Falsi video, chat incendiarie e censura: i social al centro del conflitto Israele-Hamas
di Raffaella Menichini , di Raffaella Menichini"I palestinesi stanno arrivando, genitori proteggete i vostri figli". "L'invasione di Gaza è cominciata, pregate per le vostre famiglie". Pezzi di audio, scritte in ebraico ed arabo viaggiano sulle chat di Telegram e Whatsapp diffondendo panico (aggiuntivo) alla già drammatica tensione della recreduscenza delle violenze tra Israele e Hamas di questi ultimi giorni.
Pezzi di informazione falsi mischiati a video e notizie vere, diffusi chissà da chi, e chissà su quale canale per primo, che viaggiano in pochi secondi dai sobborghi di Tel Aviv alle città palestinesi, attraverso chat chiuse che contano centinaia di utenti, ma anche post visibili a tutti, su Facebook, Instagram, TikTok, Twitter. Il trend non è nuovo, né inaspettato: la disinformazione più o meno organizzata accompagna ormai ogni grande sommovimento, e in Medio Oriente sono anni che la questione palestinese è oggetto di propaganda e c…
"I palestinesi stanno arrivando, genitori proteggete i vostri figli". "L'invasione di Gaza è cominciata, pregate per le vostre famiglie". Pezzi di audio, scritte in ebraico ed arabo viaggiano sulle chat di Telegram e Whatsapp diffondendo panico (aggiuntivo) alla già drammatica tensione della recreduscenza delle violenze tra Israele e Hamas di questi ultimi giorni.
Pezzi di informazione falsi mischiati a video e notizie vere, diffusi chissà da chi, e chissà su quale canale per primo, che viaggiano in pochi secondi dai sobborghi di Tel Aviv alle città palestinesi, attraverso chat chiuse che contano centinaia di utenti, ma anche post visibili a tutti, su Facebook, Instagram, TikTok, Twitter. Il trend non è nuovo, né inaspettato: la disinformazione più o meno organizzata accompagna ormai ogni grande sommovimento, e in Medio Oriente sono anni che la questione palestinese è oggetto di propaganda e censure da e sui principali social network.
Ma nelle ultime ore il materiale spesso incendiario e difficilmente verificabile è decuplicato. Così i social corrono ai ripari con le modalità ormai messe a punto per le crisi. Facebook ha messo su una cabina di regia H24 per controllare i contenuti provenienti dall'area o contenenti hashtag dedicati, utilizzando molti dei suoi operatori di lingua araba o ebraica. La misura è stata presa a fronte della crescita esponenziale di contenuti di odio e di disinformazione negli ultimi giorni, e anche per anticipare possibili critiche per non aver sufficientemente monitorato le comunicazioni sul social e dunque non aiutato a prevenire le violenze.
La squadra di reazione rapida è stata messa su dopo consultazioni con il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh e con il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz. Proprio Gantz aveva chiamato in causa sia Facebook che TikTok chiedendo che diventassero più proattivi nel controllo dei contenuti. "Questa centrale operativa - ha spiegato Monika Bickert, vicedirettrice dei contenuti di Facebook - ci permette di monitorare la situazione in modo da poter rimuovere più in fretta i contenuti che violano il nostro regolamento, ma anche per rettificare possibili provvedimenti errati".
Il riferimento alla "rettifica" non è casuale: da giorni i palestinesi hanno lanciato campagne di protesta, riverberate in tutto il mondo musulmano, contro quelle che sostengono esssere cancellazioni arbitrarie di post e sospensioni di account che denunciano la situazione a Gerusalemme e nei Territori.
Una campagna contro Facebook tra gli utenti musulmani in tutto il mondo per protestare contro la presunta censura ha portato nel giro di poche ore il rating della app a 2,9 (da 5) su Google Play e a 1 (da 2,6) su Apple Store, con l'accompagnamento di un review bombing - una raffica organizzata di recensioni critiche sulla rimozione di commenti pro-palestinesi.
Organizzazioni di attivismo digitale come "7amleh" (Arab Center for Social Media Advancement) o Access Now denunciano come su Facebook e Instagram siano stati cancellati centinaia di post contenenti ad esempio la parola "Aqsa" (la moschea della Città vecchia intorno alla quale sono scoppiati duri scontri) o l'hashtag #SaveSheikhJarrah, che fa appello alla mobilitazione in difesa delle famiglie palestinesi sfrattate dallo strategico quartiere di Gerusalemme est.
