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Dalla rivoluzione all'apertura ai mercati: i 100 anni del Partito comunista cinese

Il primo luglio anniversario del congresso fondativo. Sarà la più grande celebrazione politica della storia moderna del Paese
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Una Pechino blindatissima si prepara per la grande festa. Traffico bloccato, sicurezza raddoppiata. Tiananmen, cuore politico della capitale, off limits da giorni. Per le strade composizioni floreali patriottiche e bandiere nazionali: gioite compagni, quest’anno il Partito compie 100 anni. Ma la più grande celebrazione politica nella storia moderna della Cina rimane avvolta nel mistero. Nessuno sa che cosa aspettarsi giovedì, il 1° luglio, giorno che - per convenzione - segna la data di nascita del Pcc. Le prove di quello che vedremo, condotte in gran segreto, rappresentano le fasi finali di uno sforzo di pianificazione lungo un anno, progettato per glorificare la storia del Partito e cementare la lealtà dei cinesi al sistema socialista. "Senza il Partito Comunista, non c'è una nuova Cina", avvertono i manifesti di propaganda affissi in tutta la città.

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Una Pechino blindatissima si prepara per la grande festa. Traffico bloccato, sicurezza raddoppiata. Tiananmen, cuore politico della capitale, off limits da giorni. Per le strade composizioni floreali patriottiche e bandiere nazionali: gioite compagni, quest’anno il Partito compie 100 anni. Ma la più grande celebrazione politica nella storia moderna della Cina rimane avvolta nel mistero. Nessuno sa che cosa aspettarsi giovedì, il 1° luglio, giorno che - per convenzione - segna la data di nascita del Pcc. Le prove di quello che vedremo, condotte in gran segreto, rappresentano le fasi finali di uno sforzo di pianificazione lungo un anno, progettato per glorificare la storia del Partito e cementare la lealtà dei cinesi al sistema socialista. "Senza il Partito Comunista, non c'è una nuova Cina", avvertono i manifesti di propaganda affissi in tutta la città.

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Di certo quello che farà il Partito sarà raccontare la propria versione della storia: cioè quella di un movimento nato come rivoluzionario, eroico nel combattere l’invasore giapponese durante la Seconda guerra mondiale e sconfiggere i nazionalisti nella guerra civile che ne seguì. Poco racconterà - o forse nulla - sulla grande carestia provocata dal Grande balzo in avanti e il furore ideologico della Rivoluzione culturale. Glorificherà i risultati ottenuti dalla fine degli anni ’70 durante il periodo delle grandi riforme e dell’apertura al mercato sotto la guida di Deng Xiaoping. Per finire, infine, con la “nuova era” inaugurata da Xi Jinping. 

Cento anni fa, il primo Congresso

Ma quando inizia questa storia? Per scoprirlo bisogna tornare indietro, appunto, di 100 anni. E precisamente a Shanghai, in una piccola “shikumen” - una di quelle case tipiche della zona della concessione francese con la facciata di mattoni - al numero 106 di Rue Wantz. Qui, clandestinamente, attorno ad un tavolo, dal 20 luglio al 5 agosto va in scena il primo Congresso del Partito comunista. Gli attori: 13 cinesi, tra cui Mao Zedong; un olandese (Henricus Sneevliet, nome in codice Maring, rivoluzionario che con le sue azioni in Indonesia si era attirato le simpatie di Lenin) e un russo, Vladimir Nikolsky, uomo fidato del Cremlino. A dirigere i lavori è Zhang Guotao, uno studente di Pechino che anni più tardi proverà a scippare la leadership del Partito a Mao. Una riunione di comunisti, anche nella cosmopolita e aperta Shanghai, però dà nell’occhio. E così un controllo della polizia fa saltare la copertura dell’appartamento. Il congresso si sposta a bordo di un battello, sulle acque del lago Nanhu. I due stranieri, per non insospettire le autorità, rimangono a terra.

