Nelle ambizioni di quello che fu tra i principali architetti dell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), l’ultimo viaggio europeo da capo della diplomazia di Teheran sarebbe dovuto servire soprattutto a dare un’accelerazione ai negoziati di Vienna per salvare l’intesa del 2015. Ma la crisi mediorientale ha imposto un’altra agenda e nel suo primo giorno a Roma, ieri, Javad Zarif ha parlato soprattutto di Palestina, un tema che sarà al centro anche dei colloqui che avrà oggi con il ministro Luigi Di Maio e in Vaticano.
«L’approccio deplorevole di alcuni governi occidentali a sostegno dei crimini commessi dal regime israeliano contro i palestinesi non è accettabile», ha detto in un’intervista rilasciata nel pomeriggio alla tv pubblica iraniana Irib, ribadendo la posizione espressa poche ore prima al vertice convocato dall’Organizzazione per la cooperazione islamica sulla crisi in Medio Oriente. «I pal…
«L’approccio deplorevole di alcuni governi occidentali a sostegno dei crimini commessi dal regime israeliano contro i palestinesi non è accettabile», ha detto in un’intervista rilasciata nel pomeriggio alla tv pubblica iraniana Irib, ribadendo la posizione espressa poche ore prima al vertice convocato dall’Organizzazione per la cooperazione islamica sulla crisi in Medio Oriente. «I pal…
Nelle ambizioni di quello che fu tra i principali architetti dell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), l’ultimo viaggio europeo da capo della diplomazia di Teheran sarebbe dovuto servire soprattutto a dare un’accelerazione ai negoziati di Vienna per salvare l’intesa del 2015. Ma la crisi mediorientale ha imposto un’altra agenda e nel suo primo giorno a Roma, ieri, Javad Zarif ha parlato soprattutto di Palestina, un tema che sarà al centro anche dei colloqui che avrà oggi con il ministro Luigi Di Maio e in Vaticano.
«L’approccio deplorevole di alcuni governi occidentali a sostegno dei crimini commessi dal regime israeliano contro i palestinesi non è accettabile», ha detto in un’intervista rilasciata nel pomeriggio alla tv pubblica iraniana Irib, ribadendo la posizione espressa poche ore prima al vertice convocato dall’Organizzazione per la cooperazione islamica sulla crisi in Medio Oriente. «I palestinesi hanno diritto all’autodifesa, Israele deve essere processato».
Zarif è arrivato a Roma dopo aver cancellato la tappa prevista a Vienna perché il governo austriaco ha esposto le bandiere di Israele in soldiarietà con Tel Aviv. Il sostegno alla «causa palestinese» contro «il nemico sionista» è un tema ricorrente nella retorica della leadership iraniana, che con Gaza mantiene un rapporto di vicinanza politica e sostegno tecnologico: le fazioni armate della Striscia, Hamas e la Jihad islamica, ricevono da Teheran la tecnologia necessaria a sviluppare i missili e i razzi.
Lunedì scorso, Zarif ha avuto un colloquio telefonico con il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e due giorni dopo è volato a Damasco per incontrare il presidente Assad e i leader dei gruppi palestinesi in Siria. Con Hamas e la Jihad palestinese ha parlato ieri anche Esmail Ghaani, il generale iraniano che ha preso il comando delle forze Quds dei Guardiani della rivoluzione dopo l’uccisione di Soleimani, per assicurare «il sostegno dell’Iran».
La crisi mediorientale sarà dunque uno dei temi dell’incontro di oggi con il ministro Di Maio e in Vaticano, dove Zarif dovrebbe incontrare alti funzionari della Segreteria di Stato. Ma alla Farnesina si parlerà soprattutto dei rapporti bilaterali e dei negoziati di Vienna. L’Italia, come la Spagna, non fa parte degli EU3, il gruppo di Paesi europei, (Francia, Germania e Regno Unito) che chiusero l’accordo sul nucleare nel 2015 insieme a Cina, Russia e Stati Uniti, poi abbandonato da Trump nel 2018, ma da tempo Teheran preme per un maggior coinvolgimento di Roma e per un approccio multilaterale più aperto all’Europa mediterranea.
