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Iran, la battaglia per la presidenza passa dai negoziati per il nucleare: e da una registrazione rubata

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif (reuters)
A meno di 40 giorni dalle elezioni esce l'audio di una conversazione in cui il titolare degli Esteri Zarif attacca i Pasdaran: è solo l'ultima prova del braccio di ferro che spacca il Paese in vista dell'appuntamento con le urne
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Chi ha incastrato Javad Zarif? A meno di 40 giorni dalle elezioni presidenziali, un'intervista audio del ministro degli Esteri iraniano, rubata e fatta filtrare a un giornale che ha base a Londra ed è finanziato dai sauditi, accende lo scontro politico interno all'Iran in un momento delicato per il Paese anche sul piano internazionale perché a Vienna sono in corso complicati negoziati indiretti con gli Stati Uniti per tentare di salvare l'accordo sul nucleare del 2015. 

 

Nell'intervista pubblicata da Iran International, un colloquio di circa tre ore con l'economista riformista Saeed Leylaz che avrebbe dovuto rimanere per il momento riservato, Zarif spiega una serie di cose in…

Chi ha incastrato Javad Zarif? A meno di 40 giorni dalle elezioni presidenziali, un'intervista audio del ministro degli Esteri iraniano, rubata e fatta filtrare a un giornale che ha base a Londra ed è finanziato dai sauditi, accende lo scontro politico interno all'Iran in un momento delicato per il Paese anche sul piano internazionale perché a Vienna sono in corso complicati negoziati indiretti con gli Stati Uniti per tentare di salvare l'accordo sul nucleare del 2015. 

 

Nell'intervista pubblicata da Iran International, un colloquio di circa tre ore con l'economista riformista Saeed Leylaz che avrebbe dovuto rimanere per il momento riservato, Zarif spiega una serie di cose in verità poco sorprendenti per chi segue la politica iraniana. "In Iran il campo militare comanda", dice il ministro, riferendosi - senza citarle esplicitamente - alle Irgc, le forze dei Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, un corpo paramilitare nato insieme alla Repubblica Islamica nel 1979 con il compito di proteggere i principi della "rivoluzione" ma diventato di fatto una potenza economica e militare, più forte dello stesso esercito nazionale, con ramificazioni e interessi in diversi settori dell'economia, dal petrolio alle banche alle telecomunicazioni. Le Irgc sono l'ossatura su cui si poggia il potere del leader supremo, l'ayatollah Ali Khamenei e saranno loro a "supervisionare" il passaggio di consegne a una nuova Guida quando il leader, che ha 82 anni, sarà costretto a cedere la mano.

 


Zarif parla anche per prima volta in maniera poco ossequiosa del generale Qassem Soleimani, l'uomo che ha ideato e realizzato la politica estera dell'Iran per due decenni, ucciso in un raid aereo americano a gennaio del 2020: Soleimani, spiega Zarif, ha lavorato con la Russia per sabotare l'accordo nucleare del 2015 e ha imposto una politica di intervento in Siria che ha portato a una lunga guerra e danneggiato gli interessi dell'Iran.

Tale era il potere di Soleimani che il generale si rifiutò persino di usare la compagnia Iran Air, sotto sanzioni, per spostare personale militare e attrezzature militari in Siria, il tutto all'insaputa del governo. Le parole rubate di Zarif hanno provocato la reazione di Khamenei, che in un discorso alla tv nazionale le ha definite "un grosso errore", rivendicando al suo ufficio le decisioni strategiche e di politica estera: "In nessuna parte del mondo il ministero degli Esteri determina la politica estera. Ci sono funzionari di grado superiore che prendono le decisioni e le politiche". 

Le elezioni

Il leak arriva alla vigilia di una elezione molto importante per l'Iran. Il prossimo presidente, sebbene abbia poteri limitati, dovrà molto probabilmente gestire dalla sua posizione la successione a Khamenei. La crisi sanitaria ed economica, la repressione, la delusione per le mancate riforme del governo Rouhani e per il fallimento dell'accordo con gli americani hanno alimentato la disaffezione e la sfiducia dei cittadini: i sondaggi dicono che l'astensione potrebbe superare il 50%, un enorme problema di legittimità per il regime.


"Chiunque ha fatto uscire l'audio aveva due obiettivi: eliminare Zarif, qualunque fossero le sue intenzioni politiche, e indebolire la sua posizione nei negoziati di Vienna", ci dice Sina Azodi, analista dell'Atlantic Council specializzato in politica iraniana. 

Sebbene il ministro degli Esteri abbia più volte ripetuto che non ha intenzioni di candidarsi alla presidenza, resta uno dei personaggi favoriti dal fronte riformista, forse l'unico la cui candidatura potrebbe riportare alle urne gli elettori di quella parte politica delusi dalle mancate riforme del governo Rouhani e dal fallimento della politica di avvicinamento con gli americani. Due giorni fa, la coalizione riformista ha proposto 14 candidati per le elezioni, e in cima alla lista c'era proprio Zarif.


Pur negandosi per la presidenza, il ministro aveva tenuto aperta la porta per un suo possibile terzo mandato nello stesso ruolo, se a giugno dovesse vincere una figura più vicina alla sua linea politica, come Ali Larijani, ex potente speaker del Parlamento, consigliere di Khamenei, conservatore diventato moderato che una parte dei riformisti considera ora il male minore rispetto alla prospettiva che a vincere le elezioni sia un ultraconservatore. Le candidature per le elezioni verranno chiuse a metà maggio. Per ora il nome più forte tra i riformisti è quello di Mostafa Tajzadeh, ex vice ministro durante il governo Khatami, voce storica dei riformisti, arrestato dopo le proteste del 2009 dell'Onda verde e rimasto nel carcere di Evin per 7 anni: è improbabile che il Consiglio dei guardiani approvi la sua candidatura. 

 

I negoziati di Vienna

Cosa succederà dopo la fuga di notizie? "Penso che dovremmo dire addio al suo futuro politico in Iran, potrebbe non entrerà nemmeno nell'advisory council che consiglia il Leader sulla politica estera e dove siedono molti ex ministri degli esteri", dice Azodi. L'altra conseguenza potrebbe farsi sentire sui negoziati in corso a Vienna per tentare di ritornare all'accordo sul nucleare del 2015 abbandonato unilateralmente dall'ex presidente americano Donald Trump nel 2018. La pubblicazione dell'audio rubato indebolisce la posizione di Zarif e dei negoziatori iraniani, e potrebbe spingerli a posizioni più dure alzando la posta in gioco e rendendo ancora più complicato il raggiungimento di un accordo, comunque non vicino. "C'è più strada da fare di quante ne sia già stata fatta", ha risposto il segretario di Stato americano Antony Blinken a Roula Khalaf, direttrice del Financial Times che gli chiedeva un commento sui progressi del negoziato. Domani a Vienna è prevista una nuova riunione della commissione congiunta sul Jcpoa.


Il tempo è poco, ci sono due date da tenere d'occhio. Il 20 maggio scade l'accordo temporaneo tra l'Agenzia internazionale per l'energia atomica e l'Iran per conservare le registrazioni nei siti nucleari in cui Teheran ha sospeso le ispezioni. Il 18 giugno si vota per le presidenziali. "Il Sistema nel suo complesso in Iran è disponibile a tornare al Jcpoa perché i benefici superano decisamente i costi, l'unica domanda è: chi si prenderà il merito di aver siglato l'accordo in vista delle elezioni? Può darsi che succeda, ma non credo che ci sarà un accordo prima delle elezioni", conclude Azodi.