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Perché dobbiamo valorizzare gli arabi che amano Israele

Le Brigate Ezzedine al-Qassam, braccio militare di Hamas, sfilano a Gaza (ansa)
Gli scontri nelle città con popolazione mista hanno scioccato gli israeliani, ma ci sono voci diverse tra i palestinesi. A Gaza la "politica" dei missili di Hamas annienta le speranze della popolazione
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L’ultimo attacco da Gaza contro Israele sembra giunto a una conclusione, ma il sentimento che descrive quello che provano molti israeliani è la delusione. Innanzitutto, per il comportamento dei cittadini arabi d’Israele. L’esplosione di una violenza mai vista che ha compreso il linciaggio di ebrei, gli stessi vicini di casa nella quotidianità, è arrivata come una sorpresa. Tutto ciò che stavamo vivendo, dimostrava esattamente l'opposto. Tanti segnali di una pacifica convivenza tra ebrei e arabi israeliani si sono rafforzati proprio negli ultimi anni. La campagna di vaccinazione contro il Covid in Israele, elogiata in tutto il mondo, è stata possibile in gran parte grazie agli arabi israeliani, che rappresentano una altissima percentuale del personale sanitario israeliano, medici, infermieri, farmacisti. E’ del tutto comune essere curati in ospedale da un medico o consultarsi con una farmacista che appartengono al 21% della…

L’ultimo attacco da Gaza contro Israele sembra giunto a una conclusione, ma il sentimento che descrive quello che provano molti israeliani è la delusione. Innanzitutto, per il comportamento dei cittadini arabi d’Israele. L’esplosione di una violenza mai vista che ha compreso il linciaggio di ebrei, gli stessi vicini di casa nella quotidianità, è arrivata come una sorpresa. Tutto ciò che stavamo vivendo, dimostrava esattamente l'opposto. Tanti segnali di una pacifica convivenza tra ebrei e arabi israeliani si sono rafforzati proprio negli ultimi anni. La campagna di vaccinazione contro il Covid in Israele, elogiata in tutto il mondo, è stata possibile in gran parte grazie agli arabi israeliani, che rappresentano una altissima percentuale del personale sanitario israeliano, medici, infermieri, farmacisti. E’ del tutto comune essere curati in ospedale da un medico o consultarsi con una farmacista che appartengono al 21% della minoranza araba in Israele. Così è stato anche per l’infermiere che mi ha inoculato qualche mese fa il vaccino, con cui ci siamo fatti, un po’ come tutti, il selfie più gettonato dell’anno della pandemia. Routine.

Arabi israeliani ed ebrei sono in costante interazione sotto a innumerevoli aspetti della vita in Israele. Il giorno prima che scoppiassero le rivolte nelle città a popolazione mista, io e mia moglie siamo andati ad acquistare un po’ di piante per il nostro piccolo giardino. Siamo andati in un villaggio arabo dove ci sono diversi ottimi vivai e le piantine costano quasi un quarto dei prezzi nell’area di Tel Aviv. Come sempre, abbiamo fatto il nostro giro in totale armonia, abbiamo fatto i nostri acquisti tra i sorrisi reciproci e nessun timore relativo alla nostra sicurezza personale ci ha sfiorato. Routine.

Nei primi giorni dell’operazione a Gaza, lo scoppio di manifestazioni violente di cittadini arabi d’Israele, che in diversi casi scioccanti si è tradotta in una vera e propria caccia all’ebreo, con tanto di razzie di sinagoghe e case vandalizzate, ha come aperto il vaso di pandora. Il primo ministro Netanyahu ha detto che i facinorosi non rappresentano tutti gli arabi, e nemmeno la maggior parte di essi, e so che è vero. Si tratta di una minoranza di arabi israeliani, e forse anche di una piccola minoranza. Ma come può sapere oggi un ebreo, quando compra o affitta un appartamento in una città mista in cui ebrei e arabi vivono fianco a fianco, come a Giaffa, Lod, Haifa, Acri, quando questa piccola minoranza gli brucerà l’auto, o il negozio, o peggio, quando lui o sua moglie o i suoi figli saranno violentemente attaccati, fino al colpo mortale? 

