Il sindaco di Kabul: "Resteremo un campo di battaglia finché la guerra genererà profitti. Ma io spero ancora"
di Barbara Schiavulli , di Barbara Schiavulli“Quando la pace avrà più valore della guerra, forse riusciremo a parlarne. Fino a che la guerra continuerà a generare profitti, resteremo un campo di battaglia”, ci dice Daoud Sultanzoy. Era destinato a fare il pilota, ma alla fine degli anni ’70, ha combattuto contro i russi, è stato ferito, è andato a pilotare aerei di linea e un giorno durante un normale atterraggio di un volo passeggeri in Germania, ha deciso di non tornare e ha chiesto asilo politico. Dopo la caduta dei talebani nel 2001 rientrato in Afghanistan, si è dato alla politica e per tutta la vita ha promosso il diritto delle donne di votare. Oggi, 69 anni, da poco più di un anno, è il sindaco di Kabul.
Una città divisa in 22 distretti, con una popolazione di sei milioni di abitanti. Sono presenti tutti i maggiori gruppi etnici, un conglomerato di case ed edifici che giacciono in una valle a 1800 metri di altezza, circondata da mo…
“Quando la pace avrà più valore della guerra, forse riusciremo a parlarne. Fino a che la guerra continuerà a generare profitti, resteremo un campo di battaglia”, ci dice Daoud Sultanzoy. Era destinato a fare il pilota, ma alla fine degli anni ’70, ha combattuto contro i russi, è stato ferito, è andato a pilotare aerei di linea e un giorno durante un normale atterraggio di un volo passeggeri in Germania, ha deciso di non tornare e ha chiesto asilo politico. Dopo la caduta dei talebani nel 2001 rientrato in Afghanistan, si è dato alla politica e per tutta la vita ha promosso il diritto delle donne di votare. Oggi, 69 anni, da poco più di un anno, è il sindaco di Kabul.
Una città divisa in 22 distretti, con una popolazione di sei milioni di abitanti. Sono presenti tutti i maggiori gruppi etnici, un conglomerato di case ed edifici che giacciono in una valle a 1800 metri di altezza, circondata da montagne che la sera si tingono di rosa. E’ il centro della Via della Seta, questa città disomogenea che si parli di persone o di edifici, di ricchezza o povertà, l’unica costante è il traffico anarchico, i muri di sicurezza che proteggono dalle esplosioni e quell’inquinamento che ti si appiccica addosso come la paura di saltare in aria. Kabul è probabilmente la capitale più martoriata al mondo.
Come si difende Kabul e soprattutto quali sono i problemi da risolvere?
"I nostri problemi sono regionali, perfino internazionali, siamo un campo di battaglia, dove i conflitti prendono diverse forme che si tratti di terrorismo, fondamentalismo, disoccupazione, insicurezza, mancanza di governance o mancanza di servizi. Abbiamo una lunga strada da fare e ci dobbiamo muovere in tutte le direzioni per migliorare, non si può parlare di sicurezza e dimenticare l’economia. Non si può parlare di occupazione senza considerare la mancanza di servizi. O l’occupazione della terra da parte dei Signori della Guerra che siedono tranquillamente in Parlamento. Senza parlare del coronavirus. Il 75 per cento di questa città è stato costruito senza una pianificazione e questo rende difficile adeguare i servizi. E poi ci sono i profughi, gli sfollati, la gente che arriva a cercare lavoro. In questi vent’anni sono arrivate tonnellate di soldi, che sono andati perduti, dati più a persone che alle istituzioni, sono tutti fattori che rendono Kabul una vittima di guerra insieme ai suoi abitanti".
Come si può risolvere?
"Servono legge e ordine, provarci in una città che si regge sulla corruzione, non è per niente facile, ma se non si mettono delle regole è impossibile fare qualsiasi cosa. Per la prima volta ci coordiniamo con la polizia e l’intelligence, ma per quante guardie di sicurezza uno possa sguinzagliare, prevenire gli attacchi è impossibile. Molti paesi hanno conosciuto il terrorismo, penso all’Irlanda, alla Colombia, anche l’Italia e alla fine si è arrivati ad un compromesso. Ora talebani e governo stanno prendendo le misure. Bisogna trovare punti in comune. La comunità internazionale può essere utile, Pakistan, Iran, Russia, hanno influenza sui talebani, bisogna solo decidere se si vuole prevalere uno sull’altro o se si vuole continuare a vivere".
In queste ultime settimane i talebani hanno aumentato le violenze, e qualcuno dice che potrebbero attaccare Kabul.
"Kabul è sotto attacco da 40 anni. E’ una città cresciuta sotto una pioggia di proiettili. Ma questo non ci ha fermato, la resilienza della gente ha permesso che questa città in molte cose fiorisse, anche quando mancava tutto. Siamo ben lontani dall’essere perfetti, questo è ovvio, ma come sindaco devo guardare al quadro generale, e il mondo deve sapere che il terrorismo non ha confini, se noi siamo sotto attacco, lo sono tutti. La forza sta negli afgani, nella loro voglia di sopravvivere, nell’umanità che hanno dentro. E’ necessario decidere se si procederà verso la riconciliazione, come è successo, ripeto, da altre parti, o se si sceglierà l’escalation".
Che succederà in caso di escalation?
"Nessuna città può essere protetta al 100 per cento. Non si combatte più su fronti, ma in guerre urbane. Dobbiamo però cercare di essere ottimisti. Riesco ad immaginare questo paese in pace e questa città traboccante di progetti. Vedo speranza ogni giorno in quello che fanno le donne, nella società civile, nella scuola, non è un sogno, è la realtà che ci aspetta. Ma non bastiamo noi a volerlo, altri paesi devono volerlo insieme a noi".