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La centrale di Cernobyl vista dal paesino fantasma di Pripyat 

Atomo o non atomo? Il dilemma verde dell'Europa sull'energia nucleare

Le istituzioni Ue devono classificare le attività economiche sostenibili. Non è un esercizio filosofico: essere nell’elenco che verrà approvato significherà ricevere o meno i finanziamenti europei per i progetti destinati a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Gas e nucleare sono sostenibili? Una parte dei paesi europei e gli ambientalisti dicono no. Ragioni e scelte a confronto, per farsi un'idea del nostro futuro. Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima cliccate qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica cliccate qui  
14 minuti di lettura

Si fa presto a dire green economy. Ma chi e cosa stabilisce che una tecnologia sia effettivamente “verde”? Basta stabilire che non provochi emissioni inquinanti o bisogna guardare al suo intero ciclo di vita? L’energia fotovoltaica è sicuramente pulita, ma come risolvere il problema delle 8 milioni di tonnellate di pannelli dismessi che rischiano di finire nelle discariche di mezzo globo? E cosa dire, allora, del nucleare: l’energia prodotta dalla fissione dell’atomo di sicuro non produce CO2, ma l’orizzonte cambia completamente se pensiamo alle possibili conseguenze sull’ambiente in caso di incidente e al fatto che le scorie rimangono radioattive anche per migliaia di anni.

Centrale Nucleare del Garigliano situata alla periferia di Sessa Aurunca, 160 km a sud di Roma. Istituto francese di radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) e controparte italiana ISPR…

Si fa presto a dire green economy. Ma chi e cosa stabilisce che una tecnologia sia effettivamente “verde”? Basta stabilire che non provochi emissioni inquinanti o bisogna guardare al suo intero ciclo di vita? L’energia fotovoltaica è sicuramente pulita, ma come risolvere il problema delle 8 milioni di tonnellate di pannelli dismessi che rischiano di finire nelle discariche di mezzo globo? E cosa dire, allora, del nucleare: l’energia prodotta dalla fissione dell’atomo di sicuro non produce CO2, ma l’orizzonte cambia completamente se pensiamo alle possibili conseguenze sull’ambiente in caso di incidente e al fatto che le scorie rimangono radioattive anche per migliaia di anni.

Centrale Nucleare del Garigliano situata alla periferia di Sessa Aurunca, 160 km a sud di Roma. Istituto francese di radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) e controparte italiana ISPRA 

Le regole Ue

Proprio del futuro dell’energia atomica in chiave “ambientalista” si sta parlando in questi mesi in Europa. Le istituzione della Ue stanno discutendo il “Regolamento sulla tassonomia verde”, la classificazione delle attività economiche che si possono definire sostenibili. Non è un esercizio filosofico e nemmeno una palestra per giuristi: essere inseriti nell’elenco che verrà approvato, significherà ricevere o meno i finanziamenti europei per i progetti destinati a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Il primo traguardo al 2030, quando i paesi membri dovranno tagliare la quota di CO2 del 55%.

Solo una settimana fa, l’approvazione finale del documento è stata rinviata a ottobre. Sono state le proteste arrivate da una parte dei paesi membri, nonché dal mondo ambientalista e del mondo accademico a “congelare” il testo, per sottoporlo a una ulteriore revisione. Per quale motivo? Perché nel documento della tassonomia sono state inserite come sostenibili le attività legate al gas e al nucleare.

Il nodo di gas e nucleare

Nel primo caso la critica è abbastanza ovvia: per quanto molto meno del carbone, anche il gas – usato per produrre energia o nei trasporti – produce inquinamento. Lo difendono una decina di paesi dell’est e nord Europa guidati dalla Polonia (ma con l’Italia, come vedremo, spettatore interessato) perché sostengono che lo utilizzeranno in una fase di transizione verso le rinnovabili per sostituire le centrali a carbone.

Ma il nucleare? Se la lobby degli idrocarburi è forte e a Bruxelles si fa sentire, non è da meno quella del nucleare. Secondo i dati Eurostat, nel 2019 erano attivi negli Stati membri 106 reattori nucleari (di cui la metà in Francia) che producono circa un quarto della elettricità totale della Ue.

