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Così il conflitto Israele-Hamas cambia la politica di Biden in Medio Oriente

(ansa)
Sei telefonate in nove giorni con Benjamin Netanyahu per arrivare al cessate-il-fuoco. Il neo presidente Usa aveva promesso di diminuire l'impegno dalle cosiddette "aree impantanate" per concentrarsi sulla sfida con la Cina, ma ora è costretto a fare i conti con la realtà
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Sei telefonate in nove giorni. Per arrivare al cessate-il-fuoco tra Israele e Hamas, il presidente Usa Joe Biden si è dovuto impegnare personalmente in un lungo, a volte aspro, confronto con il premier dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu. La situazione si è sbloccata giovedì pomeriggio, quando da Gerusalemme sono arrivate alla Casa Bianca due chiamate nel giro di tre ore, che hanno permesso a Biden di presentarsi davanti ai giornalisti per annunciare l'accordo.

"Non devi essere un ebreo per essere un sionista". La frase pronunciata nel 2010 dall'allora vicepresidente di Obama, deponendo una corona di fiori sulla tomba di Theodor Herzl a Gerusalemm…

Sei telefonate in nove giorni. Per arrivare al cessate-il-fuoco tra Israele e Hamas, il presidente Usa Joe Biden si è dovuto impegnare personalmente in un lungo, a volte aspro, confronto con il premier dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu. La situazione si è sbloccata giovedì pomeriggio, quando da Gerusalemme sono arrivate alla Casa Bianca due chiamate nel giro di tre ore, che hanno permesso a Biden di presentarsi davanti ai giornalisti per annunciare l'accordo.

"Non devi essere un ebreo per essere un sionista". La frase pronunciata nel 2010 dall'allora vicepresidente di Obama, deponendo una corona di fiori sulla tomba di Theodor Herzl a Gerusalemme, è stata più volte ricordata nei media Usa (e israeliani) durante gli undici giorni di questo conflitto. Nel suo mezzo secolo di attività politica, al Congresso come alla Casa Bianca, Biden è stato considerato come uno dei più sinceri alleati di Israele, grazie anche a una relazione personale lunga tre decenni con Netanyahu ("a volte non siamo d'accordo, ma Bibi è un vero amico").

Se nelle prime telefonate il presidente Usa ha confermato la linea di sempre - il diritto di Israele a difendersi dai missili di Hamas - dalla quarta, con il crescente numero di civili morti, ha iniziato a premere sull'amico-alleato per arrivare il più rapidamente possibile ad una tregua. Fino a sostenere che una escalation militare avrebbe potuto minare le relazioni tra Stati Uniti e Israele.

Le ripercussioni del conflitto sulla politica estera di Biden

La prima grande crisi di politica estera della nuova amministrazione americana si conclude lasciando però aperti diversi interrogativi sul futuro, non solo immediato, della diplomazia Usa. Un epilogo che costringe adesso l'amministrazione Usa a fare i conti con quelle linee-guida in politica estera che Biden aveva dettato entrando nel gennaio scorso alla Casa Bianca: diminuire progressivamente l'impegno nelle zone calde del Medio Oriente e dell'Afghanistan (compreso il ritiro dei soldati Usa), quelle che al Dipartimento di Stato vengono catalogate alla voce "aree impantanate", per concentrarsi sul principale avversario (la parola nemico viene oggi centellinata) nella sfida globale, la Cina. Una linea che voleva incoraggiare i Paesi dove sono in corso decennali conflitti  a risolvere le controversie da soli, possibilmente attraverso il dialogo e non con le armi.

L'ennesimo conflitto tra Israele e Hamas è esploso quando la Casa Bianca meno se lo aspettava, quando aveva concentrato i suoi sforzi diplomatici per riaprire una finestra di dialogo con l'Iran (e la Russia di Putin) e affrontare l'emergente potere di Erdogan nella regione e quelli militari per contenere le rivendicazioni territoriali di Pechino e i cyber-attacchi sempre più frequenti contro gli Stati Uniti.

Il presidente Usa non è stato aiutato dalle critiche repubblicane (la Casa Bianca di Trump è stata la più pro-Netanyahu di sempre) e dalla  spaccatura all'interno del suo stesso partito, dove l'ala liberal-socialista (Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib) ha presentato al Congresso risoluzioni per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari in armi militari a Israele che era già stata approvata dall'amministrazione Biden.

Il presidente Usa ha promesso che gli aiuti militari a Gerusalemme continueranno (rafforzando l'Iron Dome, il sistema di difesa missilistico) e ha promesso anche nuovi aiuti umanitari per Gaza, che dovranno però essere gestiti dal governo palestinese di Abu Mazen per evitare che Hamas li usi, come ha sempre fatto, per rifornire il suo arsenale militare.

Gli altri fronti caldi: Afghanistan e Yemen

A preoccupare la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato non c'è solo Israele o il terrorismo di Hamas. In Afghanistan i timori di una presa di potere da parte dei talebani e di una nuova guerra civile stanno aumentando, proprio alla vigilia del ritiro delle truppe Usa. E nelle città del deserto da anni sotto assedio in Yemen, i ribelli Houthi, sostenuti militarmente e finanziariamente dagli ayatollah di Teheran, hanno fatto partire una nuova offeriva mentre gli Usa hanno ridotto al minimo l'appoggio militare nella guerra guidata sull'altro fronte dai sauditi. 

Per la politica estera di Biden era essenziale che gli Stati Uniti si ritirassero dai conflitti in Medio Oriente (grazie anche agli "Accordi di Abramo") per concentrarsi sulla Cina e sulla sfida globale sul cambiamento climatico. Il conflitto israeliano-palestinese, la "guerra che non finisce mai", costringe la Casa Bianca a fare i conti con la realtà.