TEHERAN - L’ultraconservatore Ebrahim Raisi è il nuovo presidente dell’Iran, un risultato scontato dopo una competizione elettorale che è stata caratterizzata da una rigida selezione dei candidati da parte del consiglio dei Guardiani, che ha escluso tutti i riformisti e moderati di peso, e da un’astensione storica.
Con il 90% dei seggi scrutinanti, le preferenze per Raisi superano il 62% dei voti, circa 17 milioni di persone hanno votato per lui, su quasi 60 milioni di aventi diritto. I suoi sfidanti seguono a distanza: Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio degli esperti ed ex comandante del potente corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), ha preso l’11%, 3 milioni e 300mila voti, mentre l’ex banchiere centrale, Abdolnaser Hemmati, unico candidato moderato in corsa, si è fermato all’8%, meno di due milioni e mezzo di voti, segno che l’astensione è stata particolarmente ampia nel mondo riformista. Lo stresso Hemmati l’ha ammesso: “Questo è stato un chiaro voto No ai riformisti”, ha detto durante una chat su ClubHouse.
I dati sulla partecipazione non sono ancora definitivi, ma il ministero dell’Interno dice si è fermata al 48%, non era mai stata così bassa in 40 anni di elezioni presidenziali dopo la rivoluzione islamica del 1979: nel 1993, quando a votare andò la metà degli elettori, l’affluenza fu del 50,06%.
In un’elezione dall’esito scontato, questo dato assume dunque un particolare significato politico, e pone un problema di legittimità per il sistema della Repubblica islamica. Lo racconta anche la modalità insolita con cui il presidente uscente, il moderato Hassan Rouhani, ha comunicato ai cittadini l’elezione di Raisi. Si è presentato in tv di buon mattino dicendo che il suo successore era stato scelto, ma che non si sarebbe ancora congratulato perché i risultati non erano ufficiali. Nello stesso tempo, gli sfidanti Hemmati e Rezaei “concedevano” la vittoria via Instagram, ma il tutto senza che i cittadini avessero ancora dati né sull’affluenza né sui voti.
Raisi aveva già tentato la strada della presidenza nel 2017, ma era stato battuto da Rouhani. Allora aveva preso gli stessi voti di oggi, 17 milioni, ma questa volta è diventato presidente.
Sessantuno anni, religioso di Mashhad, la città santa sciita nel nord-est dell’Iran, ha un dottorato in fiqh (diritto islamico) all’università Shahid Motahari di Teheran. E’ stato uno dei giovani rivoluzionari di Khomeini, ha fatto carriera nella magistratura iraniana, di cui è diventato capo nel 2019 per volere della guida suprema Ali Khamenei. E’ sostenuto da un’alleanza tra clero religioso e Pasdaran legati ai grandi conglomerati industriali. Nel suo passato ci sono diverse zone d’ombra che riguardano le violazioni di diritti umani.
Nel 1988 fece parte del cosiddetto comitato della morte, un gruppo di quattro persone incaricate da Khomeini di processare gli oppositori politici alla fine della guerra con l’Iraq. Il comitato decise l’esecuzione di migliaia di prigionieri, tra 2mila e 3mila. Per questo episodio e altri legati ad arresti e torture nel 2019 gli Stati Uniti l’hanno messo sotto sanzioni.