Rinunciare dall’oggi al domani non sarà possibile, si andrà verso una dismissione collegata all’anzianità degli impianti. Ma sostenere che il nucleare fa parte del futuro fa alzare le barricate ai think tank che suggeriscono di convogliare le risorse solo verso rinnovabili, economia circolare, efficienza energetica (modello ecobonus per intenderci) nonché per l’elettrificazione delle attività a partire ai trasporti.

L'Italia

Sul tema della difesa nucleare, le posizioni si dividono tra chi ce l’ha e ha deciso di tenerlo, anche dopo l’incidente di Fukushima, dieci anni fa esatti, e chi lo ha abbandonato. I primi non vogliono rinunciare ad avere energia a basso costo (e comunque che non ha emissioni), fino all’esaurimento degli impianti. I secondi non sono interessati perché si sono giù avviati su strade alternative per le produzione di energia.

L’Italia è tra quest’ultimi avendo abbandonato completamente il nucleare con il referendum successivo all’incidente di Chernobyl a metà anni Ottanta (arrivando a chiudere le centrali di Caorso, Trino, Montalto e Garigliano) . Scelta poi confermata da un successivo voto popolare dopo Fukushima, fermando così il progetto del governo Berlusconi a cui si erano detti disponibili Enel ed Edison (controllata dal colosso francese Edf, proprietario dei 59 reattori transalpini), interessati a rilanciare un programma nucleare con almeno 4 reattori.

Per la sua transizione energetica, l’Italia ha scelto di accompagnare lo sviluppo delle rinnovabili con il gas naturale: sostituirà in via definitiva da carbone, che al momento alimenta ancora 8 centrali in attività e che coprono circa il 5-10% del fabbisogno di elettricità. Entro il 2025, avverrà l’ammodernamento degli impianti che resteranno in attività almeno per altri 20-25 anni, quando la Ue ha fissato la data per l emissioni zero.

Gli operatori, in buona parte a controllo pubblico come Enel, Edison (lo Stato francese) e A2a sono stati accusati di far parte della lobby del gas che a Bruxelles spinge sul documento sulla tassonomia. Ma come ha ricordato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, presentando il Piano Nazionale di Resilienza e Resistenza, il gas servirà anche a mantenere in equilibrio la rete elettrica, fino a quando le rinnovabili non sostituiranno completamente gli idrocarburi nella produzione di energia. La spiegazione è semplice: le rinnovabili non funzionano quando non c’è vento o il sole ed occorre avere impianti che intervengano rapidamente per sostenere la domanda di energia e impedire possibili black out.

Il treno della fusione

E’ l’addio definitivo all’atomo italiano? Non è detto: perso il treno della fissione, ora si punta alla tecnologia della fusione nucleare. Anche in questo caso a rilanciare il tema è stato il ministro Cingolani in una delle sue prime uscite pubbliche che ha ricordato come il futuro “sia nell’energia delle stelle”. Anche qui sollevando le critiche degli ambientalisti che chiedono di usare i fondi per accelerare il passaggio alle rinnovabili e non perdere tempo on ricerche che sono iniziate negli anni Cinquanta e non si sa ancoa quando porteranno risultati.

In realtà, la fusione viene studiata in tutti i paesi più avanzati (dagli Usa al Giappone, dalla Cina alla Corea), con l’Europa che vuole fare la sua parte: l’Italia – sotto il coordinamento dell’Enea (l’Ente nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile) partecipa al progetto Iter, una collaborazione internazionale che sta costruendo a Cadrache, nel sud della Francia un reattore a fusione che ha come obiettivo la realizzazione di un impianto “commerciale”. Solo allora sarà possibile avere una fonte di energia su larga scala, sicura, praticamente inesauribile e rispettosa dell’ambiente. Il problema è che non si sa ancora quando.


