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"A Baghdad abbiamo mediato tra Iran e sauditi: l'Iraq non avrà pace senza un accordo"

Intervista al vicepremier iracheno Fuad Hussein
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ROMA - Fuad Hussein, vicepremier e ministro degli Esteri dell’Iraq, ha appena chiuso una visita di 4 giorni in Italia. In questa intervista a Repubblica parla innanzitutto della difficoltà del suo Paese stretto nel rapporto fra Iran e Stati Uniti. E conferma ufficialmente che il governo dell’Iraq ha avuto un ruolo decisivo nel promuovere i negoziati segreti che sono iniziati a Bagdad fra Iran e Arabia Saudita

Ministro, innanzitutto qual è la situazione nel suo Paese? L'Isis è ancora presente in Iraq?
“Il Daesh è ancora in Iraq, ed è in Siria: anche se la sua presenza non è comparabile con quella del 2014, c’è il potenziale per nuove minacce del terrorismo al nostro Paese e alla regione. Per questo nei miei viaggi in Europa ho sensibilizzato tutti i Paesi alleati dell’Iraq perché mantengano una forte presenza degli addestratori Nato per il nostro esercito. Per ora sono impegnati solo a Bagdad, m…
ROMA - Fuad Hussein, vicepremier e ministro degli Esteri dell’Iraq, ha appena chiuso una visita di 4 giorni in Italia. In questa intervista a Repubblica parla innanzitutto della difficoltà del suo Paese stretto nel rapporto fra Iran e Stati Uniti. E conferma ufficialmente che il governo dell’Iraq ha avuto un ruolo decisivo nel promuovere i negoziati segreti che sono iniziati a Bagdad fra Iran e Arabia Saudita

Ministro, innanzitutto qual è la situazione nel suo Paese? L'Isis è ancora presente in Iraq?
“Il Daesh è ancora in Iraq, ed è in Siria: anche se la sua presenza non è comparabile con quella del 2014, c’è il potenziale per nuove minacce del terrorismo al nostro Paese e alla regione. Per questo nei miei viaggi in Europa ho sensibilizzato tutti i Paesi alleati dell’Iraq perché mantengano una forte presenza degli addestratori Nato per il nostro esercito. Per ora sono impegnati solo a Bagdad, ma speriamo possano essere attivi anche in altre aree del Paese. Abbiamo un bisogno disperato di addestramento: a Bruxelles ho detto proprio così al segretario generale della Nato. E in questo impegno il ruolo dell’Italia è molto importante e diventerà centrale dal 2023”.

Tutti nella regione seguono con ansia questa fase di negoziato fra Iran e Stati Uniti: trattano di nucleare, ma discutono anche del futuro della vostra regione.
“Lo stato dell’equilibrio fra Iran e Usa, il loro conflitto ha effetti diretti su di noi. Parte del loro conflitto si riflette sulla società irachena. A volte si affrontano direttamente sul terreno iracheno: noi diventiamo vittime di questa dinamica. Il conflitto fra Usa e Iran ci danneggia, è doloroso dirlo ma lo scontro si riflette sulla società, sulla vita del mio Paese.

Molti vi chiedono di scegliere una parte oppure l'altra.
“Noi non dobbiamo scegliere, noi dobbiamo allontanare il conflitto del nostro territorio e l’unico modo per farlo è lavorare perché la politica e il dialogo prevalgano sulla violenza. Con la nuova amministrazione americana è stato possibile avviare una nuova dinamica politica. L’Iran è un vicino importante, decisivo per l’Iraq: per le relazioni economiche, sociali culturali, religiose. Ma allo stesso tempo noi vogliamo che gli Stati Uniti rimangano un partner strategico”.

Il negoziato di Vienna è ripartito: ha fiducia in un accordo?

“Prima di Vienna le posizioni di Iran e Stati Uniti erano queste: i primi vorrebbero prima la rimozione delle sanzioni e poi negoziare sul resto. Gli americani, al contrario, prima vorrebbero negoziare e poi vorrebbero parlare delle sanzioni. Quando il ministro degli Esteri dell’Iran Zarif è venuto di recente a Bagdad mi ha spiegato quale è la dinamica in atto nei negoziati di Vienna. Io ho fiducia: e intanto è ripartita una dinamica politica, e anche solo questo è positivo”.

