Salman Rushdie: "La pandemia ha alimentato razzismo e odio. Ma negli Usa è il momento degli scrittori afroamericani"
di Martin Scholz , di Martin ScholzSalman Rushdie è in videochiamata dal suo studio di New York. Alle sue spalle campeggia un volume sui fumetti Marvel e l’immagine di Capitan America in copertina si presta come allegoria dell’atmosfera del momento. "Qui a New York lo stato d’animo prevalente è di sollievo, siamo di nuovo in pista, quasi tutta la città ha riaperto, niente più distanziamento né mascherine, l’indice di contagio è calato drasticamente", commenta entusiasta lo scrittore settantaquattrenne.
Ma non sarebbe fedele a sé stesso se non mescolasse il sarcasmo all’euforia. "Strano vero? Solo dodici mesi fa New York era uno degli epicentri della pandemia, il luogo più pericoloso d’America. Adesso all’improvviso è il più sicuro". Rushdie conosce il pericolo. Trentadue anni fa l’Ayatollah Khomeini emise una fatwa contro di lui condannandolo a morte per via del suo libro I versi sa…
Salman Rushdie è in videochiamata dal suo studio di New York. Alle sue spalle campeggia un volume sui fumetti Marvel e l’immagine di Capitan America in copertina si presta come allegoria dell’atmosfera del momento. "Qui a New York lo stato d’animo prevalente è di sollievo, siamo di nuovo in pista, quasi tutta la città ha riaperto, niente più distanziamento né mascherine, l’indice di contagio è calato drasticamente", commenta entusiasta lo scrittore settantaquattrenne.
Ma non sarebbe fedele a sé stesso se non mescolasse il sarcasmo all’euforia. "Strano vero? Solo dodici mesi fa New York era uno degli epicentri della pandemia, il luogo più pericoloso d’America. Adesso all’improvviso è il più sicuro". Rushdie conosce il pericolo. Trentadue anni fa l’Ayatollah Khomeini emise una fatwa contro di lui condannandolo a morte per via del suo libro I versi satanici considerato blasfemo. Lo scrittore anglo-indiano ha vissuto per dodici anni in clandestinità sotto protezione, tornando alla vita pubblica solo dopo il via libera dei servizi segreti britannici.
Anche se non corre più rischi riconducibili al governo iraniano continua a ricevere minacce di morte ad opera di gruppi islamici non ben identificati. Ha imparato a conviverci. Nella sua nuova raccolta di saggi Languages of truth (Linguaggi della verità) oltre ad affrontare tematiche a lui familiari come la libertà minacciata dalla menzogna e dall’estremismo, racconta l’ammirazione per colleghi scrittori come Philip Roth, Samuel Beckett e John Irving, ma anche per Muhammad Ali e il dolore per la morte della sua cara amica, l’attrice Carrie Fisher, la principessa Leila di Star Wars.
Nel suo nuovo libro alla domanda da questionario di Proust “In quale occasione menti” lei ha risposto: “in questo preciso momento”. Vale anche per questa intervista?
"Le racconto un aneddoto divertente di quando ero giovane. Dopo la pubblicazione del mio romanzo Figli della mezzanotte moltissimi giornalisti, davvero tanti, continuavano a chiedermi se il libro fosse autobiografico. A un certo punto ho deciso di burlarmi di loro rispondendo all’uno che sì, le vicende narrate erano capitate a me, alla mia famiglia o ai miei amici, all’altro che era tutto pura finzione. Le interviste vennero pubblicate più o meno in contemporanea e nessuno mai notò la contraddizione. Abbia pazienza, dovevo concedere tante di quelle interviste nella fase di promozione del libro che a volte volevo divertirmi un po’".
Buono a sapersi... Uno dei saggi più coinvolgenti del suo ultimo libro è intitolato Pandemia e racconta la sua esperienza diretta del Covid, che ha contratto in forma grave nel marzo 2020 e gli ha impedito di recarsi a Londra dai suoi figli, coi quali ha potuto a lungo comunicare solo via Zoom, dal letto. Ci sono stati momenti in cui ha temuto di non uscirne fuori?
"Sì, ho avuto paura. Sul serio. Mi sono ammalato di Covid 19 a metà marzo dello scorso anno, quando la pandemia era appena arrivata negli USA e nessuno aveva le idee chiare. Si sapeva solo che era un virus pericoloso. Ora abbiamo molte più informazioni. Il mese scorso una mia parente si è ammalata, se le fosse successo un anno fa probabilmente sarebbe morta, perché stava ancora peggio di me. Oggi i farmaci sono più efficaci, sta già molto meglio, è stata dimessa dall’ospedale".
