Israele verso la Grande coalizione anti-Netanyahu
di Sharon Nizza , di Sharon NizzaTEL AVIV - A tre giorni dalla scadenza del mandato, l'attuale capo dell'opposizione Yair Lapid sembra più vicino che mai alla formazione di una coalizione alternativa a Netanyahu che porrebbe fine allo stallo politico in cui naviga Israele dal novembre 2018, nonché a 12 anni ininterrotti di governo dell'attuale premier, il più longevo della storia del Paese. Tutto dipende dalle imminenti decisioni dei due uomini chiave – ai due poli opposti dello spettro politico – affermatisi dopo le elezioni del 2 marzo scorso, le quarte in meno di due anni: Naftali Bennett, leader della destra nazionalista di Yamina, e Mansour Abbas, a capo del partito islamista Ra'am.
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TEL AVIV - A tre giorni dalla scadenza del mandato, l'attuale capo dell'opposizione Yair Lapid sembra più vicino che mai alla formazione di una coalizione alternativa a Netanyahu che porrebbe fine allo stallo politico in cui naviga Israele dal novembre 2018, nonché a 12 anni ininterrotti di governo dell'attuale premier, il più longevo della storia del Paese. Tutto dipende dalle imminenti decisioni dei due uomini chiave – ai due poli opposti dello spettro politico – affermatisi dopo le elezioni del 2 marzo scorso, le quarte in meno di due anni: Naftali Bennett, leader della destra nazionalista di Yamina, e Mansour Abbas, a capo del partito islamista Ra'am.
Secondo indiscrezioni riportate da Amit Segal, il sempre ben informato commentatore politico di Channel 12, Bennett a stretto giro annuncerà l'adesione al "governo del cambiamento" – una compagine eterogenea che riunisce ben 8 delle 13 liste che hanno superato la soglia di sbarramento per ottenere una maggioranza di 61 seggi su 120. Secondo l’accordo di coalizione, Bennett – con soli 6 seggi – diventerebbe premier di un governo paritetico di rotazione che vedrebbe Lapid (17 seggi) alla presidenza del consiglio solo nel 2023, mentre nella prima fase ricoprirebbe il ruolo di ministro degli Esteri (e premier “alternato”).
La trattativa con il partito arabo
In sostanza Bennett rientra nelle trattative di governo abbandonate il 13 maggio all’apice dell’ultimo conflitto tra Israele e Hamas, che si è placato il 21 maggio con un fragile cessate il fuoco le cui condizioni sono tuttora in discussione. Anche Mansour Abbas aveva congelato i negoziati relativi ai suoi 4 seggi alla luce dei gravi scontri che hanno sconvolto le città a popolazione mista musulmana ed ebraica nelle ultime settimane.
Per entrambi i kingmaker – gli unici partiti che non avevano mai escluso a priori l’adesione a qualsiasi governo – le rivalità ideologiche passano in secondo piano nel momento in cui si riaffaccia la prospettiva di quinte elezioni che potrebbero penalizzarli per scelte impopolari tra le proprie sacche di consenso. Secondo fonti vicine a Ra’am, la trattativa di Abbas con Lapid prevede un accordo non su ruoli di governo, ma sulla presidenza della potente commissione per gli Affari Interni della Knesset, nonché su una commissione ad hoc per affrontare le questioni più stringenti per i cittadini arabo-israeliani (in primis, contrasto alla criminalità e moratoria sulle costruzioni abusive).
L'ultimo coniglio
Bennett potrebbe sciogliere la riserva oggi stesso, al termine della riunione del gruppo parlamentare di Yamina, che conta solamente 6 legislatori, dopo la defezione del parlamentare Amichai Chikli che si oppone a una coalizione con esponenti della sinistra. La riunione, prevista per questa mattina, all’ultimo è stata rimandata al pomeriggio, per valutare l’ultimo coniglio che Netanyahu ha estratto nel corso della notte dal suo cilindro dalle mille risorse: un governo a rotazione addirittura a tre, con Gideon Saar (ex Likud), Netanyahu e infine Bennett.
In generale, c’è ancora cautela nel cantare vittoria perché qualsiasi ulteriore defezione comprometterebbe la formazione del nuovo, risicato governo, che si prospetta instabile fin dalla nascita, dal momento che riunisce formazioni che vanno dalla destra di Avigdor Lieberman, di Gideon Saar e di Bennett stesso – considerati più falchi di Netanyahu – alla sinistra del Labour e del Meretz, oltre che al partito islamico, in un momento in cui la questione palestinese e il rapporto con la minoranza araba del Paese sono in cima all’ordine del giorno. Sono in molti a credere che il collante del “tutto tranne Bibi” non sarà sufficiente a garantire la tenuta di questa maggioranza, soprattutto dal momento che Netanyahu, come capo dell’opposizione, farà di tutto per metterle i bastoni tra le ruote.
"Unità e rispetto della legge"
Solo giovedì, in un lungo post su Facebook, Yair Lapid si era detto incerto circa la possibilità di formare un governo nei tempi prestabiliti. Ma aveva specificato che, nonostante le difficoltà e le differenze tra le varie anime, “questo è il governo di cui abbiamo bisogno, proprio in questo momento: destra, centro e sinistra, religiosi e laici, ebrei e arabi, per dire ad alta voce che crediamo nella coesistenza e nel rispetto della legge e per promuovere nuovamente il concetto di unità”.
Le prossime ore saranno critiche per stabilire se Yair Lapid riuscirà a presentarsi con un governo dal Capo dello Stato Reuven Rivlin entro mercoledì – giorno in cui peraltro si svolgerà alla Knesset l’elezione del successore di Rivlin, che il 9 luglio terminerà il suo mandato settennale (Isaac Herzog, ex leader del Labour e attualmente a capo dell’Agenzia ebraica, è dato come favorito rispetto all’altra unica candidata, Miriam Peretz, figura pubblica benvoluta dalla nazione, ma lontana dagli “intrighi di palazzo” che determinano il voto a scrutinio segreto).
Il futuro di Bibi
Se Lapid riuscirà nell’impresa, è degno di nota che l’uscita di scena del re indiscusso della politica israeliana sarà stata resa tecnicamente possibile proprio grazie a due recenti “creature” frutto della lotta alla sopravvivenza di Netanyahu: il governo paritetico di rotazione – ideato l’anno scorso per consentire l’alleanza con l’arcirivale Benny Gantz – e, soprattutto, lo sdoganamento di un partito islamista come possibile alleato di governo – una manovra messa a punto dal capo del Likud, ma fallita a causa del veto dell’estrema destra di Betzalel Smotrich.
I commentatori sono ancora cauti nel celebrare le esequie della carriera politica di “King Bibi”: in molti credono che, dai banchi dell’opposizione – e dell’aula di tribunale dove ancora per almeno un paio d’anni andrà avanti il processo che lo vede imputato per corruzione – Netanyahu non cesserà di studiare la prossima mossa.