L'India scende a patti con i Talebani. Ma l'ombra dei clan legati al Pakistan spaventa Delhi
di Raimondo Bultrini , di Raimondo BultriniBANGKOK. A lungo l'India è stata riluttante all’idea di scendere a patti con un vecchio nemico sul quale hanno riposto la loro fiducia gli alleati americani. Ma proprio mentre Washington prepara l’ormai certa grande ritirata dell’11 settembre dall’Afghanistan, per la prima volta New Delhi ha deciso di aprire canali ufficiali di comunicazione con le fazioni e i leader talebani, incluso Mullah Baradar, l’uomo che firmò nel 2020 con l’ex segretario di Stato Pompeo il trattato per la fine della presenza dei soldati Usa sul suolo del suo paese.
Un’ostilità pregiudiziale, anche se supergiustificata, potrebbe costare all’India l’esclusione dall’affollato tavolo delle trattive per il futuro assetto geopolitico dell’Afghanistan. Senza contare i rischi di una potenziale alleanza militante tra gruppi islamici afgani e kashmiri. Ancora accusati di attentati e violenze quasi quotidiane, i talebani avranno i…
BANGKOK. A lungo l'India è stata riluttante all’idea di scendere a patti con un vecchio nemico sul quale hanno riposto la loro fiducia gli alleati americani. Ma proprio mentre Washington prepara l’ormai certa grande ritirata dell’11 settembre dall’Afghanistan, per la prima volta New Delhi ha deciso di aprire canali ufficiali di comunicazione con le fazioni e i leader talebani, incluso Mullah Baradar, l’uomo che firmò nel 2020 con l’ex segretario di Stato Pompeo il trattato per la fine della presenza dei soldati Usa sul suolo del suo paese.
Un’ostilità pregiudiziale, anche se supergiustificata, potrebbe costare all’India l’esclusione dall’affollato tavolo delle trattive per il futuro assetto geopolitico dell’Afghanistan. Senza contare i rischi di una potenziale alleanza militante tra gruppi islamici afgani e kashmiri. Ancora accusati di attentati e violenze quasi quotidiane, i talebani avranno infatti un ruolo decisivo sotto qualsiasi coalizione di governo dovesse emergere a Kabul nei prossimi mesi e anni. Da qui la decisione, tardiva ma significativa, dell’India di non precludersi quantomeno un negoziato sulla sicurezza e il commercio con eventuali ministri ultrareligiosi.
Delhi è consapevole del prevedibile impatto economico di progetti cinesi estesi dal Pakistan all’Afghanistan, come la rinascita della celebre Via della seta che qui vide il suo massimo splendore, modernizzata da grandi infrastrutture destinate a circondare potenzialmente l’India con una rete di strade, ferrovie e porti come Gwadar in Pakistan e Chabahar in Iran. L’India da oltre 70 anni non è più direttamente confinante con l’Afghanistan, essendo i due paesi separati dal Kashmir sotto il controllo di Islamabad, il vero negoziatore dietro e davanti le quinte dell’accordo sul ritiro delle truppe alleate nonché grande nemico storico. Da qui la delicatezza del nodo Kashmir che sembrava riemergere come un ostacolo insormontabile all’eventuale negoziato Delhi-fondamentalisti di Kabul, specialmente dopo le dichiarazione virale sui social di un finto portavoce talebano secondo il quale i suoi uomini si uniranno alla Jihad per la liberazione del Kashmir indiano.
Il chiarimento di un vero esponente degli ex guerriglieri oggi divenuti diplomatici, ("Noi non interferiamo negli affari interni di altri paesi” ha detto) è stata rassicurante per tutti, specialmente per l’India che finalmente ha sciolto le riserve e incaricato i suoi servizi di sicurezza del delicato compito di trattare con loro.
L’approccio è per ora con le fazioni e leader talebani percepiti come "nazionalisti" o comunque non direttamente influenzati dal Pakistan e dall'Iran e a quanto pare è ancora nella fase esplorativa. Anche Mullah Baradar – secondo l’Hindustan Times - sarebbe però già stato coinvolto formalmente in questa prima fase del dialogo che potrebbe portare – nonostante la diffidenza storica tra le due parti - a un incontro ufficiale. Baradar, l’uomo che stipulò con gli Usa l’accordo del ritiro, era uno dei leader del movimento talebano al potere tra 1996 e 2001. Fu arrestato dagli 007 pachistani e rilasciato nel 2018, quando andò a dirigere l'ufficio dei talebani di Doha, terminale delle trattative con Washington.
Inevitabile di conseguenza per l'India un approccio con questa futura influente personalità di un paese alla cui ricostruzione e sviluppo vari governi di Delhi hanno dato un contribuito record di 3 miliardi di dollari. Prima di loro avevano rotto gli indugi Russia, Cina e Iran, già in fase avanzata di negoziazione con vari gruppi talebani, compresi quelli meno sotto controllo dei generali pachistani.
Un altro motivo della reticenza indiana ad entrare nella tana del lupo è stato il tentativo di coltivare rapporti privilegiati con l'Alleanza del Nord, cioè i tagiki e gli altri gruppi etnici tradizionalmente nemici dei talebani che sono principalmente pashtun. Più volte Delhi ha discusso e preso accordi con il mezzo tagiko Abdullah Abdullah, capo dell'Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale, ma anche con il governo del presidente Ashraf Ghani e con leader ancora influenti come l'ex presidente Hamid Karzai.
Gli inviati indiani sanno della presenza inquietante dietro ai talebani di membri della rete Haqqani o della Quetta Shura, visti da Delhi come creazioni dell'esercito pachistano. Ma anche dei rischi per il sistema democratico stabilito a Kabul, e per i diritti delle donne e delle minoranze qualora i talebani insisteranno ancora sulla creazione di un emirato islamico. Sono preoccupazioni condivise da molti, specialmente da quando un comitato di monitoraggio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha confermato che i talebani non hanno tagliato affatto i legami con Al Qaeda o con gruppi stranieri come la stessa rete Haqqani. L’India ha scelto però di essere ottimista, e di non restare fuori dagli accordi internazionali che via via prenderanno piede in questo paese strategicamente decisivo.
Basta pensare che per raggiungere l’Afghanistan via mare e via terra Delhi prese negli anni scorsi accordi miliardari con l’Iran per usufruire di un porto e costruire una ferrovia. Teheran, colpita da sanzioni e isolata dalla comunità internazionale dopo la fine delle trattative sul nucleare con gli Usa, cambiò pero’ idea dopo aver ricevuto dalla Cina l’offerta di enormi anticipi sui futuri acquisti di petrolio.
Ma il sogno è ancora lì, verso un paese dove l’India regnò 2300 anni fa, quando i grandi imperatori buddhisti Maurya presero il posto degli invasori occidentali di Alessandro il Macedone.