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Etiopia, tre giovani operatori di Msf uccisi nel Tigray. "Siamo inorriditi"

La coordinatrice della Ong per l'emergenza nella regione etiope, il vice coordinatore e un autista sono stati trovati morti a poca distanza dalla loro auto. L'Ong aveva perso i contatti giovedì pomeriggio. L'orrore nelle parole di due medici italiani appena rientrati: "Ospedali saccheggiati e distrutti, e ore trascorse ai check point: non ci facevano passare per infliggere più danni alla popolazione"
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Nel Tigray sono stati assassinati tre operatori di Medici senza Frontiere: Maria Hernandez, 35 anni di Madrid, Yohannes Halefom Reda, 31 anni etiope, Tedros Gebremariam Gebremichael, 31 anni etiope. Hernandez aveva iniziato a lavorare con Msf nel 2015, in Repubblica Centrafricana per poi spostarsi in Yemen, Messico e Nigeria; Reda era l’assistente coordinatore e si era unito alla ong a febbraio; Gebremariam lavorava come autista da due mesi. Tre giovani vite dedicate al prossimo e a fornire assistenza d’emergenza in una situazione difficile, pericolosa e ostile.

Nella serata di ieri si stavano spostando nella regione etiope dilaniata dal conflitto tra governo federale ed élite tigrina, quando sono diventati irraggiungibili. La loro auto è stata trovata questa mattina. I corpi senza vita erano a qualche metro di distanza.

“Condividiamo un profondo senso di tristezza, indignazione e sgom…

Nel Tigray sono stati assassinati tre operatori di Medici senza Frontiere: Maria Hernandez, 35 anni di Madrid, Yohannes Halefom Reda, 31 anni etiope, Tedros Gebremariam Gebremichael, 31 anni etiope. Hernandez aveva iniziato a lavorare con Msf nel 2015, in Repubblica Centrafricana per poi spostarsi in Yemen, Messico e Nigeria; Reda era l’assistente coordinatore e si era unito alla ong a febbraio; Gebremariam lavorava come autista da due mesi. Tre giovani vite dedicate al prossimo e a fornire assistenza d’emergenza in una situazione difficile, pericolosa e ostile.

Nella serata di ieri si stavano spostando nella regione etiope dilaniata dal conflitto tra governo federale ed élite tigrina, quando sono diventati irraggiungibili. La loro auto è stata trovata questa mattina. I corpi senza vita erano a qualche metro di distanza.

“Condividiamo un profondo senso di tristezza, indignazione e sgomento e siamo profondamente addolorati per le loro famiglie”, scrive Msf Italia.

Maria, Yohannes e Tedros, come centinaia di loro colleghi in Etiopia, intervengono per curare feriti di guerra, bambini colpiti da granate scambiate per giocattoli, assistere le donne stuprate, aiutare a sopperire la carenza di cibo e a ripristinare le strutture mediche bombardate da etiopi, eritrei, amarici e tigrini.

Tommaso Santo, responsabile dell’intervento di emergenza nella regione, e Marco Sandrone, coordinatore dei progetti Msf ad Axum e Adwa, conoscevano bene Maria. Non hanno la forza di parlare, di ricordare. Lo shock e il dolore sono freschi e inaspettati.

Maria Hernandez 

 

Sono tornati dal Tigray qualche settimane fa. In un meeting virtuale hanno raccontato alla stampa quello che i giornalisti non sanno, perché non possono entrare e se entrano, come il reporter del New York Times, vengono rispediti a casa. I due giovani operatori umanitari hanno raccontato a lungo il lavoro di Msf nel Tigray, comprese le difficoltà di esserci e intervenire. E le notizie non erano buone.

“Noi di Msf siamo riusciti a intervenire rapidamente subito dopo il conflitto, a novembre. Eravamo già li da tempo”, ha riferito Santo. “Per me è stata la prima volta in vita mia che mi sono trovato davanti a ospedali completamente distrutti e cliniche saccheggiate. Arrivavamo direttamente con bombole d’ossigeno, cibo e acqua. Abbiamo attivato più cliniche mobili possibile”, ha raccontato Sandrone.

Nonostante i ripetuti appelli della comunità internazionale per garantire un accesso a ong e aiuti umanitari, riportano Tommaso e Marco, questo “è ancora fortemente e volutamente limitato dagli attori armati”, ossia le truppe di Addis Aebba da una parte, i combattenti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) dall’altra e l’esercito eritreo.

I posti di blocco di tutti gli schieramenti in conflitto non fanno passare. “Trascorrevamo il 30% del nostro tempo a negoziare ai check point l’accesso di Msf a determinate aree. E puntualmente ci veniva negato. Una strategia per infliggere ancora più danni alla popolazione”. Tommaso ricorda: “Io e Marco abbiamo vissuto l’assedio di Axum: 16 giorni di isolamento da qualsiasi tipo di approvvigionamento” .

Msf ad Axum c’era. C'è ancora. Con tre giovani vite in meno.