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Afghanistan, gli Usa accelerano il ritiro

Elicotteri da trasporto Chinook nella base di Kandahar (afp)
Il contingente americano potrebbe essere fuori già dal 4 luglio, se i problemi di logistica lo permetteranno
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Il ritiro dall’Afghanistan sarà ancora più veloce del previsto: l’Amministrazione americana ha trovato un accordo con i Talebani. Gli Usa cercheranno di far partire i militari entro il 4 luglio, o comunque entro il mese, e gli “studenti coranici” considereranno rispettate le intese di Doha, che stabilivano un ritiro entro la fine di aprile. La deadline dell’11 settembre, indicata dal presidente Joe Biden, lascia dunque il posto a una data altrettanto simbolica, in cui gli Stati Uniti festeggiano la dichiarazione di indipendenza.

Il messaggio della Casa Bianca sembra molto chiaro: si chiude la crociata contro il terrorismo internazionale voluta da George W. Bush e si ritorna …

Il ritiro dall’Afghanistan sarà ancora più veloce del previsto: l’Amministrazione americana ha trovato un accordo con i Talebani. Gli Usa cercheranno di far partire i militari entro il 4 luglio, o comunque entro il mese, e gli “studenti coranici” considereranno rispettate le intese di Doha, che stabilivano un ritiro entro la fine di aprile. La deadline dell’11 settembre, indicata dal presidente Joe Biden, lascia dunque il posto a una data altrettanto simbolica, in cui gli Stati Uniti festeggiano la dichiarazione di indipendenza.

Il messaggio della Casa Bianca sembra molto chiaro: si chiude la crociata contro il terrorismo internazionale voluta da George W. Bush e si ritorna a impegni più vicini all’interesse dell’America. In un certo senso, la nuova presidenza accoglie almeno in parte il desiderio di disimpegno di Donald Trump, recuperando risorse per la Difesa che potranno essere utilizzate su nuovi fronti, quello della rivalità con la Cina prima di tutto.

L’accelerazione sui ritmi del ritiro crea non pochi problemi logistici per il Pentagono e soprattutto per gli alleati. “Gli unici ad accogliere positivamente la nuova data sono stati i tedeschi”, sottolinea Antonio Giustozzi, ex ricercatore della London School of Economics e uno dei massimi osservatori di affari afgani: “Ma gli altri sono dipendenti dalla logistica Usa. In altre parole, dipendono dallo spazio che gli americani mettono a disposizione sui loro aerei. Piccoli contingenti come quelli della Romania o della Georgia sono totalmente vincolati agli Usa. E anche gli italiani devono riportare in patria tantissimi materiali”.

 

Se i Galaxy degli Stati Uniti saranno impegnati per i 3500 militari ancora presenti e per circa 17 mila contractor, c’è da prevedere un superlavoro anche per gli Antonov delle compagnie commerciali. “Ma a disposizione ce ne sono 6 o 7”, aggiunge Giustozzi, “e c’è da considerare anche la limitatissima capacità degli aeroporti afgani”.

Il disimpegno è un’operazione delicatissima: la partenza di assetti preziosi rischia di rendere vulnerabili le forze ancora presenti. L’Amministrazione Usa fa capire che il governo afgano è in grado di garantire la sicurezza del Paese, ma allo stesso tempo – scrive il New York Times – organizza una copertura con i droni armati Reaper basati nei paesi del Golfo.

Le ipotesi di una futura presenza nella regione, quanto meno a garantire contro possibili riorganizzazioni di Al Qaeda o gruppi terroristici, sembrano per il momento abbastanza esili: i Paesi dell’area ex sovietica non sembrano disposti ad accogliere la presenza militare a stelle e strisce. Ma ormai la decisione è presa: Joe Biden, scettico sulle missioni americane sin dai tempi dell’amministrazione di Barack Obama, sarà il presidente che “ha portato i ragazzi a casa”, chiudendo la guerra più lunga della storia Usa.