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In Afghanistan l'ultima scommessa di Erdogan. La Turchia pronta a restare dopo il ritiro Nato

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (reuters)
Il contingente militare di Ankara dovrà garantire la sicurezza dell'aeroporto di Kabul, ma potrebbe in prospettiva anche guidare una futura missione di peacekeeping
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Via tutti dall'Afghanistan entro l'11 settembre, o meglio ancora prima della fine di luglio: il programma ufficiale proclamato da Joe Biden e quello più accelerato, concordato in modo discreto con i Talebani, sono molto chiari. Gli "studenti coranici" sembrano però disponibili a fare un'eccezione. Più che "via tutti gli stranieri", per loro è fondamentale che vadano via "gli infedeli". In queste ore si fa largo l'ipotesi che un nucleo di Forze armate possa restare in Afghanistan, con l'ovvia condizione che queste forze non siano sgradite agli integralisti. In altre parole, si parla dei soldati turchi come possibile strumento "di garanzia", che controlli le condizioni di sicurezza durante la ritirata degli altri contingenti e magari possa rimanere nel Paese anche più avanti.
 

Via tutti dall'Afghanistan entro l'11 settembre, o meglio ancora prima della fine di luglio: il programma ufficiale proclamato da Joe Biden e quello più accelerato, concordato in modo discreto con i Talebani, sono molto chiari. Gli "studenti coranici" sembrano però disponibili a fare un'eccezione. Più che "via tutti gli stranieri", per loro è fondamentale che vadano via "gli infedeli". In queste ore si fa largo l'ipotesi che un nucleo di Forze armate possa restare in Afghanistan, con l'ovvia condizione che queste forze non siano sgradite agli integralisti. In altre parole, si parla dei soldati turchi come possibile strumento "di garanzia", che controlli le condizioni di sicurezza durante la ritirata degli altri contingenti e magari possa rimanere nel Paese anche più avanti.
 


Gli analisti segnalano che sul tema sia i Talebani che il governo di Kabul sarebbero d'accordo: restano solo le perplessità degli stessi interessati. Per Recep Tayyip Erdogan l'occasione è interessante: la Turchia potrebbe persino candidarsi alla guida di una futura missione Onu di peacekeeping, conquistando un ruolo di mediazione che le garantirebbe un grandissimo prestigio nel contesto del mondo islamico e un'autorevolezza nuova anche verso i Paesi occidentali, primi fra tutti gli alleati della Nato.
 


E Ankara sembra quasi aver pianificato da tempo questo passaggio: la componente militare turca ha partecipato alla missione Isaf, accettando anche la responsabilità di un Prt, cioè un centro provinciale di coordinamento per la ricostruzione, ma senza mai partecipare ai combattimenti. L'esperienza sul campo e la fede musulmana condivisa con le parti garantivano un posto in prima fila per i negoziati, tanto più attraverso l'amicizia con Pakistan e Qatar, alleati di Ankara e sponsor a vari livelli dei Talebani. In più, le minoranze uzbeka e turkmena dell'Afghanistan parlano lingue simili e condividono un'identità etnica con la Turchia.


Ma l'entusiasmo iniziale turco si è in parte ridimensionato di fronte alla reazione dei Talebani. Erdogan si aspettava forse un'accoglienza a braccia aperte, invece gli "studenti" hanno raffreddato subito i contatti. La stessa conferenza di Istanbul, che doveva essere la sanzione ufficiale del nuovo ruolo turco, è stata rinviata per le condizioni poste dai fondamentalisti.


Così di fronte ai dubbi dei Talebani e alle divisioni del governo afgano, ad Ankara è sorta qualche perplessità: "I turchi devono aver pensato: rischiamo di mettere le mani in un nido di vipere, è tutto troppo fluido, impossibile capire che cosa succede", sintetizza Antonio Giustozzi, ex ricercatore della London School of Economics e grande esperto di Afghanistan. Per ora dunque i militari di Ankara potrebbero mettersi alla prova con un primo compito, importante ma relativamente meno impegnativo. Toccherà a loro, secondo alcune indiscrezioni di stampa, garantire la sicurezza dell'aeroporto di Kabul durante le operazioni di ritiro degli altri contingenti.


L'impegno è comunque molto serio: il possibile ritorno dei Talebani, quali che ne siano le condizioni, spaventa larghe fasce di popolazione. Dunque chi se lo può permettere cerca di andar via. Chi non può permetterselo preme per ottenere le risorse necessarie. E la strada principale è il traffico di droga. Da questo, spiega un esperto di questi temi, nasce una forte pressione sulle strutture aeroportuali, anche in termini di possibile corruzione. Se questa si concretizzasse in controlli più superficiali allo scalo, l'ulteriore possibile conseguenza rischierebbe di essere l'apertura di varchi anche ad attentati terroristici.