A lei il medico aveva detto di evitare assolutamente di andare in ospedale a Manhattan e di prendere invece uno sciroppo per la tosse…
" …e un farmaco contro l’asma, esatto. È un ottimo medico. Mi telefonava ogni giorno e mi consigliava il da farsi a seconda di quello che rispondevo alle sue domande. Per mia fortuna l’infezione non ha intaccato le vie respiratorie. Tenevo sempre sotto controllo l’ossigenazione del sangue con il saturimetro e non è mai scesa a livelli pericolosi. 'Finché va così' diceva il mio medico, 'è più sicuro curarsi a casa'. Ho impiegato due settimane per rimettermi in piedi. Mi è andata bene. In America ad oggi sono morte di Covid 19 più di 600.000 persone, una quantità paurosa. E in India, l’altro mio luogo del cuore, il numero dei morti è sconvolgente. Secondo il New York Times il numero reale delle vittime è di dieci volte superiore ai dati ufficiali, significa che i morti sarebbero in realtà quattro milioni, una situazione fuori controllo che in India, come negli USA, si sarebbe potuta evitare se i governi avessero agito diversamente. Invece hanno peccato di ottimismo. Ricordo benissimo una conversazione col mio medico in novembre o dicembre, quando non erano ancora chiari i tempi delle vaccinazioni. Gli ho chiesto: 'Che succede se i vaccini non funzionano?' Con un gran sorriso mi ha risposto: 'Succede che moriremo tutti!". (ride)
Nel saggio sostiene poi che la pandemia inasprisce enormemente le tensioni già esistenti tra gruppi di persone di opinioni diverse, portandole a odiarsi. Lo dimostrano episodi recenti durante gli europei di calcio, la protesta arcobaleno contro una legge ungherese medievale e omofoba, gli insulti razzisti dei tifosi ungheresi contro i giocatori neri della squadra francese. Ne è al corrente? Segue il calcio?
"Sì, ho visto qualche partita e ho seguito le polemiche. Bello che in Germania si sia trovato un modo di protestare contro la legge ungherese – è la strada giusta. È palese in Ungheria una recrudescenza di politiche di estrema destra che si esprimono tra l’altro in insulti razzisti in campo. È anche vero però che questo fenomeno ultimamente ha preso piede ovunque, non solo in Ungheria. Anche i giocatori della squadra inglese sono bersaglio di questa forma di razzismo. E in America il razzismo, per via della schiavitù, appartiene in qualche misura alle fondamenta del Paese.
Qualunque nero in America le dirà di aver subito di continuo discriminazioni di questo tipo. Però ora il razzismo è tornato più evidente. La morte di George Floyd ha agito da detonatore. Di questo andamento è complice quel presidente che Biden chiama 'il tizio di prima'– perché ha in un certo senso sdoganato il razzismo, in termini mai visti da generazioni a questa parte. Di conseguenza ormai viene accettato un comportamento apertamente razzista. Ma è bello vedere che proprio in letteratura è nato una sorta di contro movimento".
Cioè?
"La letteratura migliore oggi in America è opera di autori di colore o di migranti di prima o seconda generazione. La letteratura americana è stata sempre influenzata da migranti – finora però era evidente soprattutto l’influsso dei migranti est europei o sud europei. Ora l’influsso è globale ed è particolarmente degna di nota l’ascesa di una nuova generazione di autori afroamericani che stanno dando un nuovo volto alla letteratura americana in ogni ambito. Penso a Natasha Trethewey, Tracy K. Smith e, naturalmente, Colson Whitehead, che ha avuto molto successo col suo romanzo La ferrovia sotterranea. Sembra che proprio nel momento in cui il razzismo cresce, gli scrittori neri reinventino l’America. È questa la battaglia che le arti possono combattere".
Nel libro racconta anche dei contatti avuti con Muhammad Ali, che si è distinto nella battaglia contro il razzismo negli USA. Nel 1978 Ali si attivò a sostegno del pugile Rubin Carter, ingiustamente accusato di omicidio, partecipando a fianco di Bob Dylan a un memorabile concerto al Madison Square Garden. Vede anche oggi alleanze analoghe tra grandi personaggi neri e bianchi?
"Mi è capitato non più tardi di due giorni fa, – e proprio nello stesso luogo, il Madison Square Garden di New York, che ha riaperto al pubblico con il concerto dei Foo Fighters. Il loro cantante, Dave Grohl si è esibito assieme a Dave Chappelle, la star dei comici neri. Un gesto importante, un sodalizio come quello tra Muhammad Ali e Dylan tanti anni prima".
Tra i nuovi autori afroamericani di spicco non ha citato Amanda Gorman, diventata una star dopo aver recitato la sua poesia "The Hill We Climb" alla cerimonia di insediamento di Biden. Tutto questo clamore la lascia perplesso?
"No. L’esibizione di Gorman rispecchiava l’ottimismo del momento. Di aspetto magnifico, molto sicura di sé, incarnava un nuovo inizio per l’America dopo anni, diciamo così, molto bianchi sotto Trump. È un’autrice giovane, crescerà e maturerà, ha una lunga carriera davanti. Beata lei. Credo che in America sia in corso una battaglia tra i resti del mondo trumpiano, che intende far ritorno, e l’altra America, rappresentata dal governo attuale e dalla maggioranza degli artisti. Negli anni di Trump credo che non ci sia mai stato alla Casa Bianca un evento che abbia coinvolto degli artisti. Adesso sono tornati. È già significativo. Ormai sono diventato più cauto in queste valutazioni perché non voglio attribuire all’arte un’importanza eccessiva. Ma le attività artistiche – scrittura, musica, pittura – possono cambiare la narrazione".
