Biden e il "pantano mediorientale". Per il presidente Usa anche un problema interno
di Alberto Flores D'Arcais , di Alberto Flores D'ArcaisPer Joe Biden è la prima vera sfida di politica estera. Quando nel luglio 2014 l’esercito israeliano lanciò contro Hamas la Miv'tza Tzuk Eitan (Operazione Margine Protettivo) che avrebbe in pochi giorni portato i soldati di Tsahal all’interno di Gaza, la situazione era molto simile a quella di oggi: le città israeliane erano state colpite da centinaia di missili e alla Casa Bianca sedeva (come vice di Barack Obama) l’attuale presidente Usa.
Allora come oggi, Biden si trova di fronte a una crisi che rischia di incendiare l’intero Medio Oriente, che vede coinvolti nell’ombra (ma non troppo) l’Iran degli ayatollah, la Turchia di Erdogan e più de…
Per Joe Biden è la prima vera sfida di politica estera. Quando nel luglio 2014 l’esercito israeliano lanciò contro Hamas la Miv'tza Tzuk Eitan (Operazione Margine Protettivo) che avrebbe in pochi giorni portato i soldati di Tsahal all’interno di Gaza, la situazione era molto simile a quella di oggi: le città israeliane erano state colpite da centinaia di missili e alla Casa Bianca sedeva (come vice di Barack Obama) l’attuale presidente Usa.
Allora come oggi, Biden si trova di fronte a una crisi che rischia di incendiare l’intero Medio Oriente, che vede coinvolti nell’ombra (ma non troppo) l’Iran degli ayatollah, la Turchia di Erdogan e più defilata (ma non meno importante) la Russia di Putin e che ha nel premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, il protagonista assoluto.
Tra quest’ultimo e il "Commander in Chief" degli Stati Uniti, due uomini che si conoscono alla perfezione grazie a decenni di attiva frequentazione politico-diplomatica, le divergenze, oggi come sette anni fa, sono più o meno le stesse. Mercoledì sera, dopo qualche giorno di silenzio di troppo, Biden ha chiamato al telefono Netanyahu, con gli stessi toni usati da lui (e da Obama) nel 2014.
Israele “ha il diritto di difendersi”, “la mia aspettativa e la mia speranza è che tutto questo finisca più presto che tardi”. È in queste due frasi che si racchiude la linea politica della Casa Bianca: il diritto di auto-difesa dello Stato ebraico, minacciato da migliaia di missili di fabbricazione iraniana in mano ad Hamas, la pressione per una tregua immediata.
Sono due posizioni difficili da conciliare. Perché oggi come nel 2014 l’autodifesa di Israele passa, secondo la dichiarata strategia del premier e dei militari israeliani, per una possibile operazione di terra a Gaza; perché sul piano diplomatico gli Stati Uniti possono fare pressioni (fino a un certo punto) su Netanyahu, ma non hanno canali diretti con Hamas, che per gli Usa è ufficialmente un’organizzazione terroristica con cui non si tratta.
Su Israele Biden ha un problema anche interno. Scontate le critiche (e le pressioni) repubblicane - la Casa Bianca di Trump è stata la più filo-israeliana degli ultimi trent’anni - quanto accade tra Tel Aviv e Gaza sta provocando una crescente divisione tra l’anima moderata dei democratici (quella da sempre più vicina ad Israele) e quella liberal-socialista, oggi al Congresso molto più forte di sette anni fa. Al vertice del partito ci sono uomini come il leader della maggioranza al Senato Charles Schumer e il presidente della Commissione Esteri Robert Menendez, di provata fede filo-israeliana; ma le giovani ‘pasionarie’ al Congresso (Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib del Michigan, Ilhan Omar) raccolgono numerosi consensi nel chiedere una svolta dalla tradizionale politica pro-Israele. A Biden rimproverano la lentezza nel rovesciare le politiche verso lo Stato ebraico attuate da Trump nei suoi quattro anni alla Casa Bianca e nell’avere disatteso (almeno per ora) la promessa di riaprire il consolato statunitense a Gerusalemme, che serviva come ambasciata de facto ai palestinesi a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e a Gaza.
Nella sua telefonata con Netanyahu il presidente Usa ha parlato anche dei disordini a Gerusalemme, che sono stati il detonatore della nuova guerra non dichiarata con Hamas. La Casa Bianca ha fatto sapere ai media che negli ultimi giorni i funzionari del Dipartimento di Stato hanno fatto quasi trenta telefonate ai leader israeliani e palestinesi e soprattutto a quelli dei paesi arabi che possono fare da mediatori. Egitto, Giordania e Qatar hanno legami diretti con Hamas, ma per una pace (o una tregua definitiva) occorrerà fare i conti anche con chi fornisce Gaza di missili: Iran e Hezbollah libanesi.
Una situazione che rischia di trascinare gli Stati Uniti nel tipo di “pantano mediorientale” che Biden avrebbe voluto evitare a tutti i costi. La sua strategia di politica estera si basa in primo luogo sul confronto-scontro con la Cina, la crisi israeliano-palestinese sembra averlo colto di sorpresa. Vorrebbe mantenere una posizione cauta, ma gli eventi potrebbero presto costringerlo a decisioni più drastiche.