Israele, si incrina lo scudo dell'Iron Dome
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoUn duello di luci nella notte, come se fosse un film di fantascienza. Un grappolo di scie parte da Gaza; una seconda colonna sale parallelamente dalle postazioni israeliane, poi si apre come una cascata e dirige verso la prima ondata. Uno dopo l'altro, i punti luminosi esplodono in aria e si spengono. Sembrano fuochi d'artificio, invece sono i missili di Iron Dome che abbattono i razzi palestinesi: quelle riprese nel cielo di Tel Aviv sono le immagini più spettacolari e terrificanti della guerra moderna. Da 48 ore lo scudo protettivo di Israele entra continuamente in azione per bloccare le salve di ordigni lanciati dalla Striscia. Ma per la prima volta non riesce a garantire l'immunità alle città, centrate ripetutamente.
"La supremazia di Iron Dome è finita?", si chiede il Jerusalem Post all'indomani della prima notte di battaglia. Dal 2014 "la Cupola d'acciaio" aveva steso un mantello a prova di attacco su Israele, …
Un duello di luci nella notte, come se fosse un film di fantascienza. Un grappolo di scie parte da Gaza; una seconda colonna sale parallelamente dalle postazioni israeliane, poi si apre come una cascata e dirige verso la prima ondata. Uno dopo l'altro, i punti luminosi esplodono in aria e si spengono. Sembrano fuochi d'artificio, invece sono i missili di Iron Dome che abbattono i razzi palestinesi: quelle riprese nel cielo di Tel Aviv sono le immagini più spettacolari e terrificanti della guerra moderna. Da 48 ore lo scudo protettivo di Israele entra continuamente in azione per bloccare le salve di ordigni lanciati dalla Striscia. Ma per la prima volta non riesce a garantire l'immunità alle città, centrate ripetutamente.
"La supremazia di Iron Dome è finita?", si chiede il Jerusalem Post all'indomani della prima notte di battaglia. Dal 2014 "la Cupola d'acciaio" aveva steso un mantello a prova di attacco su Israele, alimentando un mito di sicurezza tecnologica. Una sorta di arma finale, che aveva privato Hamas dell'unico strumento capace di superare i muri e seminare il terrore su Israele. La pioggia di razzi, cominciata nel luglio 2000 con ordigni rudimentali e poi cresciuta in qualità e quantità fino ai lanci di massa di Hezbollah durante l'operazione nel Libano Meridionale del 2006, era stata resa impotente. Merito del primo sistema bellico a introdurre l'intelligenza artificiale.
La forza di Iron Dome è tutta nella velocità con cui seleziona i bersagli e decide quali fermare. I razzi palestinesi infatti non hanno un apparato di guida: si dirigono su un territorio vasto, solo in parte abitato, scendendo su un'area di diversi chilometri quadrati. Gli algoritmi ne anticipano la traiettoria e la confrontano con le mappe aggiornate ogni sei ore: capiscono così se i piccoli Kassam o i più grandi Grad finiranno su una casa, una scuola, un ufficio oppure cadranno in aperta campagna. Una volta compreso quali ordigni possono provocare danni e vittime, dirigono i missili Tamir soltanto su questi ultimi e li distruggono. "Il nostro segreto - ha spiegato Danny Gold, il padre del progetto - è stato quello di avere concepito il sistema con una mentalità da civili, non da militari. I generali si preoccupano di proteggere una base, un aeroporto o un comando ma non gli importa cosa succede intorno. E considerano accettabile una certa percentuale di perdite. Noi invece dovevamo creare una cupola su un'intera città, cercando di impedire qualunque vittima".
Il cervello digitale di Iron Dome realizza i calcoli balistici e tira le somme in meno di quattro secondi: non ci sarebbe tempo per una decisione umana e tutto viene affidato all'intelligenza artificiale. Il volo dei razzi da Gaza a Ashkelon, città di oltre centomila abitanti, infatti dura soltanto mezzo minuto mentre per piombare su Ashdod bastano 40 secondi.
Uno strumento prodigioso ma non perfetto. Anche selezionando solo quelli pericolosi, la "Cupola d'acciaio" non è in grado di bloccare tutti i razzi. L'efficacia viene stimata intorno all'83 per cento. Un risultato straordinario, ma che costituisce anche il limite del sistema. Se i palestinesi riescono a scagliare soltanto raffiche esigue, Iron Dome permette di minimizzare le perdite fino a renderle irrisorie. Nel 2014 durante la campagna israeliana contro Gaza in cinquanta giorni vennero lanciati 2.968 ordigni: 2.253 sono finiti nei campi deserti, 595 sono stati abbattuti e solo 120 hanno colpito le città.
Da allora battere Iron Dome è stato il cruccio principale degli strateghi iraniani che forniscono tattiche e arsenali ai loro alleati, da Hezbollah ad Hamas. Dopo avere analizzato un decennio di scontri, hanno scelto di tentare due contromisure: lanciare salve più numerose e incrementare la portata. Il primo fattore è statistico: più armi partono contemporaneamente, più riusciranno a passare. Il secondo invece comporta due vantaggi: la traiettoria e la velocità sono tali da rendere più difficile l'opera delle difese israeliane mentre ogni testata che arriva a terra è molto più devastante. Così dai Qassam con mezzo chilo di esplosivo e cinque chilometri di raggio si è passati ai Fajr-5 iraniani che cadono a 75 chilometri con ogive da novanta chili. E soprattutto se negli scorsi anni i miliziani riuscivano a far partire bordate di dieci razzi, ieri sono stati capaci di moltiplicare la consistenza: secondo il quotidiano Haaretz in un solo giorno ne hanno sparati 850.
Inevitabilmente, è cresciuta anche la quantità di quelli che sono sfuggiti agli intercettori, devastando negozi, uffici, oleodotti. Il senso di sicurezza alimentato negli scorsi anni dal successo di Iron Dome ha fatto sì che in alcune zone al suono delle sirene la gente non sia corsa nei rifugi bunker, venendo colta senza protezione dall'impatto letale degli ordigni.
Una lezione drammatica. Gli analisti sono rimasti sorpresi da quanto Hamas sia riuscita a potenziare le sue unità missilistiche. "Quello che nel 2014 abbiamo lanciato in cinquanta giorni, siamo pronti a farlo partire nel giro di cinque minuti", aveva dichiarato nel 2018 il capo del movimento islamico Yehiya Sinwar. Sembrava una minaccia retorica, invece si è concretizzata. Con l'aiuto dell'Iran, sono stati anche accumulati ordigni più precisi, capaci di colpire a oltre 160 chilometri di distanza. Non solo. I miliziani palestinesi hanno dimostrato di sapere gestire questi assalti coordinati sotto le bombe israeliane, di giorno e di notte, sottraendosi alla ricognizione aerea più evoluta del pianeta.
Un successo che preoccupa molto i generali israeliani. Perché, come sottolinea il Jerusalem Post, Hezbollah in Libano dispone di arsenali colossali, con scorte stimate in 150 mila razzi. Cosa accadrebbe in caso di un attacco su scala dieci volte superiore a quello di ieri? Quante armi riuscirebbero a superare la barriera di Iron Dome? La fiducia nello Scudo si è incrinata. E questo potrà determinare conseguenze importanti, non solo militari, sul futuro di Israele.