Torniamo a Amanda Gorman. Non si è ancora spenta la polemica nata attorno alla traduzione della sua poesia "The Hill We Climb“. L’autrice olandese Marieke Lucas Rijneveld ha rinunciato all’incarico sull’onda delle critiche ricevute perché essendo bianca non veniva ritenuta adatta a tradurre un’autrice nera. Come reputa questo dibattito dai toni molto aggressivi?
"Deludente, innanzitutto perché la traduttrice olandese è un’autrice molto importante. In secondo luogo perché era stata scelta da Amanda Gorman in persona. Se si impone questa regola, l’arte della traduzione muore. Dovremo trovare un giapponese nero che traduca Amanda Gorman in giapponese? O un lituano nero, per la lingua lituana? Il senso dell’arte del tradurre è trasporre una cultura in un’altra. È una questione transculturale".
È un argomento che la infiamma.
"Vede, uno dei motivi per cui ne stiamo parlando è che il mio libro è tradotto in tedesco. Ora io non pretenderei mai che fosse affidato solo a un traduttore di origine indiana, sarebbe assurdo. Va tradotto da un bravo traduttore. Nel traduttore non cerco la purezza etnica, ma la capacità di svolgere al meglio il suo lavoro".
Il dibattito su Gorman ha portato a una polemica sul razzismo alimentata da voci che legittimano le critiche, dichiarandosi ferite da questa dinamica. Come se ne esce?
"È un tema importante: io mi considero un autore di colore, una persona col 100 per cento di sangue indiano. Vivo in Occidente e vado fiero della mia origine indiana. Chi conosce le mie opere sa che le mie origini indiane hanno un ruolo di primaria importanza nella mia vita da scrittore. Ma sarebbe assurdo sostenere che solo persone con le mie stesse origini hanno il diritto di collaborare con me. Però, ha ragione, ormai la gente ha paura di esprimersi in questi termini perché incontra forti resistenze. Dobbiamo ribellarci a queste assurdità. Dal momento che era stata Amanda Gorman in persona ad approvare il suo incarico è davvero deludente che la traduttrice olandese abbia rinunciato per via delle pressioni ricevute".
Questo è solo un esempio di tutta una serie di dibattiti che hanno infuriato durante la pandemia e di cui fa cenno anche nel libro.
"Non so dire se davvero durante la pandemia la situazione è peggiorata, ma certo viviamo in un’epoca in cui tutto viene polverizzato. È difficile superare i contrasti e parlarsi perché le persone in realtà si odiano".
Lo dice proprio lei che è un maestro di dialettica?
"Ultimamente mi riesce difficile parlare con persone che si sono lasciate abbindolare dal programma di Trump. Fiato sprecato. Naturalmente tutto questo ha delle conseguenze, ben evidenti in questo periodo di pandemia – pensi a tutti quelli che tuttora rifiutano il vaccino, o che a seguito della propaganda di destra hanno queste idee paranoiche, tipo che Bill Gates vuole impiantargli un microchip e altre assurdità del genere (ride). In realtà sono tesi ridicole che però hanno un forte impatto. Oggi è facile infiammare le persone. Basta niente e esplodono, bum! È colpa soprattutto dei social media. Questa dinamica è iniziata sotto Trump e si è ulteriormente rafforzata, portando a un’erosione della fiducia nelle istituzioni che dovrebbero fornirci le informazioni e la verità".
Anni fa chiesi il suo parere a proposito dell’accordo sul nucleare negoziato nel 2015 dall’amministrazione Obama e lei rispose cauto che probabilmente non era una cattiva idea, ma restava da vedere se l’Iran avrebbe mantenuto gli impegni e autorizzato le ispezioni degli impianti.
"Si, ricordo".
Trump ha ritirato gli Usa dall’accordo nel maggio 2018 e da allora l’Iran ha superato sia il tetto stabilito per l’arricchimento dell’uranio sia la quantità consentita di riserve di uranio a basso arricchimento. L’avvento di un integralista come Ebrahim Raisi al potere cambierà le prospettive di giungere a un nuovo accordo sotto Biden?
"Non so proprio rispondere. Di base sono sempre stato convinto che la diplomazia sia meglio della guerra. E se si arriva al conflitto nucleare non ci sono vincitori. L’accordo originale a mio avviso ha avuto effetto positivo, smorzando le tensioni, finchè Trump non ha invertito la rotta. Non so se sia possibile tornare alla situazione di partenza. L’economia iraniana a quanto pare è ridotta in pessime condizioni. Significa che le sanzioni internazionali hanno avuto effetto. Ora bisogna vedere se sia credibile che l’Iran, nel proprio interesse, agisca per migliorare la situazione. Un accordo andrebbe nell’interesse di entrambe le parti. Ma se è l’ideologia a muoverli, i paesi agiscono spesso anche contro il proprio interesse. In quel caso non sarà possibile trovare un’intesa. Non conosco l’uomo al vertice dell’Iran, so solo che è un integralista. Posso solo augurare buona fortuna a Biden. Non sarà una passeggiata".
(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Emilia Benghi)