Ministro, assieme al primo ministro Mustafa Al Khadimi il governo dell’Iraq ha avuto il merito di far partire un negoziato riservato fra Arabia Saudita e Iran. Responsabili dell’intelligence iraniana e saudita si sono incontrati proprio a Bagdad. Quale era la vostra idea?
“Sapete perché abbiamo favorito questo negoziato? La domanda che ci facevamo da mesi nel governo era questa: perché l'Iraq deve pagare per uno scontro regionale così generalizzato? Perché l’Iraq deve rimanere vittima di questi scontri? Quando analizziamo i conflitti nella società irachena vediamo che quasi tutti hanno una ragione esterna. Ogni contrasto nella nostra regione, prendiamo proprio l’esempio del confronto fra iraniani e sauditi, ha un riflesso diretto sulla società irachena. E allora per risolvere i conflitti all’interno dell’Iraq dobbiamo affrontare i problemi alla radice, nella regione. Abbiamo iniziato a viaggiare nelle capitali della regione. Sono andato a Teheran, ho avuto incontri con il mio collega ministro Zarif, ma anche con altre personalità della loro leadership. Quando ho suggerito di iniziare un confronto con i sauditi, gli iraniani hanno accettato l’idea. Sono stato a Riad, ho avuto discussioni col principe Feisal. In principio non hanno rifiutato l’idea, ma avevano bisogno di discuterne fra loro. E allora con il primo ministro Al Khadimi siamo tornati a Riad per un secondo viaggio, abbiamo incontrato il principe ereditario Mohammed Bin Salman e lui ha dato il suo appoggio al dialogo. Adesso i colloqui sono iniziati, speriamo che siano produttivi e che il livello possa salire. Per la diplomazia irachena è stato un buon successo, siamo stati utili nel portare i sauditi e gli iraniani a parlarsi direttamente”.

Lei ha avuto un ruolo decisivo in questo negoziato: dicono che a casa sua si siano incontrati i capi dell’intelligence di Riad e Teheran…
“Dicono tante cose, anche che ho fatto incontrare il capo iraniano e quello della Cia…. io ho fatto solo il mio lavoro!”.

Crede che l’emiro Mohammed Bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti sostenga la decisione dei sauditi di parlare con l’Iran?
“Credo che gli Emirati siano pronti a essere parte della soluzione. La loro politica è di affrontare i temi politici ed economici della regione. La regione è pronta a provare a risolvere i problemi che ci affliggono”.

Quale è la vostra visione per stabilizzare la regione? Il presidente iraniano Rouhani ha proposto un meccanismo regionale. Voi come intendete lavorare?
“Vogliamo iniziare con un incontro di tutti i ministri degli Esteri della regione, in Iraq. Lo chiameremo “I vicini dell’Iraq”. Abbiamo vicini molto potenti. La Turchia è molto potente, lo è l’Iran, lo è l'Arabia Saudita. Poi c’è il Kuwait, la Siria. Ma sarà necessario battezzare questa formula “Neighbours Plus”, il che significa allargarla ai Paesi del Golfo che non sono direttamente nostri confinanti. Vorremmo poi includere anche l’Egitto, un Paese che ha un ruolo condiviso da tutti i Paesi arabi, decisivo nella regione. Questa formula nasce da una necessità vitale dell’Iraq: per avere stabilità dobbiamo avere una regione più stabile. Ed è una formula che può aiutare a risolvere altri problemi nella regione. Almeno dobbiamo provarci”.

Ministro, quali sono invece gli ostacoli per ricostruire la Siria?
“Il primo ostacolo è che bisogna fermare la guerra. Non puoi ricostruire la Siria se non si ferma la guerra. Nel calcio tu hai due squadre che giocano una contro l’altra. In Siria invece ci sono 10, 12 squadre, forse di più, tutte che giocano una contro l’altra. La maniera giusta per risolvere il problema è avviare un dialogo diretto fra Stati Uniti e Russia. Siamo onesti: loro sono i principali giocatori nel Paese. I russi hanno truppe in Siria, anche gli americani, entrambi hanno una presenza politica notevole. Russia e America devono decidere di discutere e fermare questa guerra. La guerra la pagano i siriani, milioni di profughi. La paghiamo noi in Iraq. La paga l’Europa. L’Iraq ha bisogno di una Siria stabile e pacificata. Io, per esempio, ho anche chiesto molte volte alla Lega Araba di far rientrare la Siria: è impossibile avere una discussione sulla Siria senza avere il loro governo. Tu puoi essere contrario al loro regime, ma dobbiamo sapere che il regime è ancora lì. Molti hanno provato a cambiare quel regime. Ma se è il momento di fermare questa guerra loro devono esserci”.