Battaglia nell'Amazzonia, i cercatori d'oro sparano sugli indigeni e sulla polizia
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoLa battaglia è stata breve ma intensa. Garimpeiros che sparavano all’impazzata su ogni cosa si muovesse e gli indigeni Yanomani, nascosti dietro gli alberi, che rispondevano con lance e frecce. Nessun morto, per fortuna. Ma quattro cercatori d’oro illegali, i garimpeiros appunto, sono stati trafitti dai dardi e un indigeno è stato colpito di striscio alla testa da un proiettile.
Adesso duecento soldati di questo esercito di razziatori assetati di oro si sono ritirati una trentina di miglia più a monte del fiume Uraricoera. Aspettano nascosti nella macchia. Sono stati respinti ma non demordono. Hanno dovuto ripiegare dopo un violento scontro a fuoco con la polizia federale brasiliana chiamata in soccorso. “Non era mai accaduto che sparassero anche agli agenti”, racconta alla BBC Dario Kopenawa, leader indigeno che ha ricevuto una telefonata allarmata, in piena notte, dal capo della tribù del piccolo villaggio di …
La battaglia è stata breve ma intensa. Garimpeiros che sparavano all’impazzata su ogni cosa si muovesse e gli indigeni Yanomani, nascosti dietro gli alberi, che rispondevano con lance e frecce. Nessun morto, per fortuna. Ma quattro cercatori d’oro illegali, i garimpeiros appunto, sono stati trafitti dai dardi e un indigeno è stato colpito di striscio alla testa da un proiettile.
Adesso duecento soldati di questo esercito di razziatori assetati di oro si sono ritirati una trentina di miglia più a monte del fiume Uraricoera. Aspettano nascosti nella macchia. Sono stati respinti ma non demordono. Hanno dovuto ripiegare dopo un violento scontro a fuoco con la polizia federale brasiliana chiamata in soccorso. “Non era mai accaduto che sparassero anche agli agenti”, racconta alla BBC Dario Kopenawa, leader indigeno che ha ricevuto una telefonata allarmata, in piena notte, dal capo della tribù del piccolo villaggio di Palimiú, 1000 abitanti che vivono in grandi case comuni sulle sponde del fiume. “Hanno alzato il livello dello scontro. Si sentono protetti dal governo e approfittano del Covid per addentrarsi sempre di più nella foresta. I controlli si sono rarefatti; il personale del Funai, con cui avevamo ottimi rapporti, è stato ridotto all’osso. Ora comanda un ufficiale della polizia che è amico dei garimpeiros. Lo ha nominato il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles (che proprio ieri è stato costretto a dimettersi per accuse legate a esportazione illegale di legname) su indicazione di Bolsonaro che vuole ridurre i confini dei nostri territori. Lo sanno tutti: non c’è volontà politica. Il governo di estrema destra è favorevole alla privatizzazione di larghe fette dell’Amazzonia, deve rispondere alle richieste dell’agrobusiness che dopo averlo eletto con i loro voti determinanti presentano il conto. E poi è noto: Jair Bolsonaro ha un debole per i minatori illegali. Anche suo padre era un garimpeiro”.
La battaglia si è consumata l’11 maggio scorso nella foresta profonda dello Stato di Roraima, nord ovest del Brasile, al confine con il Venezuela. E’ una terra fertile, avvolta dalla giungla e ricchissima di materie prime. Oltre che di minerali preziosi, come gemme e oro. La racconta proprio Kopenawa, leader degli Yanomani, la più grande delle tribù del paese. E’ stato lui a ricevere la richiesta di aiuto che arrivava dal villaggio di Palimiú, un giorno di navigazione lungo il fiume Uraricocea, raggiungibile solo in aereo. “Erano almeno duecento. Tutti armati di fucili automatici. Scendevano a bordo di sette lance. Ci hanno attaccati all’improvviso, appena sbucati da un’ansa. Noi ci siamo nascosti dietro gli alberi e abbiamo risposto con le lance e le frecce. Dopo mezz’ora si sono ritirati ma hanno detto che sarebbero tornati. Le donne con i figli si sono addentrate nella foresta. Erano terrorizzate. Ma nella fuga, caotica, due bambini, di 1 e 5 anni, sono annegati”. Kopenawa si è reso conto che della gravità della situazione. “I garimpeiros sono dappertutto. Hanno disboscato, scavato inquinato con il mercurio che usano per separare l’oro dal fango”, spiega alla BBC il capo indigeno. “Ho chiamato la polizia federale che è arrivata il giorno dopo. Con un piccolo aereo ha sorvolato il villaggio e ha notato poco lontane le lance dei minatori illegali. Si sono avvicinati, hanno urlato: Polizia, Polizia!, ma sono stati subito bersagliati dai colpi di fucile. I federali hanno risposto al fuoco e i garimpeiros si sono addentrati nella foresta. “Sono rimasto sbalordito”, racconta il leader indigeno. “Se anche la polizia veniva attaccata nessuno di noi poteva sentirsi al sicuro”.
L’attacco dell’ 11 maggio è stato solo l’inizio. Per tutto giugno si sono susseguite incursioni e nuovi assalti. Il 5 decine di minatori hanno preso di mira la comunità di Maikohipi a colpi di lacrimogeni; tre giorni dopo altro raid a Walomapi: gli indigeni hanno dovuto immergersi nel fiume per salvarsi. Ma è dal 30 aprile, ricorda Survival International, l’organizzazione ambientalista che da sempre sostiene la lotta per la sopravvivenza del popolo Yanomani, che è scattata l’ondata di aggressioni.
Sono stati lanciati sei disperati appelli alle autorità. Il 12 maggio un giudice federale ha imposto l’istituzione di un avamposto permanente nella regione di Palimiú per garantire la sicurezza delle popolazioni. La Corte Suprema ha ordinato a Bolsonaro di adottare subito delle misure e di rimuovere i 20 mila garimpeiros che hanno invaso lo Stato di Roraima. Ma il presidente pensa ad altro: il Congresso sta discutendo un provvedimento che riduce i confini delle aree protette. Un via libera alla privatizzazione dei terreni finora risparmiati dal saccheggio.
E’ l’inizio di un cambio di rotta sempre annunciato dal presidente di estrema destra. “Tanto spazio per così pochi abitanti è sprecato”, ha detto nei giorni scorsi. Centinaia di indigeni che sostano da giorni davanti al Congresso per chiedere protezione sono stati caricati dalla polizia. Ci sono stati duri scontri. Pallottole di gomma e lacrimogeni contro archi e frecce.