Quando il Pcc era clandestino

Gli anni ’30 e ’40 sono gli anni della clandestinità, delle grandi missioni rivoluzionarie e, infine, della conquista del potere. Braccati dai nazionalisti del Kuomintang di Chiang Kai-shek, i comunisti vagano per il Paese insediandosi a Yan’an nel 1936. La ritirata viene subito glorificata come un esodo biblico. E’ la Lunga Marcia: 368 giorni durante i quali i rivoluzionari di Mao superarono “18 catene montuose e 24 fiumi, attraversando 12 province e occupando 62 città”, come scrisse il giornalista Edgar Snow nel suo celebre “Stella rossa sulla Cina”. Un viaggio fondamentale nella storia del Paese e che proiettò il Partito verso la conquista della capitale.

La conquista

Sconfitti i nazionalisti, a Pechino gli uomini del Grande Timoniere ci arrivano l’ultimo giorno dell’anno del 1949. Pochi mesi dopo, il 1° ottobre, Mao, a Piazza Tiananmen, proclama la nascita della Repubblica popolare. “Il popolo cinese si è alzato in piedi”. A dicembre, Kai-shek e quello che rimaneva delle sue truppe, si rifugia a Taiwan.

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Quello che Mao si ritrova tra le mani è un Paese poverissimo. Bisogna trasformare l’economia agricola della Repubblica in un sistema produttivo fondato sull’industria. E alla fine degli anni ’50, per raggiungere l’obiettivo, tutto il Paese finisce preda di un immenso delirio di massa: il Grande balzo in avanti. Risultato: una tremenda carestia e milioni di morti (tra i 14 e i 43 secondo gli storici).

La rivoluzione culturale

Anche il decennio successivo, i Sessanta, non sono da meno. Nel ’66 si scatena la Rivoluzione culturale: la folle e tragica campagna rivoluzionaria lanciata da Mao e dalla “Banda dei Quattro”. Dieci anni di isteria collettiva durante i quali i nemici del Grande Timoniere vengono epurati dal partito, le Guardie Rosse pattugliano le strade delle città e dei villaggi alla ricerca di quei segni della “decadenza borghese” da estirpare, assaltando e distruggendo tutto ciò che ricorda il passato coloniale e quello imperiale. Il compito è spazzare via i “quattro vecchiumi” (idee, cultura, abitudini e comportamenti). Anni durante i quali lo stesso Mao invita a fare “fuoco sul quartier generale”, come recita il titolo di un dazibao affisso dal leader a Pechino nel quale accusava i suoi avversari nel Partito di opporsi alla sua linea.

Il disgelo con gli Usa

Gli anni ’70 segnano il disgelo con gli Usa iniziato dalla cosiddetta diplomazia del ping pong. La storia inizia a Nagoya e l’anno è il 1971. Glenn Cowan è un atleta della squadra americana di ping pong, nella città giapponese per disputare i campionati mondiali. Una sera, dopo l’allenamento, lasciato indietro dai compagni, è costretto a chiedere un passaggio fino al suo albergo al bus della delegazione cinese. Zhuang Zedong, uno dei giocatori più forti della squadra cinese, prende coraggio e si avvicina all’americano. Gli regala un dipinto: simbolo dell’amicizia tra i due popoli. Cowan ricambia con un maglietta: sopra c’è il simbolo della pace e la scritta “Let it be”. Quello scambio darà il via allo scongelamento dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Il 10 aprile di quell’anno, Mao in persona invita la squadra americana di ping pong a visitare la Cina: era dal ’49 che un americano non metteva piede nell’ex Impero Celeste. Mesi dopo, il 21 febbraio 1972, con la regia di Henry Kissinger, Nixon è il primo presidente statunitense a visitare il grande Stato comunista.

