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Manifesti elettorali di Ebrahim Raisi a Teheran (afp)

Iran, gli elettori pronti a disertare le urne. Da Khamenei a Rouhani l'appello ad andare a votare

Si prevede un'affluenza di appena il 42%, sarebbe un record storico negativo. Molti movimenti civili e riformisti hanno fatto appello al boicottaggio. Ma la distanza tra politica e popolo è da ricondurre anche alle difficoltà economiche
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TEHERAN. Alla vigilia di un voto che molti osservatori considerano scontato, con la probabile vittoria dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi, la leadership iraniana prova a scongiurare il rischio di un’alta astensione, moltiplicando gli appelli al voto. Il presidente uscente Hassan Rouhani, considerato un pragmatico moderato, che finora non era entrato in maniera significativa nella campagna elettorale, ha chiesto agli elettori di mettere da parte risentimenti e rivendicazioni e di andare a votare. Ieri sera era stato il leader supremo, Ali Khamenei, in un discorso alla nazione, a tentare di rompere l’apatia elettorale usando un argomento a lui caro: la resistenza contro “i nemici dell’Iran”. “Le potenze sataniche” sostengono il boicottaggio delle elezioni perché così possono “creare una spaccatura tra il popolo e il sistema”, ha detto.

TEHERAN. Alla vigilia di un voto che molti osservatori considerano scontato, con la probabile vittoria dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi, la leadership iraniana prova a scongiurare il rischio di un’alta astensione, moltiplicando gli appelli al voto. Il presidente uscente Hassan Rouhani, considerato un pragmatico moderato, che finora non era entrato in maniera significativa nella campagna elettorale, ha chiesto agli elettori di mettere da parte risentimenti e rivendicazioni e di andare a votare. Ieri sera era stato il leader supremo, Ali Khamenei, in un discorso alla nazione, a tentare di rompere l’apatia elettorale usando un argomento a lui caro: la resistenza contro “i nemici dell’Iran”. “Le potenze sataniche” sostengono il boicottaggio delle elezioni perché così possono “creare una spaccatura tra il popolo e il sistema”, ha detto.


I sondaggi in effetti raccontano di una distanza significativa tra i cittadini e i palazzi del potere di Teheran. Le ultime rilevazioni danno un’affluenza intorno al 42%: sarebbe un fatto inedito nella storia della Repubblica islamica, mai in nessuna elezione presidenziale la percentuale di votanti è scesa sotto il 50%. Il boicottaggio è sostenuto da numerosi movimenti civili e attivisti ma anche da diversi riformisti. Il clima che si respira a Teheran, la capitale, è di un profondo distacco verso questa tornata elettorale: pochi i manifesti elettorali per le strade, principalmente di Raisi, pochi i comizi, anche a causa delle restrizioni per il coronavirus. Molta insoddisfazione: in primis per l’esclusione ad opera del consiglio dei Guardiani di numerosi candidati moderati e riformisti; poi per le difficoltà economiche che tanti iraniani si trovano ad affrontare, a causa delle sanzioni americane, di una cattiva gestione economica e della corruzione; e non ultimo per la repressione delle proteste nel 2019 innescate dall'aumento dei prezzi del carburante.


Dei sette candidati ammessi, solo quattro sono rimasti in corsa. I conservatori Alireza Zakani e Said Jalili, ex negoziatore nucleare e si dice possibile ministro degli Esteri in un eventuale governo Raisi, si sono ritirati ieri per rafforzare il capo della magistratura, già ampiamente favorito nei sondaggi. Così pure l’unico esponente riformista, Mohsen Mehralizadeh, che ha lasciato per dare man forte all'ex governatore della Banca centrale, Abdolnaser Hemmati, l’unico che appare al momento in grado di convogliare il voto moderato, anche se i sondaggi lo danno a un’ampia distanza da Raisi. 

“La squadra è Hemmati-Zarif”, titolava stamattina il quotidiano Sazandegi, un quotidiano vicino al partito Kargorazan di cui Hemmati fa parte, fondato negli anni Novanta da un gruppo di tecnocrati vicini ai riformisti. Il banchiere sta usando la carta Zarif per provare a portare alle urne gli elettori del ministro degli Esteri uscente. Zarif finora si era tenuto defilato, ma ieri sera ha fatto sapere che sarebbe disponibile ad entrare in un potenziale governo Hemmati. Zarif è stato l’architetto dell’accordo nucleare con gli Stati Uniti, che tante speranze aveva suscitato nella classe media iraniana e nell’elettorato più progressista e liberale, prima che venisse stracciato da Donald Trump. Il fallimento dell’accordo, e la mancata presa di posizione contro la repressione delle manifestazioni del 2019, hanno indebolito i consensi di Zarif, ma il ministro resta una delle personalità più apprezzate tra i riformisti. Anche l'ex presidente riformista Khatami ha fatto appello al voto, facendo intendere imploicitamente di voler sostenere Hemmati. Basterà a fermare la corsa solitaria di Raisi?