Israele, non passa la legge sulla cittadinanza. Primo ostacolo per il governo Bennett
di Sharon Nizza , di Sharon NizzaGERUSALEMME - A tre settimane dall’insediamento, convalidato allora da una risicata maggioranza di 60 voti contro 59, il nuovo governo Bennett-Lapid continua a muoversi sul filo del rasoio, rivelando le grandi tensioni all'interno della fragile coalizione che riunisce otto partiti con profondi divari ideologici. Questa notte l’arte del compromesso politico ha superato alla Knesset i limiti del paradosso: dopo 15 ore di seduta, la maggioranza è stata sconfitta su un voto dai risvolti altamente simbolici, oltre che pratici.
Al centro della discussione, la proroga della legge che, dal 2003, impedisce la naturalizzazione di palestinesi di Gaza e Cisgiordania che abbiano contratto matrimonio con cittadini israeliani, de facto impedendo il ricongiungimento familiare tra cittadini arabi israeliani e palestinesi (in seguito la legge è stata estesa anche agli Stati nemici: Libano, Siria, Iraq, Iran). Si tratta di un decreto a scadenza annuale voluto dall&rsq…
GERUSALEMME - A tre settimane dall’insediamento, convalidato allora da una risicata maggioranza di 60 voti contro 59, il nuovo governo Bennett-Lapid continua a muoversi sul filo del rasoio, rivelando le grandi tensioni all'interno della fragile coalizione che riunisce otto partiti con profondi divari ideologici. Questa notte l’arte del compromesso politico ha superato alla Knesset i limiti del paradosso: dopo 15 ore di seduta, la maggioranza è stata sconfitta su un voto dai risvolti altamente simbolici, oltre che pratici.
Al centro della discussione, la proroga della legge che, dal 2003, impedisce la naturalizzazione di palestinesi di Gaza e Cisgiordania che abbiano contratto matrimonio con cittadini israeliani, de facto impedendo il ricongiungimento familiare tra cittadini arabi israeliani e palestinesi (in seguito la legge è stata estesa anche agli Stati nemici: Libano, Siria, Iraq, Iran). Si tratta di un decreto a scadenza annuale voluto dall’allora premier Ariel Sharon nel pieno della Seconda Intifada a seguito del coinvolgimento in atti terroristici di diversi palestinesi che avevano ottenuto la cittadinanza israeliana in virtù del ricongiungimento familiare.
Per 18 anni, la legge è stata rinnovata annualmente, con consenso trasversale e opposizione limitata ai partiti arabi e alla sinistra di Meretz. A cambiare le carte in tavola questa volta, il fatto che Meretz e il partito islamista Ra’am fanno parte dell’attuale, eterogenea coalizione di governo. La maggioranza contava sui voti dell’opposizione per quello che reputava un voto di routine. Sostegno invece non pervenuto: Netanyahu, che per 12 anni consecutivi ha fatto passare la legge in questione, non si è fatto sfuggire l’opportunità di mettere i bastoni tra le ruote al nuovo esecutivo. “Non saremo di certo noi a offrire una rete di sicurezza a chi ha scelto di allearsi con chi mette a rischio la sicurezza d’Israele”, ha detto l’ex premier, che ha dichiarato guerra al governo Bennett-Lapid dal primo istante in cui è tornato a guidare l’opposizione.
Dopo estenuanti trattative, il governo era riuscito a raccogliere il sostegno alla legge in seno alla coalizione, con un compromesso per cui la legge veniva prolungata per soli sei mesi, con impegno di revisione e di concessione di almeno 1,600 eccezioni per motivi umanitari. All'ultimo l'opposizione ha chiesto il procedimento fosse convertito in un voto di sfiducia. Meretz ha votato a favore, Ra'am ha dato 2 voti di sostegno e 2 astensioni. Non è stato sufficiente perché, Amichai Chikli, parlamentare di Yamina (il partito del premier Naftali Bennett) si è opposto, contro le previsioni del partito con cui in realtà era già in rotta di collisione non avendo votato il 13 giugno la fiducia. Risultato: 59 voti a favore, 59 contrari, insufficienti per fare passare la legge, ma anche per fare passare la mozione di sfiducia (che richiede 61 sostegni).
Il paradosso? L'ha espresso bene Ayman Oudeh della Lista Araba Unita ringraziando i compagni ai banchi dell'opposizione - Netanyahu, i partiti ultraortodossi e la destra nazionalista religiosa di Betzalel Smotrich - con i quali dopo 18 anni sono riusciti ad abrogare la controversa legge. Per smarcarsi dall'insolita joint venture, Netanyahu sostiene ora di voler dimostrare "l'impegno sionista" della coalizione di governo trasformando il decreto in una legge fondamentale dello Stato che regoli in pianta stabile la materia.
Al termine della seduta, il premier Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione di fuoco: "L'opposizione, guidata da Bibi e Tibi, non è riuscita a rovesciare il governo, ma è sì riuscita a minare la sicurezza di Israele, con una politica spicciola ai danni dei cittadini. Per Bibi, se lui non è al potere, lo Stato può andare in fiamme".
Il grande perdente di oggi rischia di essere Mansour Abbas, che con il suo partito islamico Ra'am ha fatto la storia sostenendo per la prima volta una coalizione guidata da un premier di destra. Il suo sostegno a una legge che colpisce in primis il suo elettorato rischia di alienargli il consenso popolare a favore dei rivali della Lista Araba Unità, che sono di fatto riusciti, grazie a Netanyahu, ad abrogare la legge.
Oltre alle ragioni di sicurezza, la legge implica anche motivazioni demografiche. Nel decennio dagli Accordi di Oslo all’adozione della norma, sono stati naturalizzati 135,000 palestinesi (tra loro anche le tre sorelle del leader di Hamas Ismail Hanyeh, che da Gaza si sono trasferite negli anni a Tel Sheva a seguito di matrimonio con cittadini israeliani). Un ritmo che “contribuirebbe a mettere a rischio il carattere ebraico dello Stato d’Israele in meno di due generazioni”, secondo il professore emerito dell’Università di Haifa Arnon Soffer, uno dei principali sostenitori della legge.
Secondo gli oppositori, si tratta di una legge discriminatoria che mina i diritti fondamentali dell’individuo e pone innumerevoli questioni umanitarie che ledono la vita di circa 15.000 nuclei familiari. Molti dei coniugi vivono in Israele con permessi temporanei che limitano il loro diritto alla libera circolazione, all’accesso alla sanità, o anche solo la semplice possibilità di ottenere la patente di guida. Negli anni, a seguito di due ricorsi alla Corte Suprema, sono state aumentate le prerogative del ministero dell’Interno che ha facoltà di agevolare le pratiche umanitarie e di concedere lo status di residenza temporanea, che viene concesso ogni anno a circa 1.600 domande.
Nelle motivazioni presentate dagli apparati di sicurezza durante la discussione del provvedimento, sono stati citati dati per cui la seconda generazione di ricongiungimenti familiari è risultata coinvolta in atti di terrorismo (attacchi compiuti, pianificati, assistenza economica o fornimento di armi) in una proporzione tre volte superiore rispetto al loro peso demografico.
Con la legge scaduta, di fatto la situazione non cambia nell'immediato, perché ora ogni caso andrà vagliato singolarmente dalla ministra degli Interni Ayelet Shaked, insieme agli apparati di sicurezza. Shaked, braccio destro di Bennett, intende ripresentare la legge a stretto giro.