La Francia

Emmanuel Macron si è schierato apertamente in favore dell’atomo, ricordando che è un’energia che non produce emissioni Co2 in un momento in cui tutti i paesi devono fare sforzi per decarbonizzare la loro economia. “A condizione che si facciano progressi in materia di scorie e sicurezza, il nucleare è un'energia senza carbonio”, ha spiegato Macron che vorebbe farne uno dei perni dello sviluppo della produzione di idrogeno. La Francia guida il fronte dei paesi europei che si oppongono all’idea di inserire il nucleare nella lista delle energie più inquinati nell’ambito dei lavori della Commissione europea. Gli ambientalisti sono invece in pressing per restrizioni sul nucleare che non mettono nella categoria green a causa della questione aperta dei rifiuti radioattivi. Finora le autorità francesi hanno spiegato di voler risolvere questo problema mettendo le scorie in profondità sottoterra in un futuribile e controverso progetto in corso di costruzione a Bure, nell’est del Paese.

Centrale nucleare di Cattenom, Francia  

La destra con l'atomo

Sarà uno dei temi delle elezioni presidenziali con il partito Europe Ecologie les Verts all’attacco, dentro a una sinistra fortemente divisa, mentre la destra e l’estrema destra sono in netto sostegno per l’atomo che attualmente garantisce il 75% dell’energia in Francia. L’ex presidente François Hollande, nell’ambito della legge sulla transizione ecologica, si era già impegnato a far scendere questa quota nel mix energetico fino al 50% entro il 2030. L’impegno è stato mantenuto da Macron ma spostato al 2035. In parallelo il governo dovrebbe investire su energie rinnovabili come eolico e solare. Cominciano però a esserci dubbi anche sul percorso che dovrebbe portare ad aumentare le fonti di energia alternativa. 

"Noi crediamo nel nucleare" ha ribadito qualche giorno fa il ministro dell'Economia, Bruno Le Maire, annunciando la creazione di un'università per i mestieri del nucleare. La Francia si era convertita a questa forma di energia negli anni Settanta, in reazione agli choc petroliferi. La generazione di centrali costruite fino agli anni Novanta sono state omologate per quarant’anni e quindi si avvicinano alla scadenza. Alla fine di febbraio, però, l'autorità di sicurezza nucleare ha approvato una proroga di altri dieci anni. Il governo lancia intanto segnali contraddittori. Dopo aver chiuso la più antica centrale francese a Fessenheim, vicino al confine con la Germania, ora il capo di Stato sta pensando di costruirne di nuove. L'idea di Macron è puntare sui reattori Epr di ultima generazione. Il primo cantiere pilota a Flamanville, in Normandia, accusa ritardi da anni e non c'è certezza su quando potrà essere inaugurato. Dato il tempo necessario per la progettazione e la costruzione, e le decine di miliardi di euro che devono essere investiti, ci vorranno tra dieci a quindici anni per avere gli impianti disponibili. Il futuro del nucleare in Francia si decide adesso. 

Un operaio etichetta barili gialli contenenti materiale potenzialmente radioattivo presso l'ex centrale nucleare di Rheinsberg il 6 giugno 2011 a Rheinsberg, in Germania 

La Germania

Con la catastrofe di Fukushima a marzo del 2011, la cancelliera-scienziata Angela Merkel, fino ad allora nuclearista convinta, decide una spettacolare inversione a U. Riconoscendo pubblicamente la potenziale pericolosità degli impianti, impone alla Germania l’uscita dall’energia atomica entro il 2022. Dai picchi del 32% di quota di energia nucleare raggiunti nel 2004, la Germania era già scesa allora al 16% e ruota oggi intorno all’11%. Quando il terremoto in Giappone sconvolge il mondo, In Germania sono 17 gli impianti in funzione; oggi sono sei. E la scelta parallela di uscire da una delle fonti più importanti di approvvigionamento energetico, il carbone, per raggiungere entro metà del secolo l’obiettivo delle zero emissioni, ha avviato una lenta e faticosa transizione energetica che si riflette anche sulle bollette, le più in alte in Europa. Ma per i tedeschi, consapevoli che le politiche ambientaliste, inevitabili in un’era di drammatici cambiamenti climatici, comportano anche dei sacrifici, è raramente un tema.

Tuttavia il Paese dove il movimento dei Verdi scaturì anche dalle proteste anti-atomiche degli anni ’70, dove Angela Merkel, quando era una giovane ministra dell’Ambiente, fece i conti con le proteste massicce contro il trasporto delle scorie nucleari Castorf a Gorleben, deve ancora risolvere il problema dello smaltimento dei resti radioattivi dei suoi impianti. Ma intanto anche il sito del ministero dell’Ambiente si è premurato di far sapere che il mito dell’energia nucleare pulita è falso, se si guarda all’intera catena di produzione, dalle miniere di uranio alla fattura di singoli elementi, allo smaltimento delle scorie. “Produce meno gas serra degli impianti a carbone, ma più di quelli che vanno a energie rinnovabili”.

