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Afghanistan addio, il generale Vergori: "Abbiamo fatto la nostra parte"

A destra nella foto, il generale Beniamino Vergori 
Il comandante della Brigata Folgore, ultimo soldato a salire sull'aereo che lasciava la base di Herat. Vinta anche la battaglia sul Covid. "Per i nostri collaboratori cerchiamo di fornire le raccomandazioni e le credenziali perché possano andare via"
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Toccava al generale il ruolo di ultimo a salire sull’Hercules. Beniamino Vergori, comandante della brigata Folgore a Herat, è appena rientrato in Italia, dopo aver assistito alla chiusura della missione. Vent’anni di Afghanistan, fra polvere, sangue, responsabilità, minacce e adesso, giusto per concludere, l’incubo del Coronavirus a completare il quadro di un'evacuazione decisa con tempi rapidissimi.

Generale, l’arrivo del Covid ha complicato le operazioni di sgombero della base italiana di Camp Arena?

“Sicuramente abbiamo dovuto rivedere molto della nostra preparazione. Ma siamo riusciti ad adottare un atteggiamento proattivo, pragmatico, per cercare soluzioni ai diversi problemi”.

Toccava al generale il ruolo di ultimo a salire sull’Hercules. Beniamino Vergori, comandante della brigata Folgore a Herat, è appena rientrato in Italia, dopo aver assistito alla chiusura della missione. Vent’anni di Afghanistan, fra polvere, sangue, responsabilità, minacce e adesso, giusto per concludere, l’incubo del Coronavirus a completare il quadro di un'evacuazione decisa con tempi rapidissimi.

Generale, l’arrivo del Covid ha complicato le operazioni di sgombero della base italiana di Camp Arena?

“Sicuramente abbiamo dovuto rivedere molto della nostra preparazione. Ma siamo riusciti ad adottare un atteggiamento proattivo, pragmatico, per cercare soluzioni ai diversi problemi”.

 

C’era il rischio di trasformare la partenza in un disastro?

“Se il Covid ci avesse colpito, con un contingente limitato, avremmo messo a rischio il risultato complessivo. Ma abbiamo applicato direttive molto rigide, e soprattutto siamo riusciti a farle rispettare anche dai collaboratori civili. All’inizio siamo stati un’isola felice, poi un contractor si è ammalato, ma abbiamo puntato sul rispetto delle regole di sicurezza e siamo riusciti a fermare anche un nemico invisibile e insidioso come il virus, grazie a un sistema che abbiamo chiamato working quarantine”.

Militari italiani in Afghanistan 

Adesso è soddisfatto?

“La soddisfazione maggiore viene dalla coscienza che abbiamo svolto il nostro compito senza mettere a rischio i ragazzi”.

Voi avete fatto la vostra parte, ma il Paese è tutt’altro che pacificato. Secondo lei, ai soldati italiani resta l’idea che la missione non sia compiuta?

“Sappiamo bene che qui la situazione è ancora difficile. Il 2020 e i primi mesi del 2021 hanno registrato livelli di violenza elevatissimi. Noi eseguiamo gli ordini, le decisioni sono prese a un livello superiore. Come soldati noi avremmo continuato ancora, nonostante la fatica, nonostante i rischi. Ora però il destino dell’Afghanistan è nelle mani degli afgani”.

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Quindi, nessun rimpianto?

“Per descriverle la nostra percezione, posso raccontarle di un mio ufficiale, un maggiore, che imbarcandosi su uno degli ultimi aerei aveva le lacrime agli occhi e mormorava: Povera gente…”.

Si era creato un buon rapporto con i locali?

“Il lavoro fianco a fianco con i miei colleghi afgani, a partire dal generale del 207esimo corpo d’armata Argan Diwal, è sempre stato soddisfacente. E lo stesso vale per il rapporto con gli interpreti. Io ero soddisfatto di poterli guardare negli occhi e dire: mi fido di queste persone”.

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Il nostro Paese fa quello che deve fare, accogliendo chi si sente minacciato?

“Sì, è la cosa giusta. Li portiamo in Italia, oppure gli forniamo le raccomandazioni e le credenziali perché possano andare via. L’ho fatto da poco per un nostro interprete che aveva corso anche gravi rischi, trattando con persone poco raccomandabili, per sostenere il nostro lavoro. Lui sognava di andare negli Stati Uniti e ora dovrebbe essere ammesso nel programma di accoglienza Usa”.

Al di là degli interpreti, c’è stata qualche esperienza umana, di contatto con gli afgani, che si porta dentro?

“Oltre ai compiti istituzionali, anche con fondi limitati abbiamo cercato di sostenere l’associazione dei paraplegici. Hanno fatto una mostra di pittura, con tanti quadri che rappresentavano bellezze e monumenti dell’Afghanistan. E gli italiani hanno comprato tutto”.

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Lei che cosa si porta a casa?

“Un dipinto con tre donne velate, che guardano verso un tempio, tutto sui toni dell’azzurro. E la coscienza di avere fatto la nostra parte, la consapevolezza di aver chiuso un capitolo importante della Storia nazionale”.