Burkina Faso, forse il controllo di una miniera d'oro dietro la strage di venerdì a Solhan
di Pietro Del Re , di Pietro Del ReNessuno ha ancora rivendicato il massacro di Solhan, il più sanguinario dal 2015, ossia dall'inizio degli attacchi jihadisti nel Paese. Intanto, il bilancio dei morti continua ad aggravarsi con il numero delle vittime che è salito a 160, tra i quali 20 bambini. Da questa cittadina di tremila abitanti, cominciano a diffondersi le prime, atroci testimonianze dei sopravvissuti che raccontano di un centinaio di uomini armati e con il volto coperto, arrivati venerdì scorso verso le due del mattino a bordo di motociclette. "Hanno prima attaccato la sede dei Volontari per la Difesa della Patria", sorta di brigata di auto-difesa locale, creata per volontà del governo di Ouagadougou, per poi accanirsi contro la popolazione urlando "Allah Akbar".
Le milizie di protezione
L'attacco potrebbe essere una vendetta contro chi ha deciso di armare i civili per compensare le scarse risorse dell'esercito del Paese. È stato lo stess…
Nessuno ha ancora rivendicato il massacro di Solhan, il più sanguinario dal 2015, ossia dall'inizio degli attacchi jihadisti nel Paese. Intanto, il bilancio dei morti continua ad aggravarsi con il numero delle vittime che è salito a 160, tra i quali 20 bambini. Da questa cittadina di tremila abitanti, cominciano a diffondersi le prime, atroci testimonianze dei sopravvissuti che raccontano di un centinaio di uomini armati e con il volto coperto, arrivati venerdì scorso verso le due del mattino a bordo di motociclette. "Hanno prima attaccato la sede dei Volontari per la Difesa della Patria", sorta di brigata di auto-difesa locale, creata per volontà del governo di Ouagadougou, per poi accanirsi contro la popolazione urlando "Allah Akbar".
Le milizie di protezione
L'attacco potrebbe essere una vendetta contro chi ha deciso di armare i civili per compensare le scarse risorse dell'esercito del Paese. È stato lo stesso presidente Roch Marc Christian Kaboré a incoraggiare la nascita di queste brigate che però, com'è anche accaduto nel vicino Mali dove lo Stato ha sostenuto diverse milizie di protezione, queste hanno compiuto diverse rappresaglie, spesso contro i civili accusati di sostenere i jihadisti. I quali, siano essi legati ad Al Qaeda o allo Stato islamico, nelle remote località del Sahel se la prendono principalmente con i rappresentanti del governo centrale, con i militari, i funzionari e le popolazioni che li aiutano.
Fedeli ad Al Qaeda
Secondo alcuni esperti, però, la strage di Solhan potrebbe essere più probabilmente il risultato di una battaglia per il controllo di una miniera d'oro le cui gallerie sono state scavate nella periferia della cittadina e con cui si arricchiscono islamisti e trafficanti. La zona è controllata dal Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani, capeggiato da Iyad Ag Ghaly e fedele ad Al Qaeda e ai talebani dell'Afghanistan, nel quale sono confluite tre preesistenti formazioni terroristiche del Mali. È verosimile che, attirate dai facili guadagni ricavati dalla miniera, alcune di queste si siano ribellate al totale controllo di Ghaly su quelle ricchezze.
Oggi, il governo locale ha vietato l'uso delle motociclette nel nord, in tutta la regione che confina con il Mali. "L'uso di veicoli a due e tre ruote è severamente vietato in parte della regione del Sahel da oggi fino a ulteriore avviso", ha dichiarato il colonnello Salfo Kabore, governatore regionale. Sono soggette all'ordine la provincia di Yagha, che comprende Solhan, e alcune altre comunità in tre province confinanti. In queste aree è già effettivo un coprifuoco notturno. Il governatore ha anche ordinato di chiudere le miniere e di fermare immediatamente le attività legate all'oro nelle province di Oudalan e Yagha.
Migliaia di sfollati
Infine, come corollario del massacro, più di tremila persone sono state costrette a sfollare dalle loro case. Lo ha riferito oggi l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). "Temendo per la propria vita, 3.300 persone sono fuggite nei villaggi vicino a Sebba e Sampelga, e tra loro più di 2mila bambini e oltre 500 donne", ha detto il rappresentante di Unhcr Babar Baloch. Come spesso accade in circostanze del genere, le persone in fuga sono arrivate nelle località di destinazione "con pochissimo o nessun possesso" e la maggior parte di loro è stata "generosamente accolta dalle famiglie locali che condividono quel poco che hanno".