Ci sono stati migliaia di rivoltosi arabi, i danni sono stati principalmente a proprietà, ma c'è stato anche un israeliano ucciso a seguito di un linciaggio da parte di arabi. Dall’altra parte ci sono stati anche alcuni casi, due o tre casi, in cui gli ebrei hanno attaccato arabi e che hanno scioccato l'intera società ebraica e sono stati immediatamente condannati dall'intera società e dai media israeliani. Va anche ricordato che negli ultimi anni la criminalità sta dilagando nella società araba in Israele, con un picco di omicidi in una guerra tra bande criminali legate a diverse famiglie arabe contrapposte, contribuendo ad aumentare le tensioni all'interno della società araba. Sembra che ora questo linguaggio violento sia stia rivolgendo anche contro gli ebrei.

In ogni caso, atti di violenza contro gli ebrei da parte degli arabi israeliani è una situazione del tutto nuova in Israele. Specularmente, è importante segnalare anche un altro fenomeno cui si tende a dedicare meno attenzione mediatica: il costante aumento di voci all’interno della società araba israeliana che esprimono il loro amore per Israele e non hanno paura di esprimerlo. Sono ancora pochi, ma sono la mia speranza. Ne menzionerò due con cui sono in costante contatto. Una giovane donna e un uomo. Lei si chiama Dema Taya, ed è anche attivista tra le file del Likud, è stata la prima candidata musulmana alle ultime primarie del partito. Quando è iniziata la guerra e i missili hanno iniziato a volare verso Tel Aviv e altre città israeliane, ho notato che aveva aggiunto la bandiera d’Israele alla sua foto profilo su Facebook, con la scritta: "Io sto con Israele". Le ho chiesto se sarebbe stata disposta a parlarne apertamente e ha risposto che ne sarebbe stata felice e che, nonostante le minacce contro di lei, non ha paura di dire la sua. Ho contattato il direttore della più grande rete televisiva in Israele (Canale 12) chiedendogli di farla partecipare ai numerosi dibattiti in corso. Devo ammettere che non mi aspettavo mi avrebbe risposto, anche se sa bene chi sono, e invece ha accettato subito. Dema è apparsa in tv per perorare il diritto di Israele a difendersi, dibattendo peraltro anche con Tamar Zandberg del partito di sinistra Meretz. Purtroppo, il Likud e il primo ministro Netanyahu non valorizzano a sufficienza le importanti prese di posizioni di Dema.


La seconda persona è un beduino che ha di recente cambiato il proprio nome all’anagrafe in “Essere umano universale” (Ben Adam Universali). Il suo sogno è che la società araba diventi più pluralista, umanista, femminista, democratica. Parla senza remore del suo amore per lo Stato e non risparmia condanne alla leadership politica araba. Dema e il nostro Uomo Universale sono solo due voci tra molte altre che si stanno facendo sempre più sentire e mi riempiono della speranza che si possa realizzare il mio sogno per cui la pace emergerà dall’amore. Non mi basta che gli arabi smettano di uccidere gli ebrei. Un accordo di pace non è sufficiente: io voglio anche che ci amino. 

Siccome, tra le altre cose, sono l’autore di una colonna satirica nel quotidiano Maariv e spesso uso la cifra dell’umorismo per raccontare la realtà, molti pensano che io scherzi anche su questo. Ma non è così: spero davvero in una relazione d'amore con il mondo arabo. Mi aspetto davvero che anche i Paesi arabi, come in Europa o in America, si fondino su società che diffondono l'amore verso il prossimo. Per questo la recente violenta spaccatura con gli arabi israeliani mi ha deluso così profondamente.