In un lungo thread su Twitter, Access Now ha documentato le censure operate su Facebook, Instagram, Twitter e TikTok in base a "centinaia di denunce di rimozione di hashtag, blocco di dirette video, cancellazione di post e account". Il direttore della rivista Muslim, Ameer Al-Khatahtbeh, dice di aver documentato almeno 12mila casi di censura su Instagram nelle ultime settimane. Un blocco generalizzato di tutti i post relativi alla Palestina è durato parecchie ore su Instagram il 6 maggio scorso e anche se poi il direttore Adam Mosseri ha twittato scusandosi e parlando di un "bug" tecnico, in pochi ci hanno creduto.
Sospesi account di attivisti anche rinomati, come lo scrittore Mariam Barghouti, il cui spazio Twitter è stato poi reintegrato dopo un'ondata di proteste.
Molte associazioni di attivismo digitale, sia arabe che israeliane che internazionali, si sono unite in una lettera aperta per chiedere ai principali social network di smettere di silenziare "le voci di protesta su Sheikh Jarrah".
Per aggirare l'algoritmo che identifica le parole chiave, molti attivisti hanno persino cominciato a usare le lettere arabe senza i puntini, una forma di scrittura che risale a oltre mille anni fa e che fu sostituita nel Medioevo con il lavoro del poeta e linguista iracheno Abu al-Aswad al Du'ali (chiamato il "padre della grammatica araba) per agevolare la lettura del Corano da parte dei non nativi di lingua araba attraverso la differenziazione di consonanti e dei diversi tipi di vocali. A una prima verifica, ad esempio su Google Translate, la scrittura senza "puntini" è irriconoscibile per gli algoritmi.
Ma proteste si sono sollevate anche sull'altro fronte. Negli Stati Uniti ha destato clamore la chiusura della pagina Facebook da 8 milioni di follower, il Jerusalem Prayer Team, fondata da un'associazione vicina al governo israeliano, la Zion Association di Phoenix in Arizona.
Le versioni anche qui sono discordanti: i fondatori della pagina sostengono di essere stati vittime di un assalto organizzato di commenti nazisti e antisemiti da parte di fondamentalisti islamici, che hanno portato alla violazione dei termini di servizio di Facebook. Mentre attivisti palestinesi sostengono che la pagina aveva "trafugato" like senza il consenso degli utenti e per questo è stata segnalata e sospesa.
Ma Mark Zuckerberg non deve preoccuparsi solo delle controversie su Facebook. All'attenzione di attivisti digitali e politici c'è anche il fiorire di chat private (nel senso che sono criptate e con contenuti dunque non monitorabili dall'esterno) ma con centinaia di iscritti, in cui si diffondono e scambiano contenuti di violenza e messaggi per organizzare attacchi.
Come già accaduto in passato, l'intervento della piattaforma in questi casi è molto limitato: "Non abbiamo accesso ai contenuti delle chat personali - spiega un portavoce - ma quando riceviamo informazioni ci attiviamo per bandire account che riteniamo possano causare danni imminenti".
Sull'ultimo arrivato, il social cinese TikTok, già da alcuni mesi circolano video e proteste, soprattutto da parte della comunità palestinese: se ad aprile il video di due ragazzini ultraortodossi presi a schiaffi da un gruppo di ragazzi su un autobus a Gerusalemme est ha portato a due arresti - e a migliaia di condivisioni prima di essere rimosso dalla piattaforma - da molte settimane sul social da 700 milioni di utenti girano appelli con l'hashtag #SaveSheikhJarrah.
Il video di un soldato che protegge una donna israeliana da un lancio di pietre è stato visto oltre un milione e mezzo di volte. E così i raid aerei su Gaza postati dal sito di Muslim hanno avuto oltre 44 milioni di visualizzazioni.
Vista la portata e la rapidità dell'amplificazione, è facile e abbastanza consequenziale che sia alto l'interesse per la produzione di contenuti falsi o fuorvianti, magari spezzoni di video veri, ma vecchi o girati in altri contesti. Come il video di 28 secondi twittato da Ofir Gendelman, portavoce di Netanyahu, che mostrava il lancio di razzi da quelli che Gendelman definiva militanti palestinesi in un'area densamente popolata da civili a Gaza.
Come racconta il New York Times, il video non solo era del 2018, ma ritraeva lanci dalla Siria e dal Libano. Così come falsi video e post che annunciavano l'inizio dell'invasione di terra a Gaza da parte delle truppe israeliane hanno amplificato il panico e le conseguenti tensioni tra i palestinesi. Falsificato anche il contesto di un video, circolato su siti arabi, di ebrei ortodossi che si stracciano i vestiti. Apparentemente, dicono le didascalie, per simulare aggressioni di palestinesi. Invece risaliva a diversi mesi fa e rappresentava la Kriah, un gesto di devozione in occasione di gravi lutti.