La scommessa di Zarif è riuscire a chiudere l’accordo di Vienna prima delle elezioni presidenziali in Iran il prossimo 18 giugno a cui i moderati arrivano indeboliti e in crisi di popolarità dopo otto anni di governo Rouhani. Le aspettative di apertura e benessere economico che l’accordo con gli americani aveva suscitato nella popolazione soprattutto di classe media sono andate deluse. La crisi sanitaria e occupazionale alimentano la frustrazione. Lo stesso Zarif è reduce da uno scandalo politico che l’ha costretto a rinunciare a qualsiasi ipotesi di candidatura: due settimane fa una sua intervista che avrebbe dovuto rimanere riservata e in cui criticava lo strapotere dei militari sulla politica estera iraniana, è stata fatta trapelare ai media e lui ha dovuto scusarsi.
Questa è l’ultima occasione per consegnare ai riformisti un capitale politico da spendersi in campagna elettorale. Per Teheran l’Italia è un interlocutore affidabile, ma Roma finora è rimasta tiepida. Più che la politica sembrano muoversi le imprese, soprattutto quelle del manifatturiero, interessate a capire quali opportunità di business potrebbero aprirsi se davvero i negoziati di Vienna dovessero chiudersi con un accordo e con la rimozione delle sanzioni all’Iran.
«L’approccio deplorevole di alcuni governi occidentali a sostegno dei crimini commessi dal regime israeliano contro i palestinesi non è accettabile», ha detto in un’intervista rilasciata nel pomeriggio alla tv pubblica iraniana Irib, ribadendo la posizione espressa poche ore prima al vertice convocato dall’Organizzazione per la cooperazione islamica sulla crisi in Medio Oriente. «I palestinesi hanno diritto all’autodifesa, Israele deve essere processato».
Zarif è arrivato a Roma dopo aver cancellato la tappa prevista a Vienna perché il governo austriaco ha esposto le bandiere di Israele in soldiarietà con Tel Aviv. Il sostegno alla «causa palestinese» contro «il nemico sionista» è un tema ricorrente nella retorica della leadership iraniana, che con Gaza mantiene un rapporto di vicinanza politica e sostegno tecnologico: le fazioni armate della Striscia, Hamas e la Jihad islamica, ricevono da Teheran la tecnologia necessaria a sviluppare i missili e i razzi.
Lunedì scorso, Zarif ha avuto un colloquio telefonico con il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e due giorni dopo è volato a Damasco per incontrare il presidente Assad e i leader dei gruppi palestinesi in Siria. Con Hamas e la Jihad palestinese ha parlato ieri anche Esmail Ghaani, il generale iraniano che ha preso il comando delle forze Quds dei Guardiani della rivoluzione dopo l’uccisione di Soleimani, per assicurare «il sostegno dell’Iran».
La crisi mediorientale sarà dunque uno dei temi dell’incontro di oggi con il ministro Di Maio e in Vaticano, dove Zarif dovrebbe incontrare alti funzionari della Segreteria di Stato. Ma alla Farnesina si parlerà soprattutto dei rapporti bilaterali e dei negoziati di Vienna. L’Italia, come la Spagna, non fa parte degli EU3, il gruppo di Paesi europei, (Francia, Germania e Regno Unito) che chiusero l’accordo sul nucleare nel 2015 insieme a Cina, Russia e Stati Uniti, poi abbandonato da Trump nel 2018, ma da tempo Teheran preme per un maggior coinvolgimento di Roma e per un approccio multilaterale più aperto all’Europa mediterranea.
La scommessa di Zarif è riuscire a chiudere l’accordo di Vienna prima delle elezioni presidenziali in Iran il prossimo 18 giugno a cui i moderati arrivano indeboliti e in crisi di popolarità dopo otto anni di governo Rouhani. Le aspettative di apertura e benessere economico che l’accordo con gli americani aveva suscitato nella popolazione soprattutto di classe media sono andate deluse. La crisi sanitaria e occupazionale alimentano la frustrazione. Lo stesso Zarif è reduce da uno scandalo politico che l’ha costretto a rinunciare a qualsiasi ipotesi di candidatura: due settimane fa una sua intervista che avrebbe dovuto rimanere riservata e in cui criticava lo strapotere dei militari sulla politica estera iraniana, è stata fatta trapelare ai media e lui ha dovuto scusarsi.
Questa è l’ultima occasione per consegnare ai riformisti un capitale politico da spendersi in campagna elettorale. Per Teheran l’Italia è un interlocutore affidabile, ma Roma finora è rimasta tiepida. Più che la politica sembrano muoversi le imprese, soprattutto quelle del manifatturiero, interessate a capire quali opportunità di business potrebbero aprirsi se davvero i negoziati di Vienna dovessero chiudersi con un accordo e con la rimozione delle sanzioni all’Iran.