I Verdi e "l'uscita mondiale dal nucleare"

I Verdi, che parteciperanno con ogni probabilità al prossimo governo (le elezioni sono il 26 settembre), sono anche contrari al mantenimento degli impianti atomici negli altri Paesi europei. In occasione del decennale di Fukushima, hanno promesso un impegno a ottenere “un’uscita europea e mondiale dal nucleare” e hanno chiesto, intanto, “l’immediata chiusura” delle centrali ritenute più pericolose, tra cui la francese Cattenom, le belghe Doel e Tihange. Un governo a trazione Verde promette di dire la sua, al livello europeo, anche per impedire l’ingresso nell’energia atomica della Polonia e nuovi impianti in Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per i Gruenen “l’energia atomica non ha futuro” - ma nel futuro confronto con il partner di riferimento, la fiera nuclearista Francia, la tradizionale posizione degli ambientalisti potrebbe causare qualche scintilla. 

La centrale nucleare di Bohunice è una centrale nucleare slovacca, situata presso la città di Bohunice, nel Distretto di Trnava nell'omonima regione. L'impianto è composto da 1 reattore HWGCR da 93 MW di potenza netta e da 4 reattori VVER440 per 1.706 MW 

La Spagna

La prima ad essere chiusa è anche quella che venne inaugurata per prima, nel 1968 dal generalissimo Franco: la centrale nucleare “José Cabrera” di Almonacid de Zorita, paesino di mille anime lungo le rive del Tago in provincia di Guadalajara, è entrata già nella fase finale di uno smantellamento avviato 15 anni fa. Ma questo è solo il passo iniziale di un addio definitivo al nucleare che, nei piani del governo spagnolo, dovrà essere completato entro il 2035. Le centrali ancora in funzione sono 5, per un totale di 7 reattori, gestite dalle due grandi compagnie elettriche del Paese, Endesa e Iberdrola, e costruite per la maggior parte negli anni Ottanta, durante la lunga fase di governo socialista di Felipe González. Dovevano avere una vita media di quarant’anni ma, nel “piano nazionale integrato di energia e clima” varato dal primo esecutivo guidato da Pedro Sánchez, era già prevista una proroga dell’attività dei reattori, fino a portarli a una durata massima di 46 anni. Una decisione contestata nell’ultimo anno da Unidas Podemos, entrato nel frattempo a far parte dell’esecutivo con i socialisti. Ma Sánchez e la vicepremier responsabile della Transizione ecologica Teresa Ribera hanno resistito alle pressioni da sinistra per non mettere a repentaglio la fattibilità del piano per l’energia verde.

 

Obiettivo rinnovabili al '74% nel 2030

L’obiettivo è che nel 2030 il 74 per cento di tutta la produzione di energia elettrica spagnola sia garantito dalle rinnovabili. Il carbone sta sparendo dalla scena. Solo nel 2020 c’è stato un calo di produzione del 60 per cento, il suo contributo alla produzione di energia è ormai limitato al 2 per cento su scala nazionale. In progressiva diminuzione anche il peso dei combustibili fossili, dal petrolio al gas naturale, si punta decisamente su eolico e solare. I risultati sono già sotto gli occhi di tutti: nel 2020 la produzione libera da emissioni di CO2 ha rappresentato il 66,9 per cento del totale. Una percentuale condizionata però ancora da una forte presenza del nucleare. Gli equilibri dovranno cambiare progressivamente nei prossimi anni a favore delle fonti di energia più pulita. Il destino delle centrali nucleari è segnato. E questo preoccupa non poco gli amministratori dei Comuni che le ospitano, riuniti in un’associazione che ha dichiarato guerra al governo. Il motivo: la decisione di Madrid di assumere direttamente il controllo di tutta la fase di smantellamento escludendo gli enti locali. È una “questione di interesse nazionale”, dice l’esecutivo. Se fosse sottoposta alle lungaggini di un dibattito con le comunità locali, si rischierebbe di far saltare la “road map” della Spagna verde.

