"Che errore abbiamo fatto noi israeliani a chiudere la porta di Damasco: è stato un pretesto per accendere il fuoco"
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoPrima ancora che da Gaza, più che dal fronte nord libanese, il pericolo per Israele in questa nuova ondata di violenze viene dall’ “interno, dalle rivolte nelle città arabo-israeliane. Se fossi il primo ministro questa sarebbe per me la priorità: riportare israeliani e arabi al sentimento positivo della convivenza”.
Il generale Udi Dekel ha passato gran parte della sua carriera nell’esercito israeliano - responsabile della pianificazione, capo dell’unità di intelligence dell'aeronautica militare israeliana - ma è sempre stato l’uomo del dialogo, e della politica. Ha guidato la delegazione israeliana nei negoziati di Annapolis con i palestinesi, per voler…
Prima ancora che da Gaza, più che dal fronte nord libanese, il pericolo per Israele in questa nuova ondata di violenze viene dall’ “interno, dalle rivolte nelle città arabo-israeliane. Se fossi il primo ministro questa sarebbe per me la priorità: riportare israeliani e arabi al sentimento positivo della convivenza”.
Il generale Udi Dekel ha passato gran parte della sua carriera nell’esercito israeliano - responsabile della pianificazione, capo dell’unità di intelligence dell'aeronautica militare israeliana - ma è sempre stato l’uomo del dialogo, e della politica. Ha guidato la delegazione israeliana nei negoziati di Annapolis con i palestinesi, per volere dell’ex primo ministro Ehud Olmert, e il comitato Israele-Onu-Libano creato dopo la seconda guerra in Libano. Oggi è direttore esecutivo dell’Institute for national Security Studies, uno dei più autorevoli centri studi di Israele.
Generale, in due giorni Hamas e i gruppi armati della Striscia hanno riversato su Israele più di 1000 missili. La loro capacità offensiva è cresciuta?
"Dall’ultima operazione nel 2014 hanno ricevuto molto denaro dal Qatar, supporto dall’Iran - missili, razzi, capacità di produzione - e hanno costruito un grande arsenale di razzi che hanno un raggio d’azione fino a 120 km, e ora stanno dimostrando le loro capacità. Israele non può accettare che Hamas detti le regole del gioco. Non può accettare i missili sulle nostre città. Siamo pronti a un confronto lungo, che richiederà tempo per ridurre i danni collaterali - cosa molto difficile perché Gaza è densamente abitata e Hamas utilizza edifici civili per i lanci di missili - ma bisogna ridurre l’arsenale e la capacità militare di Hamas. Ricordiamo che questa storia è nata da una decisone politica, la scelta di Abbas di cancellare le elezioni in Cisgiordania".
Una decisione sbagliata?
"Abbas ha avuto timore di perdere. Questa decisione insieme agli scontri a Gerusalemme è stata vista da Hamas come una buona occasione per dipingersi come difensore dei luoghi sacri dell’Islam, dei giovani palestinesi di Gerusalemme che protestavano contro Israele. Ora noi siamo i leader, è il messaggio: non l’autorità palestinese, non Fatah, che collaborano con il nemico. Hanno considerato anche che lo stallo politico e l’instabilità dentro Israele potevano favorire questa narrativa".
Sembra il frutto di un disegno politico più che di forza militare.
"Il risultato della loro azione finora è aver bloccato la formazione di un governo che includesse anche i partiti arabi, un fatto inedito nella storia di Israele e sicuramente un problema per Hamas. Alcuni in Israele dicono che Hamas preferisca Netanyahu come primo ministro perché la tesi di Netanyahu è che non ci sia un partner con cui negoziare la pace considerate le divisioni tra Gaza e la Cisgiordania e il fatto che l’autorità Palestinese non controlla Gaza".
Israele ha fatto degli errori?
"Abbiamo fatto errori innanzitutto a Gerusalemme perché lì dovevamo mantenere la situazione sotto controllo, è un tema molto sensibile che ha ripercussioni forti, non bisogna dare a nessuno il pretesto per accendere il fuoco. La chiusura della porta di Damasco, che è il luogo dove i giovani palestinesi vanno per l’Iftar, la cena dopo il digiuno, è stato un altro errore, un errore tattico che può creare problemi strategici".
Lei è stato più volte negoziatore con i palestinesi, un ruolo che svolge ancora oggi. Gli accordi di Abramo hanno aperto una stagione nuova che avrebbe potuto favorire il dialogo. L’impressione è che le cose stiano andando nel senso opposto.
"Stiamo cercando di convincere i palestinesi che gli accordi di Abramo non sono contro di loro, al contrario, che possiamo realizzare molte cose positive, dalle infrastrutture all’energia alla tecnologia, ma non sono pronti per questo. Non accettano la realtà di nuovi rapporti tra Israele e i Paesi arabi. Cosa dobbiamo fare per riportare in forze la prospettiva di due Stati? Questo è quello su cui di deve ragionare oggi. Cerchiamo di convincere i palestinesi a giocare la partita, ma non sono pronti a farlo. Hamas poi non si assume responsabilità statali. Abbiamo deciso di riaprire due settimane fa Gaza dopo il Covid per permettere alle persone di venire a lavorare in Israele, avevamo progetti sull’energia a Gaza, ma tutto questo non importa ad Hamas. Sono pronti a distruggere tutto per darsi l’immagine dei protettori di Gerusalemme".
C’è Gaza ma ci sono anche il Libano, la Siria: qual è il fronte più pericoloso per Israele oggi dal punto di vista della sicurezza nazionale?
"Le minacce per Israele sono diverse, arrivano dai proxies iraniani in Siria, nell’Iraq occidentale, dal fronte nord soprattutto, con le capacità che Hezbollah ha sviluppato grazie al supporto iraniano, di gran lunga superiori rispetto all’arsenale missilistico di Gaza. Ma ora, mi spiace dirlo, il fronte interno è l’aspetto più importante, le conseguenze delle rivolte nelle città arabo-israeliane sui rapporti tra ebrei e arabi. Eravamo in un periodo positivo, di cooperazione e di integrazione mai viste prima, anche grazie alle esperienze che abbiamo condiviso con il Covid. Per la prima volta i partiti arabi potevano entrare nella coalizione di governo. Non è mai successo nella storia. Le rivolte rischiano di farci fare enormi passi indietro, bisogna subito correggere la rotta. Se fossi il primo ministro questa sarebbe per me la priorità, prima dei missili, prima di Gaza".