Ad Augusta il nuovo gigante del mare britannico, la portaerei HMS Queen Elizabeth pronta a sfidare la Cina
di Giampaolo Cadalanu , di Giampaolo CadalanuIl colosso ormeggiato nel porto di Augusta è un biglietto da visita da 65mila tonnellate. La portaerei che porta il nome di Elisabetta I è insieme un omaggio alla sovrana dell’epoca Tudor e la dimostrazione galleggiante che il Regno Unito vuole riprendere un ruolo storico sui mari e non accetta una prospettiva di lento declino. Serviva uno strumento potente, per ribadirlo. Così Londra ha speso 5 miliardi di sterline, pari a 5,8 miliardi di euro (ovvero il 15 per cento del bilancio globale per la Difesa britannica), per la nuova Hms Queen Elizabeth e poco di meno ha dovuto tirar fuori, con fatica, per darle subito dopo una sorella minore, la Hms Prince of Wales.
Lo sforzo economico è stato tale che persino sir David Richards, allora capo di Stato maggiore della Difesa, si chiedeva se valesse davvero la pena, visto che con la stessa spesa si potevano far costruire cinque fregate. Ma la Marina di Sua Maestà, capace un secolo fa di varare l…
Il colosso ormeggiato nel porto di Augusta è un biglietto da visita da 65mila tonnellate. La portaerei che porta il nome di Elisabetta I è insieme un omaggio alla sovrana dell’epoca Tudor e la dimostrazione galleggiante che il Regno Unito vuole riprendere un ruolo storico sui mari e non accetta una prospettiva di lento declino. Serviva uno strumento potente, per ribadirlo. Così Londra ha speso 5 miliardi di sterline, pari a 5,8 miliardi di euro (ovvero il 15 per cento del bilancio globale per la Difesa britannica), per la nuova Hms Queen Elizabeth e poco di meno ha dovuto tirar fuori, con fatica, per darle subito dopo una sorella minore, la Hms Prince of Wales.
Lo sforzo economico è stato tale che persino sir David Richards, allora capo di Stato maggiore della Difesa, si chiedeva se valesse davvero la pena, visto che con la stessa spesa si potevano far costruire cinque fregate. Ma la Marina di Sua Maestà, capace un secolo fa di varare la prima portaerei, la Hms Hermes, verso la fine della Grande Guerra, voleva riprendere il ruolo da protagonista sugli oceani che aveva in parte lasciato ad altri. “Nel 2011, per l’intervento in Libia, Londra aveva appena dismesso le sue capacità aeronavali e aveva solo una portaelicotteri. Gli unici a fornire un assetto di livello sono stati i francesi. Gli inglesi l’hanno presa malissimo”, dice Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa.
Superati con l’orgoglio i problemi di bilancio, restavano i dubbi sul rapporto fra spesa ed efficacia. Gli specialisti di affari militari sono sempre più perplessi sullo strumento portaerei, che si è evoluto nel tempo più lentamente di quanto si sia evoluta la tecnologia dei missili. In altre parole, la vulnerabilità di queste città galleggianti appare aumentata. Giuseppe De Giorgi non è d’accordo: “Non si deve considerare la portaerei come un sistema d’arma isolato, come non lo sono le altre navi militari di una flotta moderna”, argomenta l’ex capo di Stato maggiore della Marina: “E’ parte di un sistema integrato, articolato in una gamma di sensori e di armi, finalizzata a neutralizzare le minacce prima ancora di arrivare nella loro portata. Oltre all’armamento della componente aerea imbarcata, o quelli da crociera delle unità di superficie e subacquee, ha a disposizione missili anti-missile in grado di intercettare anche ordigni balistici. Di recente sono entrati in servizio le prime armi a energia diretta come i cannoni Laser, per contrastare ancora meglio le armi dei potenziali avversari”.
Per valutare meglio, bisogna guardare all’utilizzo specifico di uno strumento che serve - come dicono gli specialisti – al dominio tridimensionale, con la “proiezione di forza” dal mare su terra, sul mare e persino – con l’aiuto dei sommergibili - sotto la superficie. In altri termini, a che cosa può servire nell’utilizzo concreto un gigante come quella che la stampa popolare chiama “Big Liz”? L’Economist ha approfondito il tema, ricordando che dai ponti delle portaerei americane è partito il 41 per cento dei raid in Corea, la metà di quelli nel Vietnam, tre quarti delle missioni nei primi mesi dell’intervento in Afghanistan, ottomila incursioni nel primo mese di invasione dell’Iraq e persino, in tempi più recenti, gran parte dei bombardamenti contro il Califfato.
Il governo britannico ha illustrato la Integrated Review, il documento programmatico della Difesa, sottolineando che “il crescente potere della Cina è oggi di gran lunga il fattore geopolitico più importante nel mondo”. Londra deve “essere pronta a reagire per proteggere i nostri valori e interessi globali”. Pechino sta modernizzando le sue Forze armate a un ritmo più veloce di ogni altra nazione e “la sua crescente assertività internazionale nella regione dell’Indo-Pacifico porrà una sfida in aumento”. Non è un caso che proprio l’Indo-Pacifico sia la meta finale del viaggio per la Queen Elizabeth e la sua squadra navale (due cacciatorpediniere, due fregate, due navi appoggio e un sottomarino, più un caccia statunitense e una fregata olandese).
Lo scopo dichiarato è partecipare con le forze di Malesia, Singapore, Australia e Nuova Zelanda e Regno Unito all'esercitazione Bersama Lima. Lo scopo reale è mostrare la bandiera dove i cinesi possano vederla. “Il Regno Unito ha preso l’impegno di sostenere lo sforzo americano nell’area, dunque vuole impreziosire con le portaerei la sua disponibilità verso l’alleato d’oltre Atlantico”, dice Camporini.
E’ ancora l’Economist a sottolineare che la Cina ha sviluppato un missile destinato proprio a colpire le portaerei, il Df-21D. Un’arma costosa, scrive il settimanale, ma Pechino potrebbe produrne 1200 con il solo costo di una portaerei americana. E tenersi al di fuori della portata del Df-21D o del suo successore più potente, il Df-26, con una gittata di quattromila chilometri, vorrebbe dire di fatto rinunciare all’uso militare delle portaerei, perché i cacciabombardieri F-35 schierati a bordo non possono compiere missioni oltre i 1100 chilometri se non con lenti e vulnerabili rifornimenti in volo.
Un’arma potente ma obsoleta, insomma? A giudicare dai budget dedicati alle portaerei da Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Italia e Spagna, gli Stati maggiori non ne sono convinti. E nel caso della Queen Elizabeth e della sorella, forse la parola definitiva è del generale Nick Houghton: secondo l’ex capo della Difesa di Sua Maestà, le due portaerei sono per Londra un simbolo troppo importante del suo posto nel mondo, per essere dismesse.