“Un passo indietro in Libia”. La Nato in pressing su Erdogan
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES. «La crisi in Libia ha implicazioni dirette per la stabilità regionale e la sicurezza di tutti gli alleati». Nel documento finale del vertice della Nato c’è un passaggio sul paese nordafricano che segna un cambio di passo rispetto al recente passato. L’Alleanza Atlantica torna ad occuparsi di Tripoli e lo fa mettendo sul tavolo l’interesse di tutti i partner. Si tratta di un dossier fondamentale per l’Italia. Il presidente del consiglio Draghi insiste su questo punto dal suo insediamento. Lo fa per la vicinanza geografica con la Libia ma soprattutto perché quello rappresenta il principale e più gravoso corridoio migratorio verso il nostro Paese dall’Africa centrale e dal Medio Oriente. Per Palazzo Chigi, il riferimento esplicito alla situazione di Tripoli rappresenta un punto messo a segno. Non è un caso che lo stesso Segretario Generale del Patto Stoltenberg, nella conferenza stampa finale, abbia c…
BRUXELLES. «La crisi in Libia ha implicazioni dirette per la stabilità regionale e la sicurezza di tutti gli alleati». Nel documento finale del vertice della Nato c’è un passaggio sul paese nordafricano che segna un cambio di passo rispetto al recente passato. L’Alleanza Atlantica torna ad occuparsi di Tripoli e lo fa mettendo sul tavolo l’interesse di tutti i partner. Si tratta di un dossier fondamentale per l’Italia. Il presidente del consiglio Draghi insiste su questo punto dal suo insediamento. Lo fa per la vicinanza geografica con la Libia ma soprattutto perché quello rappresenta il principale e più gravoso corridoio migratorio verso il nostro Paese dall’Africa centrale e dal Medio Oriente. Per Palazzo Chigi, il riferimento esplicito alla situazione di Tripoli rappresenta un punto messo a segno. Non è un caso che lo stesso Segretario Generale del Patto Stoltenberg, nella conferenza stampa finale, abbia confermato esplicitamente che uno degli argomenti trattati sia stato l’emergenza nel fronte sud del Mediterraneo e nel Sahel (altra area decisiva per quanto riguarda i flussi di migranti).
Nel documento finale il riferimento alla Libia non è generico, ma illumina la necessità di stabilizzare l’area, di favorire elezioni nazionali e di esplicitare l’endorsement per il governo ad in interim di Unità nazionale. Del resto la Nato sta progressivamento ampliando il suo raggio di azione. Da alleanza esclusivamente difensiva sta evolvendo in soggetto in grado di intervenire nelle gestioni delle crisi e nella sicurezza cooperativa.
In questo contesto è decisivo il colloquio che si è svolto, alla fine del summit, tra il presidente americano Biden e quello turco Erdogan. La formula con cui è stato organizzato, ammette un riconoscimento da parte americana del leader di Ankara. Un colloquio faccia a faccia, senza testimoni se non gli interpreti. Ma nello stesso tempo è anche il contesto in cui si esprimono le linee più dure. Biden, infatti, aveva almeno due questioni da sottoporre al capo turco: l’acquisto dei missili russi S 400 e, appunto, l’eccesso di protagonismo in Libia e in Siria. Il primo tema è evidente: un partner della Nato che si rivolge per le armi al nemico storico. Una scelta che Washington non può certo accettare. Il secondo fa parte della nuova politica rispetto a quella adottata da Trump, in Nord Africa e Medio Oriente. Biden si è sostanzialmente fatto portavoce delle preoccupazioni europee. La posizione americana è pragmatica: riconoscere la leadership di Erdogan e nello stesso tempo richiamarlo ai vincoli che la Nato impone a tutti i suoi aderenti. O almeno a non esagerare nel perseguire una sorta di politica espansionistica “neo ottomana”.
Che questo fosse il cuore di molti dei bilaterali che si sono tenuti nella nuova sede della Nato, lo dimostrano gli incontri del presidente francese Macron e della Cancelliera tedesca Merkel. Due colloqui meno solenni rispetto a quello avuto con Biden, ma comunque concentrati proprio su quel che sta accadendo a sud del Vecchio Continente. Anche perché, per il Patto Atlantico e per l’Europa nei prossimi mesi si aprirà un altro capitolo che può generare lo stesso tipo di problemi: l’Afghanistan. Il ritiro da Kabul, infatti, potrebbe comportare conseguenze nella gestione dei migranti e diventare un altro fronte critico — e in parte già lo è soprattutto nelle zone controllate dai talebani — per quanto riguarda i corridoi migratori. Prospettive che inevitabilmente coinvolgeranno Ankara.
L’interesse italiano è esplicito. Draghi non ha avuto incontri con Erdogan. Ed era prevedibile dopo le scintille di un paio di mesi fa quando il premier definì esplicitamente il presidente turco un «dittatore». Una linea in qualche modo già concordata allora con Washington e che ora la Casa Bianca intervenendo appunto sulla crisi libica. E non è un caso che sia stato già annunciato un vertice lunedì prossimo con Angela Merkel. A pochi giorni dal Consiglio Europeo in cui si dovrebbe discutere anche dell’emergenza migranti. Anche il summit Nato, insomma, alla fine ha ribadito il principio espresso al G7 dell’altro ieri: democrazie occidentali contro autocrazie.