Centrale termoelettrica alla periferia di Bucares, Romania 

Il Nord Europa

I paesi della Nordic community (Islanda, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia), spesso uniti su molti temi-chiave, appaiono invece divisi quanto all´energia nucleare. Su due fronti, senza polemiche ma anche senza compromessi. Svezia e Finlandia continuano a puntare sul nucleare, sebbene il regno delle tre corone abbia deciso da tempo l´addio dolce. Islanda, Norvegia e Danimarca invece l´hanno sempre rifiutata e puntano sempre di piú su rinnovabili ed energie pulite. Pur essendo un petrostato, la Norvegia continua ad autorizzare perforazioni marittime ma il suo fondo sovrano, il piú ricco del mondo, disinveste dal petrolio e dai combustibili fossili. La maggioranza dell´energia prodotta in Norvegia, e anche esportata, viene da fonti rinnovabili. Non solo eolico e fotovoltaico, ma anche moltissime turbine idriche montate lungo il corso dei numerosi fiumi sotterranei del paese. La piccola Danimarca è primatista mondiale nella produzione nell´export e nell´uso di pale eoliche, con molti enormi campi eolici offshore in servizio e altri ancora piú grandi in costruzione.

Ben diversa è la situazione nella Svezia, prima potenza economica ed esportatrice di manufatti e di eccellenza della regione. Per decenni il paese ha scommesso sull´atomo civile, che assicura ancora il 30 per cento del fabbisogno nazionale di energia. Da diversi anni fa, dopo la sciagura di Chernobyl, gli svedesi si sono espressi con un referendum per l´addio dolce al nucleare. Degli undici reattori presenti nel paese dunque 6 sono stati spenti, e il programma di addio continua con investimenti sempre piú forti in rinnovabili e pulite: l´idroelettrico fornisce il 40 per cento della produzione. Ma il consenso non è unanime: gli ambienti economici e soprattutto l´industria manifatturiera e di eccellenza ritengono che vista la solida crescita media annuale del prodotto interno lordo (doppia di quella media annuale tedesca prima del Covid) il nucleare continuerà ad essere indispensabile nonostante i rischi. Tutti i reattori  in Svezia, ancora accesi o spenti, sono gestiti da Vattenfall e sono di produzione del colosso nazionale ASEA.

In Finlandia l´energia nucleare fornisce circa un terzo del fabbisogno nazionale di energia, e nessun governo, neanche l´attuale esecutivo al femminile della premier Sanna Marin, ha mai espresso idee di addio. I reattori presenti e attivi sono 4: due a Olkiluoto e due a Loviisa. Un quinto è progettato a Pyhäjoki, ma entrerà in funzione solo nel 2029 e i suoi costi di produzione allarmano perche stanno lievitando ed è previsto salgano fino a 7-7,5 miliardi di euro. La società che gestisce i reattori, Fennovoima, non ha mai registrato incidenti gravi, ma frequenti panne che hanno destato allarme. Anche nel reattore piú moderno, costruito con la tecnologia francese dell´ultima generazione (Flamandville).

 

Centrale a carbone RWE Niederaussem a Bergheim, Germania 

L'Europa centro orientale

La situazione energetica del centroest europeo è eterogenea. Il piú grande problema di inquinamento è creato dal carbone polacco, ma alcune delle centrali in servizio, segnatamente i quattro reattori ungheresi di Páks, sono considerati pericolosi essendo di vecchia tecnologia sovietica. Per il loro rinnovo il premier Viktor Orbán ha scartato ogni acquisto di tecnologia del mondo libero (Occidente, SudCorea) e ha invece scelto di affidare tutto ai russi di Rosatom, con un credito russo con pagamento dilazionato e secondo fonti critiche un progetto molto piú costoso di quanto gli altri produttori mondiali avrebbero offerto.