Rispetto ai palestinesi, in particolare quelli che vivono a Gaza sotto il dominio di Hamas, molti israeliani, me compreso, provano una delusione non meno dolorosa. Nel 2005, Israele si è ritirato completamente da tutta la Striscia di Gaza, espellendo dalle loro case tutti gli ebrei che vivevano lì in villaggi fioriti. Il giorno del disimpegno, 16 anni fa, mi trovavo in una di queste località, come giornalista. È stato difficile osservare come la polizia israeliana prelevasse una famiglia ebrea che ha vissuto in quella casa per molti anni per allontanarla da lì per sempre. Li hanno messi su dei bus e portati via tra le lacrime. Non vedranno più le case che hanno costruito. Da allora, non ci sono più ebrei nella Striscia di Gaza. Il disimpegno ha rappresentato l’apice del pensiero politico secondo cui il ritiro d’Israele dai Territori conquistati nel 1967 dopo la Guerra dei Sei giorni (Gaza dall’allora dominazione egiziana e la Cisgiordania e Gerusalemme Est da quella giordana) avrebbe posto fine o quantomeno indebolito la violenza palestinese contro lo Stato ebraico. È successo il contrario. La visione di Shimon Peres e della sinistra israeliana dell’epoca (ma non solo della sinistra, perché ad attuare il disimpegno fu Ariel Sharon), secondo cui la Striscia di Gaza sarebbe diventata la "Singapore del Medio Oriente" non si è realizzata. E ciò nonostante i fondi provenienti da tutto il mondo abbiano continuato ad arrivare nella Striscia. Il prof. Dan Shiftan, noto mediorientalista dell’Università di Haifa, sostiene che i terroristi arabi che lanciano missili riparandosi dietro la propria popolazione civile in sostanza abbandonano il destino dei bambini palestinesi agli europei e agli americani. È una situazione complessa da capire per la mentalità occidentale. Se i palestinesi della Striscia di Gaza non fossero governati da leader che preferiscono uccidere gli ebrei e programmare la distruzione d’Israele, oggi la Striscia fiorirebbe: non ci sarebbe l’embargo, ma al contrario, commercio, turismo anche attraverso un porto sul litorale mediterraneo. C’è chi sostiene che l’Olp e Abu Mazen rappresentino una linea di pensiero diversa. È possibile. Ma il problema è che, se si tenessero le elezioni, tutte le previsioni, ahimè scoraggianti, è che prevarrebbe Hamas, come accaduto nel 2005. 

Per molti israeliani, le speranze di pace si infrangono di fronte alla pioggia di missili verso le loro città, che è il vero obiettivo di Hamas. Per gli israeliani e per chi sostiene Israele nel mondo, la sintesi dei fatti recenti è questa: più di quattromila missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza contro le abitazioni civili israeliane. Ognuno di questi missili viene sparato accompagnato dalla preghiera dei terroristi alle rampe di lancio: “Speriamo che questo missile colpisca, danneggi, esploda su una casa di ebrei e li uccida. Speriamo che il missile ci renda ancora più felici se cadesse in una scuola piena di bambini ebrei per ucciderne a centinaia”. Solo grazie al sistema di difesa antimissilistico israeliano Iron Dome - per il cui sviluppo e manutenzione Israele investe miliardi - il 90% dei missili sono stati intercettati in aria fermando la loro traiettoria omicida rivolta contro i civili israeliani.


La convinzione di molte persone ingenue, in Israele e in tutto il mondo, secondo cui la pace arriverà se i palestinesi avranno un migliore tenore di vita e Israele non controllerà il territorio, si è frantumata. La Striscia di Gaza è rigorosamente palestinese, libera dall'occupazione e purificata dagli ebrei. L'errore è stato provato sul campo, e la prova è dolorosa. L'ostilità araba che dura da oltre cento anni non cessa.


Il 10 maggio alle 18:00, quando è iniziato l'attacco missilistico da Gaza, la Knesset stava celebrando la ricorrenza della vittoria del mondo libero sulla Germania nazista. Attivatesi le sirene, la sessione parlamentare è stata interrotta all’improvviso. I missili di Hamas verso Gerusalemme hanno costretto anche i parlamentari a cercare rifugio. Quanto è significativo il fatto che fino al giorno della resa della Germania nazista nel 1945, il leader palestinese di allora, il Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, che notoriamente si schierò in favore della Germania naziste, rimase a Berlino. Fuggì poco dopo rifugiandosi in Medioriente, da dove ha continuato a guidare i palestinesi con la visione di sterminare gli ebrei, con lo stesso spirito con cui ha operato per più di quattro anni nella Berlino nazista accanto ai gerarchi più autorevoli. Ecco, questo Mufti è un eroe e un martire agli occhi della leadership di Hamas. Riflettiamo.
(Traduzione di Sharon Nizza)