, ci sono relazioni diversificate e mi auguro che ci sia, da parte italiana, un rinnovato contributo agli sforzi di sviluppo economico del Niger e di tutta la regione del Sahel".
La cooperazione migratoria tra Niger e Paesi europei è dunque destinata a proseguire sulla stessa linea?
"Il Niger è essenzialmente un Paese di transito, per cittadini di diversi paesi dell''Africa occidentale, che passano da qui per raggiungere la Libia e quindi l'Europa. A partire dal 2017, abbiamo fermato tutto questo e oggi, chi continua a raggiungere l'Italia dall'Africa occidentale, lo fa aggirando il Niger. Il dispositivo di controllo e dissuasione che abbiamo messo in piedi nel 2017 è sempre attivo ed efficace e proseguiremo su questa strada, rispettando gli impegni presi con i partner europei, Italia in testa".
Pur essendo uno dei Paesi più poveri del mondo, il Niger ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati, in fuga dalla violenza nei paesi confinanti, in particolare da Nigeria, Mali e Burkina Faso. Continuerete a mantenere le porte aperte?
"Abbiamo due situazioni distinte: da una parte c'è chi torna indietro dalla Libia o rimane bloccato qui in Niger. Si tratta di migranti economici per cui il nostro Paese è un transito temporaneo prima di tornare nei Paesi di origine, grazie a programmi dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Per loro, la porta resterà sempre aperta. Per quanto riguarda i rifugiati, oggi ospitiamo - tra gli altri - circa 130.000 nigeriani fuggiti da Boko Haram. Sono giovani, poco scolarizzati che vivono in condizioni precarie e rappresentano un enorme pericolo per la sicurezza. Stiamo quindi riflettendo su come rimpatriarli, collaborando con l'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati".
(Questo articolo è stato supportato dal Money Trail grant di Journalism Fund)