La situazione polacca è la piú allarmante, nonostante sia in costruzione una sola centrale nucleare (ma crea tensioni essendo prevista molto vicino al confine tedesco) e nessuna in servizio. Il gravissimo problema, che rende l´aria in Polonia la seconda peggiore e piú tossica del mondo e causa ogni anno nel paese, quinta economia della Ue, oltre 43 mila morti, è il carbone. Continua a fornire quasi l´80 per cento del fabbisogno energetico nazionale. Particolarmente colpite -  molto spesso viene consigliato di stare a casa e non portare i bambini in parchi giochi né fare sport all´aperto -  sono splendide città come Cracovia e Wroclaw.

Particolarmente inquinanti sono alcuni impianti a lignite, come Belchatow e Turow. Il governo nazionalconservatore continua ad ampliarle, nonostante le proteste di paesi confinanti come la Cechia, ma si è impegnato con la Ue, in cambio di aiuti per due miliardi, ad abbandonare il carbone entro il 2049 e a ridurre il fabbisogno da carbone all´11 per cento nel 2040. Molti dubitano che allo stato attuale i traguardi siano raggiungibili. Anche a causa della forza della lobby del sindacato dei minatori, che difende 85mila posti di lavoro.

Cechia e Slovacchia, paesi piccoli ma altamente industrializzati, continuano a scommettere in massa sul nucleare: Praga ricava dai suoi 6 reattori in servizio (tre a Temelin e tre a Duchovany) il 33 per cento del fabbisogno energetico, la Slovacchia ricava addirittura il 50 per cento circa del fabbbisogno dai suoi quattro reattori, due a Bohunice e due a Mohovce. Cechia e Slovacchia sono impegnati in ampi programmi di modernizzazione dei reattori, e puntano su tecnologie occidentali o sudcoreana. Dopo lo scandalo dello spionaggio russo, Rosatom è stata provvisoriamente esclusa dalle gare di appalto e prima era stata definitivamente esclusa anche la Cina. In entrambi i casi per paure relative alla sicurezza e allo spionaggio.

I reattori ritenuti attualmente piú pericolosi sono i quattro della centrale ungherese di Páks, costruiti dai sovietici durante la dittatura comunista. Orbán ignorando i consigli degli esperti ha scelto Rosatom per rinnovarli. Il direttore dell´agenzia atomica ungherese Gyula Fichtinger si è appena dimesso, senza rendere pubblici i motivi della sua decisione. Invano: il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha detto giovedí 29 che la crescita economica nel paese magiaro non è immaginabile senza il nucleare civile.

Centrale elettrica di Belchatow,
 

I Balcani

Nei paesi balcanici esistono pochi impianti, tutti in ex paesi comunisti, ma ritenuti al momento irrinunciabili per il futuro della crescita economica. I due reattori ritenuti piú pericolosi sono quelli della centrale nucleare bulgara di Kozloduj, risalenti all´epoca sovietica con tutto ciò che ne consegue per le incognite sulla sicurezza. Il governo appena dimessosi dopo il flop elettorale dell´ex premier centrista-conservatore Bojko Borissov aveva annunciato la prossima costruzione di una nuova centrale a Belene, senza indicare da quale paese sarebbe stata acquistata la tecnologia. Al momento tutto è sospeso perché in mancanza dei numeri per una qualsiasi maggioranza di governo sono probabili nuove elezioni anticipate entro l´estate.

In Romania sono attivi due reattori nel sito nucleare di Cernavoda, sono vecchi, ma non di origine sovietica bensí canadese-italiana e la loro modernizzazione verrà effettuata con tecnologia occidentale o sudcoreana dati anche i pessimi rapporti con la Russia a causa dello spionaggio di Mosca e dell´installazione in Romania di radar difensivi Nato contro la nuova generazione di missili nucleari da parte russa. L´energia atomica fornisce attualmente circa il 19 per cento del fabbisogno nazionale totale, e si discute se costruire un nuovo reattore a Cernavoda o in un sito previsto previsto forse a Sibiu o a Tarnoveni. La Romania persegue obiettivi di transizione alle energie green, ma con una forte crescita economica affronta anche un´altra sfida oltre a quella dell´atomo civile: il peso della produzione di carbone e la forza della lobby dei "musi neri", i minatori della valle del Jiu.