La morte di Mao e l'era di Xiaoping

Morto Mao, nel ’76, il Partito e la Cina passano nelle mani di Deng Xiaoping, il Piccolo Timoniere. Nasce la Cina fabbrica del mondo. Con lui alla guida il Paese istituisce le zone economiche speciali, la prima a Shenzhen: trasformando un villaggio di 30mila anime in quella che oggi è la Sylicon Valley del Dragone. Ma il decennio si conclude con il massacro di Tiananmen. I dissidi interni al Partito tra l’ala riformista e quella progressista andavano in scena già da anni, ma fu nel 1989 con la morte dell’ex segretario Hu Yaobang - nel quale gli studenti vedevano un punto di riferimento - che le tensioni esplosero. Alla fine prevalse la linea dura di Deng: il 4 giugno impose la legge marziale e mandò i carri armati contro i manifestanti. Nei Novanta il socialismo con caratteristiche cinesi si fa sempre più nazionalista. Amare la Patria significa amare lo Stato. E amare lo Stato implica amare il Partito. I Duemila si aprono all’insegna della “società armoniosa” immaginata da Hu Jintao.

Xi Jinping il cambio di rotta

Ma è con l’arrivo al potere di Xi Jinping, nel 2012, che il Partito, e il Paese, cambia pelle. Se l’obiettivo di Mao era politico (“rinascere dopo il secolo delle umiliazioni”, cioè della dominazione straniera) e quello di Deng era prevalentemente economico (inserendo il Paese gradualmente dentro il capitalismo internazionale), quello di Xi è prevalentemente geopolitico.

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Per rimettere la Cina al centro degli equilibri mondiali. Per farlo, ha bisogno di un partito forte e compatto. “Il Partito controlla sé stesso, il governo l’esercito, tutta la popolazione e gli ambienti intellettuali, esercitando il proprio ruolo guida in ogni ambito e verso i quattro punti cardinali”, dirà il presidente al XIX Congresso del Partito, nel 2017. Quell’anno il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” viene introdotto nello statuto del Pcc. L’anno dopo, l’Assemblea nazionale del popolo approva la rimozione dei due mandati presidenziali dando a Xi, potenzialmente, la guida del Paese a vita.

Xi "presidente di tutto"

“Nascondere la forza e aspettare il momento” era lo slogan di Deng. Per Xi e compagni il momento è arrivato. Il “principino rosso” - il nome con il quale vengono chiamati i figli di coloro i quali assieme a Mao fecero la rivoluzione - diventa “presidente di tutto”. Segretario generale del Pcc, presidente della Repubblica e presidente delle commissioni militari, da quando è salito al potere ha iniziato gradualmente ad accentrare sempre più potere nelle proprie mani. Assumendo la guida di tre nuovi organismi creati all’interno del Partito (la commissione per le riforme economiche, quella per la sicurezza nazionale e quella sul cyberspazio).

Una svolta più accentratrice e autoritaria che va dalla campagna anti-corruzione contro le “mosche” (funzionari di basso livello), le “tigri” (i papaveri del Partito) e le “volpi” (quelli fuggiti all’estero). Fino alla stretta su Internet, alle mire sui mari contesi con i vicini asiatici, la riunificazione di Taiwan ad ogni costo, lo scontro con gli Stati Uniti, la persecuzione della minoranza musulmana degli uiguri. 

Xi vuole portare a compimento il “sogno cinese”. Due le scadenze: una “società moderatamente prospera” entro il 2021, centenario, appunto, del Partito; e arrivare ad una “nazione pienamente sviluppata” entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica popolare. 

Un solo partito ha governato la Cina in questi ultimi 72 anni. Non è un record mondiale, ma nessun altro Paese è stato in grado di trasformarsi da poverissimo, come era la Cina sotto Mao Zedong, nella seconda economia più grande del mondo, la cui tecnologia e infrastrutture all'avanguardia tolgono il sonno agli inquilini della Casa Bianca ormai da anni. 

Contro ogni previsione sul suo collasso, il partito appare ben saldo al comando e si prepara a festeggiare senza “dimenticare gli ideali originari e tenendo bene a mente la missione”. E già si proietta all’altro centenario, quello che cadrà nel 2049. Per diventare “prospero e potente”.