Nell´ex Yugoslavia esiste un solo impianto, quello sloveno di Krsko. E´stato prodotto negli anni Ottanta dalla Westinghouse e fornisce il 25 per cento abbondante del fabbisogno energetico sloveno e circa il 20 per cento di quello croato. Di fatto la centrale è gestita insieme dagli enti sloveno e croato per la produzione di energia elettrica. Secondo il governo non ci sono mai stati a Krsko incidenti gravi, ma report di ong ecologiste e media indipendenti hanno denunciato preoccupanti e frequenti casi di perdite di liquido radioattivo. Particolarmente serio fu giudicato, anche dai paesi vicini, l´incidente del 4 giugno 2008. Sempre secondo le ong allora il governo, costretto dal rischio a spegnere temporaneamente Krsko, cercò di dissimulare il caso parlando di "esercitazione”, poi si vide costretto a confessare la verità. Si è parlato di un raddoppio del sito con un secondo reattore, ma manca un accordo politico per un eventuale condivisione dei costi tra Slovenia e Croazia.

Sorprendente è invece il costante rifiuto dell´opzione dell´atomo civile da parte della Serbia. Il governo della premier Ana Brnabic e del presidente Aleksandar Vucic ha sempre detto no a progetti di costruzione di reattori, nonostante le frequenti, ripetute ed economiche offerte russe. Mosca mira a estendere ancora la sua influenza con la Serbia già rafforzata da enormi forniture militari e investimenti, ma i costi sono giudicati troppo alti in ogni caso da Belgrado e soprattutto manca tra tutti i partiti e nella società civile ogni significativo consenso a favore dell´atomo civile.

Manifestazione contro il nucleare fuori della centrale  di Hinkley Point Bridgwater, Inghilterra
 

Il Regno Unito

Il Regno Unito non è più nell'Unione europea, ma naturalmente le sue scelte energetiche pesano - fosse solo per ragioni geografiche - su tutto il continente. La lotta alle emissioni del governo Johnson passa anche per il nucleare, che resta più stabile e produttivo come quantità di energia rispetto all’eolico per esempio, anche se questo costa decisamente di meno (40 sterline per megawattora, contro i 90 di un impianto nucleare come Hinkley Point, in Somerset). E anche grazie al nucleare, considerato dal governo britannico “energia pulita” in chiave anti-emissioni (nonostante le scorie), ma soprattutto per il boom delle rinnovabili, da un paio di anni in Regno Unito l’elettricità non è più fornita in maggior parte dai combustibili fossili.

“Bradwell B” è la nuova centrale nucleare della discordia che il governo Johnson vuole costruire a Bradwell-on-Sea, nel rurale e industriale Essex, cento chilometri a est di Londra, sull’imponente estuario del fiume Blackwater e, poco più in là, sul Mar del Nord. In realtà, l’idea di Bradwell B non è dell’attuale primo ministro, bensì dell’altro conservatore David Cameron, leader britannico fino al referendum (perso) della Brexit nel giugno 2016. E il piano generale comprende altri cinque stabilimenti nucleari nel Paese. Johnson, tuttavia, a Bradwell B non si è opposto, perché l’energia nucleare è cruciale nella sua agenda ambientalista e per quella che ha già ribattezzato la “Rivoluzione industriale verde” del Regno Unito, che punta a eliminare le emissioni entro il 2050, a vietare la vendita di macchine a diesel e benzina dal 2030 e a diventare “L’Arabia Saudita del vento”.

Dietro a Bradwell B, un colosso nucleare grosso come dieci stadi di Wembley, c’è un consorzio franco-cinese (oltre che britannico) composto da EDF Energy e i cinesi di China General Nuclear Group (CGN), a capo del progetto, un impianto da 2000 megawatt e due rettori nucleari. Dovrebbe essere pronto tra una decina di anni e il suo costo è tuttora misterioso, anche se alcune stime parlano di circa 20 miliardi di euro. Ma gli abitanti locali si sono già ribellati, soprattutto per la questione scorie.

 

Chi la spunterà? L’ultima parola spetterà al governo Johnson. Qualche settimana fa, un altro progetto dell’esecutivo in carica, ossia una miniera di carbone sempre in Cumbria, è stato temporaneamente sospeso dopo le molte critiche ricevute e le proteste ambientaliste. Ma quella, appunto, era una “fabbrica di emissioni” poco giustificabile, al di là delle centinaia di posti di lavoro in un’area depressa e povera del Paese.